Lug 2001 “L’invisibile parzialità del maschile nella storia” di S.Bellassai

Lug 2001 “Il maschile, l’invisibile parzialità”
di Sandro Bellassai
pubblicato in: Ethel Porzio Serravalle (a cura di), Saperi e libertà. Maschile e femminile nei libri, nella scuola e nella vita, vol. II, Milano, Polite-Associazione Italiana Editori, 2001

Durante un congresso nel 1982, lo storico statunitense Peter Filene si sentì porre da una perplessa collega la seguente domanda: «Ma cosa intendi quando dici che ti occupi di “men’s history”? […] Non è forse stata tutta la storia, alla fin fine, una storia che si è occupata di uomini?». Non si può certo dire che si trattasse di una domanda oziosa. Riflette Filene: «Proprio questa era – ed è – la questione fondamentale. Laddove le storiche delle donne hanno recuperato i loro soggetti da un’oscurità quasi totale, cosa c’era da scoprire per uno storico del maschile? Le attività e le idee degli uomini hanno dominato il paesaggio del passato a noi noto fin dove l’occhio poteva arrivare, dalle pianure bibliche ai grattacieli di New York. La consueta “storia dell’uomo” era esattamente questo. E allora, cosa rimane nel mondo che può ancora essere detto sul suo conto?»[1].

Una storia di paradossi
Avventurarsi sul terreno della parzialità maschile significa dover fare i conti con determinati paradossi di un senso comune diffuso della differenza di genere. Un primo paradosso è quello di trovarsi di fronte a qualcosa che è, ed è stato nella storia, allo stesso tempo onnipresente ed invisibile. Onnipresente, perché ha da sempre costruito a propria immagine e somiglianza circuiti economici, dinamiche di potere, sistemi di significati e persino rappresentazioni della divinità; invisibile, perché l’uomo, parlando a nome dell’umanità e attribuendosi lo scettro del potere per diritto naturale, ha occultato la propria parzialità, la propria specificità in quanto maschio, precludendosi la possibilità di comprendere le dinamiche di genere e rendendosi così, in un certo senso, invisibile a se stesso[2]. Ogni essere umano sa che esistono due generi, e ordinariamente intorno alla percezione della differenza sessuale si istituiscono gerarchie, stereotipi, identificazioni e conflitti; ma sono soltanto le donne – a parte qualche sparuta eccezione – a insistere sulla parzialità di genere come mappa concettuale con cui interpretare e criticare la realtà. Dal punto di vista degli uomini, pare quasi che solo le donne siano una parzialità – altro bel paradosso logico: l’altra metà di una metà è un intero -, e di fatto il termine slitta decisamente verso quello di minoranza[3]; una minoranza, si sa, è eccentrica per definizione, è un satellite del pianeta principale, è talvolta «etnica», cioè un po’ strana, esotica[4]. Dato che i generi sono due, teoricamente una riflessione che parta dal genere dovrebbe interessare gli uomini quanto le donne. Tuttavia, di fatto la specificità maschile risulta poco indagata, e questo certamente contribuisce a rafforzare l’associazione di idee genere/donne: delle donne si parla “in quanto donne”, degli uomini in quanto uomini non si parla mai o quasi mai. Un motivo deve pur esserci. Avrà forse a che fare, questo occultamento della parzialità, con la dimensione del potere?

Non è forse troppo azzardato istituire un paragone con quel procedimento che Roland Barthes chiama e-nominazione, in questo caso a proposito della borghesia come società anonima (dopotutto, il secolo d’oro della borghesia, l’Ottocento, si diceva anche il secolo virile): «[…] la borghesia ha cancellato il suo nome passando dal reale alla sua rappresentazione, dall’uomo economico all’uomo mentale; ammette i fatti, ma non entra in rapporto con i valori, fa subire al proprio statuto una vera e propria operazione di e-nominazione: la borghesia si definisce come la classe sociale che non vuole essere nominata»[5]. Per di più, aggiunge Barthes, essa «priva di ogni storia l’oggetto del suo discorso»[6]. La sottrazione di se stesso all’ambito storico, transeunte, è uno dei procedimenti classici di legittimazione di ogni potere, e una delle basi sulle quali il genere maschile fonda la propria centralità, il diritto di parlare a nome dell’intera umanità: l’uomo è il figlio primogenito di Dio, per secoli è stato l’unico soggetto dotato di anima, il suo corpo è l’unità di misura delle scienze mediche e la metafora perfetta del corpo sociale, la sua mente disincarnata è la meravigliosa cornucopia da cui scaturisce tutta la saggezza, la poesia, la grandiosità del mondo.

Com’è noto, negli ultimi decenni questa rappresentazione è entrata in una crisi profonda. La storia delle donne – e, più ampiamente, la critica femminile della rappresentazione patriarcale del mondo in tutti i campi del pensiero e dell’esperienza – ha inizialmente svolto una funzione che è stata definita compensativa, con l’obiettivo di recuperare alla storia tutto ciò che del femminile è stato occultato, distrutto, denigrato grazie alla pretesa universalità del maschile[7]. A partire dalla metà degli anni Settanta, a tale istanza si è progressivamente affiancata l’esigenza di comprendere più in profondità l’intero sistema delle relazioni asimmetriche fra uomini e donne, attraverso il quale gli uomini hanno prodotto e riprodotto il dominio. Significativamente, nel lontano 1975 Natalie Zemon Davis dichiarava in un testo divenuto ormai un classico: «Secondo me dovremmo interessarci alla storia di entrambi, uomini e donne, e non concentrarci solo sul sesso debole più di quanto lo storico di classe incentri la propria attenzione esclusivamente sui contadini. Il nostro obiettivo è capire il significato dei sessi, dei gruppi di genere nella storia del passato»[8]. Il passaggio da una prospettiva incentrata sulle donne, spesso con lo scopo di restituire visibilità e valore allo «specifico» femminile nella società attuale e nella storia, a una che si facesse carico anche dell’analisi del soggetto dominante, gli uomini, presupponeva un impegno a definire e interpretare lo specifico maschile, cioè a tentare una lettura in termini di genere di ciò che gli uomini in quanto maschi e non in quanto “esseri umani” universali fanno, dicono, pensano ecc. Ma questa operazione interpretativa in realtà è rimasta, almeno nel nostro paese, nel novero delle cose da fare, delle buone intenzioni: vari sono i motivi di questo ritardo teorico – a un quarto di secolo dalla nascita della categoria del genere -, ma il principale, probabilmente, è da collegare alla diffusissima convinzione (maschile) per cui le questioni di genere sono sostanzialmente «cose di donne». E dunque viste nel peggiore dei casi come una specie di ossessione estremistica, nel migliore come un complesso di discorsi da cui gli uomini non si sentono minimamente chiamati in causa, almeno non più di quanto si sentirebbero coinvolti personalmente da un discorso – poniamo – sull’organizzazione sociale degli eschimesi.

