IQDV#47 – Il linguaggio

Il linguaggio

di Giancarlo Viganò*

 

Cari uomini, intanto un ringraziamento a Mario, Giacomo e Federico per i loro scritti, le loro testimonianze, in definitiva per il loro sforzo che mi spinge a partecipare vincendo una naturale pigrizia che è di natura molteplice, intellettuale, di condivisione, di esposizione, di protezione. Il linguaggio, o meglio la comunicazione, è frutto di una continua fatica che è quella, come hanno sottolineato i nostri tre amici, dell’ascolto. E l’ascolto ha come basi due fondamentali valenze: la prima verso se stessi e la seconda, a mio avviso consequenziale, verso il mondo esterno a noi. Ma senza la prima, la seconda è scalata impervia se non impossibile.

Come a Giacomo anche a me è sempre risultata confacente la scrittura; da adolescente tenevo una fitta corrispondenza con le mie pen friends, (quasi sempre ragazzine) e quindi, in definitiva, la utilizzavo per la relazione, per la comunicazione, per dire chi fossi, che emozioni avessi. Ho già sentito rammentare il presunto assioma che il dialogo deve essere scevro da una eccessiva “mentalizzazione” o “specializzazione” o “filosofizzazione”, cioè dovrebbe svolgersi, come sottolinea Federico, con un linguaggio semplice, corrente e quotidiano. Io trovo che questa specificazione non sia rilevante. Dipende da cosa voglio dire, come e a chi. Il linguaggio oscuro, il “latinorum” dei Promessi Sposi, o le “convergenze parallele” democristiane, nascondevano il germe del potere alto e irraggiungibile, dunque la volontà di non farsi comprendere. Ma, al contrario, la semplificazione eccessiva del linguaggio, la riduzione del lessico si traduce in una semplificazione concettuale, proprio come l’attuale potere mediatico dominante impone e dunque il risultato, troppo in alto o troppo in basso, non cambia. Il potere tende a livellare menti, coscienze, anime. Non possiamo esprimere quello che conteniamo, luci ed ombre, pace e violenza, se prima non lo comprendiamo con il pensiero, rendendo usufruibile anche a noi stessi le mille contraddizioni che albergano in noi.

Quando il nostro desiderio si sposta sulla ricerca del dialogo, dell’ascolto, della partecipazione, dell’interesse, in definitiva verso un’ alterità diversa dalla nostra limitata individualità, ecco che aprendoci e accettandola, possiamo colmare le nostre infinite lacune rendendo meno dolorosa la nostra solitudine. Allora il linguaggio utilizzato diventa automaticamente semplice perché contiene il desiderio di farsi capire. Come sostiene U. Galimberti, la povertà lessicale dei giovani di oggi rappresenta un grave problema: “come ha bene evidenziato Heidegger, noi riusciamo a pensare limitatamente alle parole di cui disponiamo, perché non riusciamo ad avere pensieri ai quali non corrisponde una parola. Le parole non sono strumenti per esprimere il pensiero, al contrario sono le condizioni per poter pensare”.(cfr U. Galimberti, La parola ai giovani)

E la riflessione che nei nostri gruppi maschili ci sforziamo di esercitare, altro non è che la necessità di traduzione, di rendere chiaro e decifrabile a noi stessi attraverso il pensiero e dunque affrontabile, di ciò che ci attanaglia il cuore. E fortemente concordo con Giacomo quando dice: “imparando a riconoscere, ascoltare ed accogliere se stessi, diventa magicamente possibile ri-conoscere, ascoltare e accogliere gli altri/altre”. Io senz’altro devo essere particolarmente duro di testa perché questo impegno dell’ascolto  è un po’ ballerino…e mi devo proprio impegnare per attuarlo.

Ancora una piccola osservazione che riguarda l’universo femminile: è indubbio che dalle relazioni tra le femmine noi maschi abbiamo molto da imparare, soprattutto lo sdoganamento delle emozioni che troppo sovente ci marciscono dentro, putrefacendosi. Se va bene ci rendono afoni e atoni; se va male ci rendono violenti perché da qualche parte la loro potenza esplode. Ma mi trovo invece in disaccordo con l’amica di Mario quando sostiene: “Tu (maschio) non puoi parlare della violenza (sulle donne) se non a partire dall’esperienza diretta che ne hai”.

Certo, non sentiremo l’umiliazione, il dolore, lo strazio, le conseguenze terribili che una violenza, uno stupro porta con sé. Ma allora non potremmo parlare di eccidi, guerre, shoah, pogrom, ogni tipo di violenza che sembra accompagnare la vita di tutti gli esseri umani, non si potrebbe parlare di nulla di cui non si abbia avuta l’esperienza. E invece, come stiamo facendo, dobbiamo parlarne, con un dolore indiretto e certamente con intensità diverse da coloro che le hanno subite, ma dobbiamo raccontarle ai giovani uomini perché imparino ad ascoltare, ad amare, ad arricchire la propria anima e cioè il loro senso profondo dell’esistere, abbracciando il mondo intorno a loro senza volerlo dominare e dunque distruggere.

*  Questo testo è stato scritto in vista dell’incontro del 5 maggio, a Triuggio (MB), tra alcuni gruppi di condivisione maschili, come contributo a una discussione in cui si era scelto di focalizzarsi sul tema del linguaggio

Maschile Plurale

"Raffina i sentimenti, trasgredisci i rituali"

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