In questi ultimi venticinque anni, tuttavia, soprattutto nei paesi anglosassoni si è effettivamente sviluppata una consistente letteratura sul maschile, i cui autori sono per lo più uomini che tentano un confronto con i women’s studies (e ad essi sono largamente debitori) e che rappresenta un serio tentativo di realizzazione concreta di quella promessa interpretativa contenuta nella nascita della categoria di genere: i generi sono evidentemente due, ed è quindi necessario studiare entrambe le identità femminile e maschile, oltre alle dinamiche complesse tra uomini e donne, tra donne e donne, tra uomini e uomini[9]. Quelli che con un termine talvolta criticato vengono definiti men’s studies – criticato in quanto potrebbe ventilare una perfetta specularità con i molto più robusti women’s studies, il che certamente non corrisponde affatto alla realtà, nemmeno sul piano degli esiti politici di certi filoni di men’s studies[10] – nascono negli anni Settanta, in un clima «militante» di critica radicale diffusa e di mobilitazione collettiva, e crescono metodologicamente e quantitativamente nel decennio successivo, quando si iniziano a delineare delle distinzioni abbastanza chiare al loro interno. Ma il vero «boom» degli studi sul maschile avviene negli anni Novanta, quando essi acquistano un’ampiezza e una visibilità – fuori dai confini italiani – senza precedenti[11]. Le analisi più convincenti dal punto di vista sia metodologico sia politico appaiono quelle che derivano da un approccio di gender, e che quindi assumono esplicitamente acquisizioni e presupposti interpretativi sviluppati dalla riflessione delle donne. Dal punto di vista metodologico, tuttavia, la storia della mascolinità presenta delle specificità che esigono un percorso per molti aspetti originale: come notano Simonetta Piccone Stella e Chiara Saraceno, a causa della «sovrapposizione storica delle vicende del genere maschile con le sorti umane universali […] lo studio della costruzione sociale “degli uomini” richiede un’opera preliminare di decodificazione delle categorie linguistiche e dei costrutti logici, la scelta di oggetti distinti e circoscritti d’indagine, l’individuazione dei meccanismi psicologici e degli ambiti di vita nei quali il maschile si riproduce […]»[12]. Secondo lo storico britannico John Tosh, le potenzialità «sovversive» della storia della mascolinità possono perfino superare quelle della storia delle donne, perché la prima non consente in alcun modo quel tipico atteggiamento accademico che ha sempre svalutato la portata radicale della women’s history, considerandola una “tendenza” storiografica ben circoscritta a tematiche tutto sommato marginali: «Uno dei principali problemi della storia femminile è stato che gran parte di essa è stata dedicata alla famiglia, alla filantropia e alla politica femminista, aree cioè che gli storici non di settore possono considerare di secondaria importanza per il loro lavoro (naturalmente si sbagliano). Ma la storia della mascolinità non può essere isolata in questo modo. O la si rifiuta o la si integra nella sfera tradizionale […] In altre parole, gli storici della mascolinità possono benissimo dimostrare (e non solo affermare) che il genere fa parte di tutti gli aspetti della vita sociale, indipendentemente dalla presenza delle donne»[13].

Naturalmente, i nuovi orizzonti interpretativi aperti dall’ampio utilizzo delle categorie del genere e – per quanto riguarda più da vicino il nostro discorso – della mascolinità non riguardano solo la storiografia. Da un punto di vista sociologico e psicologico, il passaggio a una prospettiva interpretativa fondata su due generi tra loro strettamente correlati ha proceduto anche attraverso una profonda critica degli approcci funzional-strutturalisti dominanti dagli anni ’50, incentrati sul cosiddetto ruolo sessuale. «In qualsiasi contesto culturale – scrive Connell – vi sono dunque sempre, in questo approccio, due ruoli sessuali, uno maschile e uno femminile. La maschilità e la femminilità vengono molto facilmente interpretate come ruoli sessuali interiorizzati, che altro non sono che il prodotto dell’apprendimento sociale, o della “socializzazione”»[14]. Al contrario, secondo un’impostazione metodologica che si propone di analizzare quello che è stato definito il «sex/gender system»[15], all’interno del quale domina la reciprocità e l’interconnessione tra i vari elementi del sistema stesso, una concezione dell’identità di genere come entità osservabile separatamente rappresenta esattamente ciò che è necessario criticare. Il rifiuto della categoria strutturalista non potrebbe essere più netto: «Il “ruolo sessuale maschile” non esiste. È impossibile isolare un “ruolo” in grado di costruire la mascolinità (o un altro in grado di costruire la femminilità). Dal momento che non c’è un settore della vita sociale che non rappresenti un’arena della differenziazione sessuale e delle relazioni di genere, la nozione di ruolo sessuale implica necessariamente una semplificazione e astrazione del tutto inaccettabili»[16]. Il concetto stesso di genere, sottolineano le sociologhe italiane Piccone Stella e Saraceno, «nega la possibilità che la condizione femminile […] possa venir analizzata in modo isolato, separato da quella maschile. Si è visto infatti che soltanto l’attiva influenza dei due sessi l’uno sull’altro, i loro legami, i loro contrasti creano la condizione femminile e la condizione maschile, quelle modalità di vita cioè in cui i due sessi intrecciano la propria esistenza. Genere dunque, oltre che un codice binario, è anche un codice che implica reciprocità, dialettica costante fra le sue componenti di base»[17].

Non meno che nella storiografia, nelle scienze sociali l’attenzione per la mascolinità può contribuire a combattere il luogo comune secondo il quale il genere si riferisce soltanto alle donne, occultando così una buona parte delle dinamiche di conflitto, legittimazione e subordinazione. Se da un lato è possibile notare che oggi sempre più manuali, nei vari ambiti disciplinari, dedicano ormai un certo spazio a un approccio di genere a vari temi, è d’altra parte vero che «quando si toccano le differenze di genere, l’attenzione sembra “naturalmente” concentrarsi sulle differenze femminili, e non sulle interdipendenze tra il maschile e il femminile così come sono socialmente costruiti. Ad esempio, la questione della marginalità delle donne sul mercato del lavoro non dipende solo dal fatto che le donne hanno un carico di lavoro familiare o subiscono interruzioni professionali dovute alla maternità di cui non si tiene conto nel disegnare l’organizzazione del lavoro e i calendari delle carriere. Dipende anche dalla divisione del lavoro tra donne e uomini in famiglia e dal fatto che l’organizzazione del lavoro prevede come “normale” una figura di lavoratore privo di responsabilità di lavoro familiare e di cura, proprio perché può contare su una o più donne che se ne fanno carico»[18].

Alle radici dell’invisibilità
Il procedimento attraverso il quale la parzialità maschile rende se stessa invisibile può essere compreso più efficacemente prendendo in considerazione alcune tra le principali acquisizioni interpretative degli studi sugli uomini (non necessariamente inedite, s’intende, ma che sono in grado di aprire nuovi orizzonti di riflessione se applicate al maschile). In estrema sintesi, esse riguardano: la relatività storica e culturale delle identità di genere (cosa vuol dire essere un uomo, in altre parole, cambia profondamente da periodo a periodo, e da cultura e cultura, e tali cambiamenti sono tra l’altro in strettissima relazione con le trasformazioni economiche e sociali più ampie); la reciprocità e relazionalità dell’identità maschile e femminile (cosa vuol dire essere un uomo si definisce in relazione a cosa vuol dire essere una donna, e cambia al mutare di esso); la profonda ed intrinseca instabilità ed insicurezza dell’identità maschile e della posizione dominante nella gerarchia dei generi che deriva dalle due precedenti condizioni, sicché si rendono necessari il mito della immutabilità del genere, la creazione di una mascolinità ortodossa cui tutti gli uomini devono tendenzialmente conformarsi, uno stato di vigilanza sociale contro ogni possibile variazione dell’equilibrio di potere fra i generi, percepita come una grave minaccia non solo al proprio dominio, ma propriamente alla propria identità. Soffermiamoci brevemente su questi aspetti, iniziando dall’ultimo.

Gli attributi identitari della mascolinità non hanno dunque un’esistenza statica, consolidata una volta per tutte: non solo, ma a dispetto della cosmogonia patriarcale per cui una figura di sesso maschile è all’origine, al centro e alla testa dell’universo materiale e morale, gli uomini sono costantemente impegnati in una partita della quale sono soltanto uno dei protagonisti, e anzi sono spesso costretti a giocare, per così dire, di rimessa di fronte a processi che sfuggono al loro controllo. Un effetto delle grandi trasformazioni economiche, sociali e culturali è evidentemente quello di innescare un profondo mutamento delle relazioni di genere, con il corollario di strategie maschili messe in atto per ristabilire un equilibrio vantaggioso per gli uomini; nuove e antiche argomentazioni intervengono per descrivere le catastrofi conseguenti al disordine identitario, e a legittimare la controffensiva maschile – il backlash – giungono in soccorso moderne teorie «scientifiche» (l’inferiorità biologica della donna) e apodittiche certezze religiose. «Forse non è un caso che questo legame tra “biologia” e ruoli sessuali si sia sviluppato proprio in una società in cui, nella pratica, i ruoli sessuali non sono rigidamente segregati», scriveva Gianna Pomata in un fondamentale saggio del 1983, e aggiungeva che la differenza «biologica» tra i sessi «ribadisce come rigido un confine che nella pratica è valicato, riafferma come indiscutibile un predominio che nella realtà può continuamente essere messo in discussione»[19].

Lo statuto precario e conflittuale dell’identità maschile è un tema ricorrente nella letteratura: Harry Brod, ad esempio, scrive che «la men’s history attribuisce un’importanza decisiva alla confutazione dell’opinione diffusa secondo la quale l’era contemporanea sia particolarmente turbolenta e agitata, dal punto di vista delle identità maschili sotto assedio. Essa rivela che la costruzione della mascolinità è sempre il risultato di forze in conflitto»[20]. I sociologi Carrigan, Connell e Lee parlano delle dinamiche evolutive del dominio maschile come di «una riconfigurazione costante delle relazioni di genere in quanto sistema, all’interno del quale quel dominio è generato»[21]. Ma legare il proprio privilegio a un livello di trascendenza, fondare il proprio equilibrio sull’occultamento incessante delle ambivalenze, fare della mancanza della libertà altrui il principale nutrimento della propria, tutto ciò vuol dire costringere se stessi a un compito di vigilanza continua delle frontiere tra le differenze, percepire come una potenziale minaccia ogni variazione dell’ordine costituito, rincorrere continuamente nuove forme di legittimazione per una supremazia dall’aspetto sempre meno sacrale. Inoltre, a dispetto di un egocentrismo decisamente perentorio, l’instabilità e l’insicurezza costituzionale della mascolinità derivano dalla latente e frustrante verità di un confronto ineludibile con una figura femminile tutt’altro che priva di potere – in primo luogo, quello enorme di generare – e per questo pericolosa, misteriosa, imbarazzante nel suo essere lo specchio della debolezza, della finitezza, delle infinite ambivalenze dell’identità e della moralità degli uomini. Un aspetto molto importante delle trasformazioni diacroniche della mascolinità è quindi la loro natura reattiva, quasi a rincorrere costantemente un soggetto femminile cui spetta il primato tanto dell’azione quanto della generazione. Come scrive Elizabeth Badinter, «contrariamente all’ideologia del patriarcato, non sono gli uomini i primi referenti dell’umanità, ma le donne. È in rapporto a queste e contro queste che essi si definiscono»[22]. E cita le eloquenti parole di Shakespeare nell’Enrico IV: The son of the female is the shadow of the male.

Lo statuto fondamentalmente precario della mascolinità è riscontrabile anche a livello individuale, esistenziale, sul piano cioè dei percorsi personali di formazione degli uomini. Da questo punto di vista, la lettura della mascolinità come equilibrio identitario altamente instabile può essere suffragata, tra l’altro, da un’analisi comparativa della sua costruzione sociale nelle diverse culture. David Gilmore ha passato in rassegna una quantità considerevole di ricerche etnografiche sul campo in numerose aree del pianeta, giungendo alla conclusione che tale equilibrio sia nella stragrande maggioranza dei casi gravato da una pressione costante a causa della sua stessa natura altamente normativa. «Le ideologie virili – scrive l’antropologo statunitense – costringono gli uomini ad avanzare a denti stretti sotto la minaccia della perdita della propria identità, un’eventualità apparentemente peggiore della morte»[23]. Una situazione caratterizzata da una dura lotta per la sopravvivenza del gruppo (praticamente comune all’intera umanità, se si eccettuano élites quantitativamente molto ristrette, fino a pochi secoli fa) produce evidentemente un’esasperazione delle rigide regole morali: «Per essere veri uomini, in quasi tutte le società che abbiamo analizzato, si devono rendere gravide le donne, si devono proteggere dai pericoli le persone a carico e si deve provvedere al sostentamento dei familiari […] In quasi tutte le società, i tre imperativi maschili presentano aspetti di pericolosità oppure di competitività molto accentuata. Pongono gli uomini in situazioni di pericolo sul campo di battaglia, nella caccia o nelle competizioni con altri uomini. A causa dell’universale impulso alla fuga davanti al pericolo, possiamo considerare la “vera” virilità come uno stimolo a prestazioni eccezionali nella lotta sociale per la conquista di risorse scarse, o come un codice di condotta che favorisce gli interessi collettivi facendo superare le inibizioni individuali. Portando a termine i propri doveri, gli uomini si espongono alla sconfitta: una costante minaccia che li separa dalle donne e dai bambini. Si espongono alla perdita della loro reputazione e della loro vita; eppure, devono fare il loro dovere se vogliono che il gruppo sopravviva e prosperi»[24]. Ma anche uno storico delle società occidentali come John Tosh sa bene che «i ragazzi non diventano uomini solo crescendo, ma acquisendo tutta una varietà di qualità e competenze virili in un processo di consapevolezza che non ha alcun parallelo con l’esperienza tradizionale delle ragazze (si provi a trovare un’espressione simile a “Sii uomo!” per le donne). Se gli uomini sono il sesso dominante nella società, devono vivere secondo un codice che affermi la loro mascolinità»[25].

Se è vero che «il concetto dominante di mascolinità viene costruito in opposizione ad una serie di mascolinità subordinate, colpevoli di svilire il patriarcato dal suo interno o di screditarlo di fronte alla donna»[26], le trasformazioni della mascolinità contemporanea sono leggibili anche attraverso il processo di costruzione dei modelli negativi, eterodossi, devianti dalla norma, contro i quali da sempre sono state spese notevolissime energie da parte dei fautori dell’ortodossia. La distinzione tra ‘più uomo’ e ‘meno uomo’ tende alla differenziazione sociale, e si basa su un sistema normativo e linguistico che è pienamente impregnato del genere come criterio della stratificazione sociale, sia esso implicito o esplicito. In altre parole, nelle relazioni fra uomini si istituisce una gerarchia interna al genere maschile che assume rilevanza non solo come geometria della distribuzione concreta del potere, ma anche come piano simbolico della costante riaffermazione e rilegittimazione dei codici sui quali si basa l’ordine gerarchico generale, forma precipuamente sessuata – insomma – di produzione del senso che sostiene le identità delle persone, uomini e donne. La sfera delle relazioni tra uomini è dunque fondamentale per comprendere il processo di produzione e riproduzione del dominio maschile come cifra dell’intera gerarchia sociale. Robert Connell ha coniato il termine di mascolinità egemonica, che ha il duplice pregio interpretativo di ribadire la natura nient’affatto monolitica dell’identità maschile, e allo stesso tempo di evidenziare quanto l’identità stessa sia essenziale nella configurazione di una gerarchia di potere. «Individuare la diversità nelle varie maschilità non basta: dobbiamo poter individuare anche le relazioni che intercorrono fra i diversi tipi di maschilità, relazioni di alleanza, di dominanza e di subordinazione. Queste relazioni si formano attraverso azioni e usanze che possono essere esclusive o inclusive, intimidatorie, di sfruttamento e così via. Abbiamo insomma, all’interno della maschilità, una politica dei generi»[27].

Uno dei terreni discorsivi principali sui quali avviene questa sorta di ricollocamento del potere all’interno del genere maschile è quello della rappresentazione della sessualità. In tal senso, particolarmente significativa è la sottolineatura da parte di molti studiosi del maschile dell’omofobia come carattere costitutivo della mascolinità contemporanea occidentale. L’omosessualità come pratica sessuale è sempre stata discussa, è sempre stata presente negli ambiti normativi più vari; l’omosessualità come identità è un’invenzione dell’Ottocento: «Fu solo alla fine del diciannovesimo secolo – sintetizza Tosh – che si delineò la polarizzazione, attualmente così scontata, fra l’eterosessuale “normale” e l’omosessuale “deviante” […] Da allora in poi la figura dell’omosessuale divenne un capro espiatorio del patriarcato – colui che metteva in pericolo le basi della famiglia, che disprezzava l’etica del lavoro e che sovvertiva il cameratismo delle associazioni di soli uomini»[28]. L’omofobia investe propriamente il terreno della rappresentazione della sessualità, nel senso di un ambito di discorso che oltrepassa le pratiche sessuali o i caratteri sessuali reali dei soggetti; si discrimina un uomo come effemminato, ad esempio, a prescindere dalla circostanza reale che egli abbia davvero un comportamento omosessuale. Ciò che si sanziona è la devianza da un modello eterosessuale ortodosso i cui elementi solo in parte hanno a che fare con la sfera concreta della sessualità. La sessualità appare qui come una metafora di qualcos’altro, diventa insomma una specie di genere letterario attraverso il quale si descrive la distribuzione del potere all’interno del genere maschile.

A questo proposito, possiamo formulare una considerazione ulteriore sulle dinamiche che intercorrono tra mascolinità egemonica, ortodossa, e mascolinità “altre” o devianti. Per certi aspetti, lo statuto ambivalente dell’ortodossia maschile si esprime anche nel suo essere a un tempo intransitivo e transitivo: la mascolinità è posta in gioco essa stessa e codice strumentale dell’appartenenza e del conflitto, traguardo in sé o pedina di un gioco più ampio, fine e mezzo. E spesso, peraltro, in riferimento diretto a un altro da sé (un altro genere, ma anche un altro maschile) su cui esercitare il controllo o da cui prendere le distanze. È anche questo un livello discorsivo spesso implicito, sotterraneo, ancora una volta invisibile a occhio nudo: il referente logico può essere anche ben individuato, ma il riferimento comprende contenuti quasi subliminali, inespressi, o espressi in modo che alcuni ne occultino altri. Nel corso di una ricerca riguardante la rappresentazione del maschile e del femminile nel Pci degli anni Cinquanta, ho avuto l’occasione di osservare tali dinamiche in un contesto storico concreto: da un lato, ad esempio, i comunisti difendevano un assetto tradizionale delle relazioni di genere quando condannavano gli atteggiamenti femminili non «ortodossi» (fumare, portare i pantaloni ecc.) come «americaneggianti», in parte mascherando sotto l’apparenza ideologica una certa gerarchia tra i generi; dall’altra, definivano «invertiti» gli avversari di classe, utilizzando il codice della virilità per aggiungere un’arma polemica in più alla battaglia politica[29]. Allo stesso modo, il razzismo si carica di riferimenti sessuali in alcune società multietniche, o il sessismo si esprime attraverso un codice che attinge dall’immaginario collettivo argomenti apparentemente «più seri» (gli omosessuali che porterebbero malattie, e così via).

Identità variabili
Un’ulteriore chiave di lettura della mascolinità, oltre alla sua instabilità e reciprocità con il femminile, è data – come si è già accennato – dalla sua variabilità nel tempo e nello spazio. Gli elementi caratterizzanti della mascolinità sono, non c’è bisogno di insistervi troppo, storicamente e culturalmente determinati, relativi: è questo un ulteriore elemento di riflessione che decostruisce la presunzione di assolutezza del maschile, e soprattutto ne mette in luce le strette connessioni con i più vasti ambiti sociali, economici, culturali in una dimensione diacronica e processuale.

Da un lato, è semplicemente falso affermare che le caratteristiche psicologiche (comportamentali, attitudinarie, cognitive ecc.) o antropologiche (identitarie, relazionali, linguistiche in senso lato, ecc.) degli individui di sesso maschile o femminile siano rigidamente determinate dalla circostanza di essere nati donne o uomini – per esempio, dando per scontato che gli uomini siano «naturalmente» più aggressivi, o più violenti in ogni tempo e in ogni cultura. Il già citato lavoro di Gilmore passa in rassegna casi in cui le differenze «di ruolo» tra maschi e femmine sono praticamente inesistenti – come nella cultura tahitiana, dove «sia gli uomini che le donne svolgono gli stessi compiti, non esistono attività che siano culturalmente riservati all’uno o all’altro sesso»[30] -, o altri come quello dei Semai, un popolo della Malaysia centrale presso il quale gli uomini sono così poco «virili» da ritenere che «respingere le proposte, sessuali o di altro genere, di qualcun altro equivalga ad un’aggressione nei confronti di quella persona»[31]; da non conoscere nessuna forma di competizione (il perdente potrebbe deprimersi, e questo è male); da non concepire, infine, il diritto di dare ordini ad alcuno, adulto o bambino, perché fare pressione su una persona per ottenere il rispetto della disciplina è ritenuto semplicemente inaccettabile. In altre parole, ciò che questi esempi vorrebbero ribadire è che una miriade di comportamenti, tratti caratteriali, attributi generalmente associati agli uomini o alle donne sono variabili – e in certi casi addirittura sono completamente differenti – da cultura a cultura: è una constatazione apparentemente ovvia, ma le conseguenze che è possibile trarre da tali considerazioni in realtà appaiono in gran parte da esplorare, sul piano del senso comune come su quello teorico e metodologico. Se, ad esempio, durante un viaggio in Tunisia può accadere – come è capitato a me – di scoprire con un po’ di meraviglia che molti uomini camminano a lungo tenendosi per mano tra loro, ciò è dovuto al fatto che si tratta di un comportamento a dir poco inconsueto, agli occhi di un occidentale, fra maschi eterosessuali (ma non lo è fra ragazze, ad esempio). D’altra parte, è molto probabile che un approccio in termini di genere alle relazioni interculturali possa tornare utile anche alla lettura di dinamiche che non riguardano il turista, ma gli stessi fenomeni osservabili nei paesi cosiddetti sviluppati: viene da chiedersi, ad esempio, quanto conti l’identità maschile nelle manifestazioni di ostilità nei confonti dei migranti, se cioè sia in molti casi «l’immigrato» asessuato a dare fastidio al razzista di casa nostra, oppure se tale ostilità non sia invece diretta, in parte, propriamente verso un certo modo di essere uomini, una mascolinità «altra». Non si osserva ad esempio lo stesso tipo di reazione di fronte a migranti provenienti da paesi tra loro diversissimi (fra i quali l’identità maschile differisce moltissimo): uomini provenienti dalla Cina o dall’area indiana sono in genere ritenuti portatori di una mascolinità meno aggressiva rispetto agli arabi, e fra questi (spesso confusi con gli «islamici») i maghrebini sembrano i maggiori esponenti di una rappresentazione stereotipica in cui si condensa non solo l’ostilità per «l’extracomunitario», genericamente inteso, ma più precisamente per l’uomo “arabo”, o anche – per altre vie – “slavo”. L’associazione immigrato/criminale, variante attuale di stereotipi culturali di lungo periodo, potrebbe essere considerata anche sotto questo aspetto normativo: in tale connotazione si intravede l’individuazione di una devianza (al maschile), di un altro (maschile) che va normalizzato o punito[32]. Non solo variabilità della mascolinità, dunque, tra cultura e cultura, ma anche – in una certa misura – interconnessione, reciprocità. È qualcosa che la letteratura anglosassone sul maschile, molto più abituata a ragionare in termini di interculturalità, conosce bene da tempo: come ricorda Connell, «le maschilità degli uomini di razza bianca, per esempio, non si formano solo in relazione alle donne di razza bianca, ma anche in relazione agli uomini di razza nera»[33].

Dall’altro lato, la presunta universalità del maschile può essere decostruita a partire dalle differenti e complesse configurazioni che la mascolinità assume nelle varie epoche storiche. Anche in questo caso la men’s history fornisce elementi di riferimento fondamentali. La maggiore parte degli autori che hanno evidenziato tali aspetti appartengono alla storiografia e alle scienze sociali anglosassoni, e si sono concentrati, in particolare, sui decenni a cavallo tra Ottocento e Novecento. La messa in crisi del sistema morale vittoriano, e dunque della rigida prescrizione della divisione dei sessi tra pubblico e privato, spezzava un faticoso equilibrio grazie al quale i confini tra uomini e donne, tra certi uomini e certi altri, tra certe donne e certe altre, si erano mantenuti nella sfera rassicurante dell’ordine patriarcale. Così, il nuovo protagonismo delle donne elevava queste ultime alla poco invidiabile posizione di antagoniste dirette del maschio, ma spingeva anche – come scrive Anthony Rotundo – sempre più uomini americani di inizio secolo a una nuova percezione di sé: «Al tempo dei loro nonni, l’opposto della virilità era stata l’infanzia, uno stadio che tutti gli uomini si lasciano alle spalle. Nella loro epoca, l’opposto della virilità era la femminilità. Lo spostamento dà la misura di quanto della loro identità gli uomini avessero investito nella distinzione tra le due “sfere”. Essi avevano bisogno che ogni genere recitasse un ruolo distinto. L’uguaglianza femminile si presentava come una minaccia perché gli uomini avevano contato sulle donne non solo per badare alla casa, ma anche per mascherare le ambivalenze interne alla virilità»[34]. La «nuova donna», uno spettro ricorrente per diverse generazioni di uomini contemporanei a partire dal secondo Ottocento, fa così la sua comparsa, minacciando i confini stabiliti tra i generi con la sua riluttanza a identificarsi nei ruoli tradizionali di sposa e madre esemplare. Per Michael Kimmel, «se gli uomini in un primo tempo attaccarono la Nuova Donna per il suo rifiuto della maternità, al volgere del ventesimo secolo, forti della nuova “evidenza” raggiunta dalla medicina, la attaccarono per il suo rifiuto degli uomini. La Nuova Donna era un terzo sesso, un sesso intermedio, una “lesbica mascolina”»[35].

Non troppo diversamente, gli operai qualificati della vecchia Inghilterra fondavano sulla separatezza delle sfere pubblica e privata il proprio orgoglio di breadwinner, sul quale a sua volta poggiava il proprio sentirsi sufficientemente «uomo»; infatti, ha scritto Keith McClelland, la morale delle famiglie operaie era basata «sulla esclusione o sulla subordinazione delle donne all’interno dei rapporti di produzione capitalistici, e sulla dipendenza delle donne in ambito domestico»[36]. John Tosh, d’altra parte, ribadisce l’importanza della connessione fra lavoro, famiglia, identità maschile. Essa emerge in maggior luce – ancora una volta – in uno spaccato processuale, nelle transizioni particolarmente profonde, come la proletarizzazione di interi strati artigiani: «Ha una certa importanza riconoscere che la disoccupazione non solo impoverì i lavoratori ma compromise seriamente il rispetto che avevano di sé in quanto uomini (oltre alla loro capacità di farsi rispettare dalle donne). Nella Londra di fine Ottocento l’industrializzazione delle officine tradizionali non solo rese più precari i guadagni: distrusse anche la possibilità di ogni padre di passare al figlio la propria arte o mestiere, e fu questo il motivo dell’indignazione generale che suscitò»[37]. Del resto, chi ha visto il recente film di Peter Cattaneo, Full monty, può facilmente aggiungere da sé ulteriori elementi di riflessione sulle connessioni fra identità, lavoro e famiglia, tra pubblico e privato, nelle alterne vicende dell’identità maschile.

Un rapido cenno può infine essere fatto a un processo di trasformazione pressoché paradigmatico, il passaggio cioè dalla società rurale all’urbanesimo. Un interessante studio sugli emigranti biellesi tra Otto e Novecento restituisce la complessità di questa realtà «di confine» tra due mondi opposti. Tra città e campagna, tra cultura (apparentemente) chiusa e “immobile” e il regno del nuovo, delle possibilità, della mobilità si disegnano in certi casi i confini tra i generi, e all’interno dei generi stessi. L’emigrazione dalle valli verso i centri urbani in Italia e all’estero, un fenomeno di cui gli uomini sono i principali protagonisti, certamente provoca una mutazione dei tratti identitari dei soggetti, ma anche approfondisce e rinnova vecchie gerarchie, discriminazioni, subalternità. Di fronte alla comunità di origine, l’esperienza dell’emigrazione ridefinisce «una identità maschile le cui componenti rimandano alla specializzazione del lavoro, alla fierezza del mestiere, al presentarsi come partecipi di una civiltà urbana spesso cosmopolita, espressa sia sul piano dell’abbigliamento che su quello del linguaggio. Per evidenziare questa caratterizzazione dell’universo maschile gli emigranti sembrano servirsi delle donne, sottolineandone l’alterità e relegandole sullo sfondo assieme al paesaggio naturale, e ribadendone i legami con gli aspetti più arcaici e “naturali” dell’esistenza»[38]. Una situazione che richiama alla mente la vivida descrizione di una comunità rurale siciliana ad opera di Jane e Peter Schneider, in cui i carri e le bardature degli animali, veicoli delle attività economiche degli uomini, erano riccamente decorati: «L’opposizione del nero contro i colori brillanti era consona alla più fondamentale divisione di priorità. Il tono nero, cupo, austero significava separazione e isolamento dal momento del mercato; mentre il tono gaiamente colorato simboleggiava le attività commerciali. Il primo era femminile e sedentario; il secondo maschile e mobile. Gli uomini mediavano fra le donne e il mondo esterno […]»[39].

Le stanze degli uomini
Se la mascolinità come costruzione culturale ha certamente origine all’interno di una dimensione di interdipendenza con il femminile, le sue funzioni in termini di identificazione, stratificazione e status sociale si estendono anche ad ambiti da cui le donne sono assenti. Condizionate da un rapporto speculare con le donne, mascolinità e virilità (con una certa approssimazione, possiamo considerare la seconda come la declinazione orgogliosamente “ortodossa” della prima) rappresentano quindi qualcosa che si “spende” anche e soprattutto nei rapporti con gli altri uomini: «Il codice dominante del concetto vittoriano di “virilità”, con la sua enfasi sull’autocontrollo, di duro lavoro e l’indipendenza, era il codice delle classi commerciali, e il comportamento maschile cui faceva riferimento costituiva (fra le altre cose) le credenziali di classe di un uomo di fronte ai suoi pari come agli inferiori»[40]. Il riferimento alla rilevanza in termini di status sociale da «esibire» in pubblico è in Tosh particolarmente insistito; oltre all’ambito familiare e alla sfera lavorativa, la «dimostrazione pubblica della mascolinità»[41] acquista quindi un grande valore nell’importante dimensione delle relazioni omosociali, tra uomini e uomini, ciò che porta l’autore a sottolineare la rilevanza delle associazioni maschili, le quali, mentre riaffermano la perentoria esclusione delle donne da importanti momenti della sfera pubblica, rinsaldano nell’Inghilterra di fine Ottocento i codici della mascolinità patriarcale vittoriana. Ma è nell’equilibrio fra le tre aree – la famiglia, il lavoro, le associazioni maschili – che si costruisce l’identità del maschio adulto: «Un’idea della complementarietà tra le sfere si può trovare in quell’indicatore chiave della mascolinità ormai raggiunta nel diciannovesimo secolo, l'”indipendenza”, nel senso di poter vantare nello stesso tempo un lavoro dignitoso, il mantenimento di tutta la famiglia e la libera associazione in termini di parità con gli altri uomini»[42]. Nel volgere di pochi anni, la situazione nelle società industrializzate si presentava notevolmente mutata, e non necessariamente in meglio. Le prime generazioni maschili del nuovo secolo americano adesso diventavano «colletti bianchi» molto più frequentemente di quanto capitasse ai padri, ma quel lavoro monotono e sedentario strideva con l’autorappresentazione come uomini cui erano stati educati. Aumentavano così vertiginosamente i casi di disturbi psicosomatici, attraverso i quali il corpo opponeva una sorda resistenza a una situazione vissuta come oppressiva; ma il dover ammettere una debolezza dei nervi – una condizione ben poco virile – non migliorava certo la propria autostima. Incapaci di mantenere la famiglia, gli uomini dovevano cercare di tornare al più presto al lavoro: ma per riuscirci – scrive Filene – avrebbero dovuto attraversare l’inevitabile convalescenza, «costretti a letto (come una donna) o a lunghe pedalate in campagna (come un ragazzo); avrebbero dovuto, in altre parole, prendersi una vacanza dalla propria virilità»[43].

Classicamente, come si è già accennato, la trasformazione della società in senso “moderno” pone tendenzialmente in discussione identità ed equilibri consolidati; da un punto di vista di genere, alcune risposte maschili ai processi di modernizzazione sono riconoscibili in una riaffermazione misogina e dogmatica dell’identità di genere, molto spesso all’interno di spazi sociali che escludono per definizione il genere femminile. I timori maschili che tali mutamenti generano sono individuabili, ad esempio, nella diffusa denuncia di una presunta «femminilizzazione» della società. Nell’America settentrionale di inizio Novecento, gli antidoti proposti consistevano in un rafforzamento del virile legame tra uomini (male bonding) e nella riscoperta di una mascolinità aggressiva e vigorosa. Guerra e nazionalismo non rappresentavano scenari sgraditi, come si può immaginare, agli oracoli della sventura maschile: «Questa compulsiva riaffermazione di mascolinità tradizionale era in sintonia con la ripresa di un ideale marziale tipico di una certa corrente del sentimento antimodernista alla svolta del secolo, e spinse il paese sempre più vicino alla guerra. Se, come scrisse Maurice Thompson nel 1898, “il maggior pericolo che un lungo periodo di pace stabile presenta in una nazione è quello di [produrre] tendenze effemminate nei giovani maschi”, allora la guerra poteva costituire una saggia politica per la nazione, e un rimedio per gli uomini femminilizzati»[44]. In un’opera recente, Tosh descrive la crescente propensione maschile alla «domesticità» nell’Inghilterra della prima metà dell’Ottocento, intesa come la centralità attribuita nel ceto medio urbano alla sfera familiare per la formazione dell’identità di genere dei figli maschi e per la reputazione sociale del capofamiglia adulto. Ma le qualità maschili richieste in una data società, sottolinea lo storico inglese, mutano rapidamente con il mutare del clima politico: «Non è affatto una coincidenza che il periodo d’oro della domesticità maschile, fra il 1830 e il 1860, fu in gran parte un’epoca di pace, in cui la nazione non era impensierita da minacce esterne […] a partire dal 1870 si diffuse sempre più l’opinione che la domesticità fosse sconveniente, insoddisfacente e – in ultima analisi – antimaschile […] La mascolinità addomesticata venne così a trovarsi sempre più nel mirino, nel momento in cui gli inglesi erano chiamati a colonizzare l’impero, e a difenderlo nei momenti difficili»[45].

L’idealizzazione di una mascolinità “muscolare” ha dunque origine in un contesto storico nel quale urbanizzazione, terziarizzazione e proletarizzazione assestano colpi mortali alla rappresentazione ottocentesca del vigore e dell’indipendenza maschile. «Gli ultimi uomini vittoriani – scrive Rotundo – erano ancora cresciuti con un’immagine della mascolinità che metteva l’accento sulla realizzazione personale ottenuta attraverso qualità come indipendenza e audacia. Sentendo sgretolarsi il senso della propria mascolinità, gli uomini si volsero verso fantasie che rappresentavano atti fisici eroici, leggendo romanzi sul selvaggio West e acclamando le imprese dei giocatori di baseball e football. In privato, gli uomini erano angosciati dalla condizione del proprio corpo; in pubblico, essi creavano un nuovo ideale fisico di mascolinità»[46]. Il mito del West, sviluppatosi quando l’epopea della Frontiera era ormai una realtà lontana, svolgeva quindi una funzione in un certo senso compensativa, disegnando un mondo ideale tutto al maschile, e permeava di sé un discorso politico sempre più aggressivo e virile, esemplificato dalla figura di Theodore Roosevelt (presidente degli Stati Uniti dal 1901 al 1908): «È una comunità castamente omosessuale, dove “gli uomini sono uomini” proprio in quanto si accompagnano solo a se stessi, e dove l’aggressività maschile è libera di dispiegarsi in “giochi rudi e scatenati”, magari con l’intermezzo emozionante di qualche sparatoria. Il West di Roosevelt era insomma la rappresentazione perfetta di una sfera di camaraderie maschile autosufficiente e muscolare che era complementare e speculare a quel “mondo di amore e rituali” che definiva la cultura della donna nella seconda metà dell’Ottocento»[47]. È un percorso che accomuna diversi paesi sulle due sponde dell’oceano: accenti incredibilmente simili risuoneranno negli stessi anni anche in Francia, Austria, Italia (si pensi a Marinetti e al suo inno alla guerra virile), per non parlare della Germania. «La crisi della mascolinità – scrive Badinter – è al suo culmine. Sarà la guerra, ahimè, a mettere temporaneamente fine all’angoscia maschile. Ritrovando il loro ruolo tradizionale di guerrieri, quei poveri giovani coscritti partiranno per il fronte festanti, quasi gioendo di avere finalmente l’occasione di essere uomini, dei veri uomini… »[48]. L’«uomo nuovo» è un maschio che ha trovato nuovi e tragici modi di nascondere le vecchie incertezze e ambivalenze. Alfredo Capone ha dedicato pagine quanto mai suggestive, al confine tra antropologia e storiografia, alla «percezione della guerra come un grande rito iniziatico incentrato sull’esperienza liminale della dissoluzione e della morte, sulla efficacia virilizzante della violenza e infine sulla festa del corpo collettivo omoerotico ritrovato nella Frontgemeinschaft»[49].

Un nuovo sguardo: il passato e il presente
In ambiti tematici come la guerra e il nazionalismo emerge con particolare evidenza una questione interpretativa accennata all’inizio di questa riflessione: leggere il passato (ma non solo) in termini di mascolinità non vuole dire necessariamente scoprire temi, fonti, documenti, testi, eventi o processi in sé inediti, sconosciuti; nella maggior parte dei casi, si tratta anzi di reinterpretare qualcosa che magari ha già ricevuto attenzione da parte degli storici con uno sguardo in parte nuovo, ovvero, se si preferisce, di «interrogare le fonti» in modo diverso di quanto sia già stato fatto in una prospettiva interpretativa non di genere. Così, temi come quello delle «crisi» culturali che preparano le guerre del Novecento non possono certo definirsi inesplorati: ma attraverso una lettura di genere diventano immediatamente evidenti aspetti e significati di tali processi che prima rimanevano invisibili o poco comprensibili, ma che nondimeno devono aver giocato un ruolo non trascurabile nell’economia morale dei soggetti coinvolti nei processi stessi. Ulteriori esempi di come l’ottica della mascolinità possa ampliare l’orizzonte euristico della storiografia e delle scienze sociali possono essere tratti da analisi sulle forme di mobilitazione politica e sindacale nell’Europa del Novecento. Un’interpretazione di genere dei rituali di azione collettiva dei partiti operai nella Repubblica di Weimar, secondo Karen Hagemann, evidenzia come la crescente “militarizzazione” della politica trasformasse le manifestazioni di massa degli anni Venti in veri e propri «rituali della mascolinità. Il linguaggio del corpo dominante in queste manifestazioni, caratterizzato da uno “sguardo fiero”, dai “pugni innalzati” e dal “passo di marcia”, era un linguaggio maschile»[50]. Lo stesso scenario urbano in cui prendeva forma la mobilitazione politica era un territorio tipicamente maschile: «Ancora negli anni Venti, le donne che volevano apparire “rispettabili” non potevano muoversi da sole nel loro “tempo libero” senza uno scopo evidente, nello spazio pubblico degli uomini, e non attirare l’attenzione e la disapprovazione […] Così, anche le donne proletarie dovevano superare costrizioni interiori ed esteriori se volevano muoversi in pubblico al di fuori dei ruoli e dei compiti che la società accordava loro. Ciò rendeva difficile, anche per le donne proletarie politicamente attive, partecipare da sole alle dimostrazioni o alle riunioni del movimento operaio»[51]. Anche una ricerca condotta da Francesco Piva sui tipografi italiani tra Ottocento e Novecento conduce a una rilettura di categorie interpretative consolidate. Alcune ricerche precedenti avevano considerato l’opposizione del sindacato dei tipografi all’assunzione di donne nelle mansioni qualificate, motivata con la nocività dell’ambiente di lavoro, come un segno «della progressiva maturazione di una coscienza rivendicativa che dalle questioni esclusivamente salariali si allarga ai problemi della salute in fabbrica […]»[52]. Ma gli stessi operai sono invece favorevoli a che le donne svolgano compiti di supporto ai «provetti» compositori, ciò che appare in netto contrasto con le “nobili” motivazioni sopra addotte. La lettura del dibattito su tali questioni è dunque condotta da Piva – sulla scorta anche di importanti studi sulla mascolinità – in modo da cogliervi le implicazioni relative ai ruoli di genere all’interno della famiglia, laddove il benessere di quest’ultima si ritiene «affidato “secondo legge di natura” alla responsabilità dell’uomo», oltretutto molto più adatto per la sua «fibra più forte e gagliarda»[53] al lavoro manuale. In un contesto abbastanza differente, quello dei circoli urbani operai nell’America degli anni tra le due guerre, Randy McBee ricostruisce il ruolo fondamentale che tali spazi di socializzazione svolgevano nella formazione dell’identità di genere delle nuove generazioni di lavoratori, un passaggio alla condizione adulta fortemente segnato dai rituali e dai codici della mascolinità: con il loro cameratismo solidale infatti i circoli «offrivano loro la possibilità di tendere a una mascolinità che permetteva di colmare il divario esistente fra una subcultura da scapoli e un’etica da breadwinner; un’opportunità, questa, che indubbiamente rafforzava la popolarità e l’attrattiva sociale del circolo stesso, e che inoltre consentiva agli uomini di affrontare meno drammaticamente le difficoltà economiche in cui spesso si trovavano, rendendo meno faticosa la transizione all’età adulta»[54].

Allo stesso modo, non è certamente da sottovalutare una lettura in termini di genere della dimensione iconografica, ad esempio come fonte per una storia sociale delle famiglie e delle classi, anche rintracciandovi i riflessi di transizioni di più vasta portata. Secondo Joshua Freeman, «gli ideali di mascolinità e virilità della classe operaia furono messi in crisi anche dalle trasformazioni del lavoro, specialmente dall’introduzione di nuove tecnologie che rendevano obsolete le onorate abilità artigianali, e dall’uso sempre maggiore di manodopera femminile e minorile […] Se è vero che la situazione varia da settore a settore, in termini generali pare che, nel momento in cui il diciannovesimo secolo si avviava a conclusione, la forza fisica e le abilità specifiche del mestiere divennero meno importanti nell’identità maschile della classe operaia, mentre acquistava sempre più valore la capacità del lavoratore di provvedere alla propria famiglia. Ciò potrebbe spiegare perché i ritratti fotografici di operai in posa con i simboli del loro mestiere declinassero in popolarità, mentre si diffusero sempre più quelli dei lavoratori e delle loro famiglie vestiti con i loro abiti migliori »[55]. Allo stesso modo, secondo l’autore, l’uso crescente del corpo dell’operaio maschio come simbolo della classe operaia potrebbe essere interpretato come «una reazione, almeno in parte, ai continui mutamenti della condizione operaia e delle relazioni di genere, inclusi l’accelerata meccanizzazione, l’ulteriore declino delle arti di mestiere, la sempre maggiore dominazione della corporation sull’individuo, l’ascesa della partecipazione della manodopera femminile, l’accresciuta libertà politica e sociale delle donne»[56].

Inoltre, non bisognerebbe dimenticare il vasto panorama internazionale degli studi sul cinema e sulla cultura di massa che abbiano assunto il genere – e la mascolinità – come chiave interpretativa privilegiata[57]. Anche determinati canoni estetici tra Ottocento e Novecento possono ovviamente essere sottoposti in modo efficace a tale lettura, per non parlare dell’immenso universo letterario. Rimandando ad altre sedi per un approfondimento bibliografico[58], mi limiterò in conclusione a richiamare due studi italiani che, pur muovendosi in una prospettiva prevalentemente storiografica, hanno tuttavia intrecciato con felici risultati differenti approcci disciplinari. Liliana Ellena ha mostrato come sia possibile coniugare efficacemente storiografia politica, analisi dei linguaggi cinematografici e rappresentazioni del femminile e nel maschile, nel suo studio su Mascolinità e immaginario nazionale nel cinema italiano del periodo fascista[59]; Ugo Zuccarello si è mosso in un territorio tra scienza medica, arte e politica nella descrizione dell’ideale di bellezza maschile, dove il corpo rappresentato – e il nudo in particolare – è una superficie attraversata da pulsioni normative e «virilizzanti» o, all’opposto (ma non tanto), forti tensioni omoerotiche e dionisiache[60].

L’ambito letterario è certo – non c’è bisogno di dirlo – non meno ricco di spunti per un’interpretazione in termini di mascolinità. La costruzione di un personaggio maschile viene troppo spesso analizzata con uno sguardo “neutro”, al contrario di quanto accade con i personaggi femminili (Emma Bovary non è una persona, è una donna); in realtà, nella rappresentazione letteraria comportamenti, linguaggi, identità non rimandano certo alla sola dimensione caratteriale, personale, ma evidentemente anche alla condivisione di un codice di appartenenza, sovraindividuale, e soprattutto “sessuato”. Se, ad esempio, in un romanzo (ma forse anche nell’esperienza di tutti i giorni) una determinata figura maschile risalta in negativo, poniamo, per la sua volgarità, ciò che in effetti abbiamo di fronte è proprio una certa caratterizzazione della mascolinità, e non semplicemente un tratto caratteriale o morale «umano», indifferenziato rispetto al genere. In altre parole, quando si descrive un certo modo di essere, molto spesso – per non dire sempre – ciò di cui si sta realmente parlando è un certo modo di essere uomini (o donne, ovviamente). È facile capire come la letteratura, anche a giudicare con gli occhi del profano, rappresenti da questo punto di vista un repertorio potenzialmente infinito di esempi: se un testo particolarissimo come La mite di Dostoevskij (dove la voce maschile è il racconto) ha trovato una lettrice attenta come Marina Mizzau[61], quanti spunti potrebbe offrire l’interpretazione di genere di un Brancati, per dire, di Moravia, Pasolini, ma anche – perché no – di Bianciardi, o del Calvino degli Amori difficili o di Palomar, per giungere ai più recenti (Culicchia, Scarpa, ma anche il più “vecchio” Starnone, il cui Eccesso di zelo è consapevolmente un romanzo sul maschile)? Elizabeth Badinter mette in fila un nutrito insieme di nomi che fornirebbero materiale a volontà per un’analisi della rappresentazione letteraria del maschile: da Philip Roth a Hemingway, da Bernhard a Updike, passando per Musil, Norman Mailer…[62] I percorsi di formazione dell’identità di genere, i rapporti con le donne o con gli altri uomini, la misoginia o il vecchio “gallismo” disegnano una trama vastissima di varie mascolinità che attendono tutte un’interpretazione non «asessuata»: così come da tempo, ormai, è stato molto efficacemente fatto con i personaggi e le narrazioni femminili[63]. In definitiva, è oggi lo stesso velo che copre la parzialità maschile a non attendere altro che di essere rimosso.

 


[1] Peter Filene, The Secrets of Men’s History, in Harry Brod (a cura di), The Making of Masculinities. The New Men’s Studies, Boston, Allen & Unwin, 1987, p. 103.

[2] Cfr. Victor J. Seidler, Riscoprire la mascolinità. Sessualità, ragione, linguaggio, Roma, Editori Riuniti, 1992.

[3] The Forty-Nine Percent Majority: The Male Sex-Role era l’ironico titolo di un’opera di Deborah S. David e Robert Brannon (Reading, MA, Addison-Wesly, 1976), cit. in Elisabeth Badinter, XY. L’identità maschile, Milano, Longanesi & C., 1993, p. 172.

[4] Ma quelli che una volta si definivano «subalterni» pare che siano minoranza, o «altro», per natura, anche quando rappresentano i quattro quinti del pianeta: riprendendo Geertz, Pier Giorgio Solinas si sofferma sulla presunzione di «non etnicità» dell’occhio occidentale. «L’occhio osservante […] è etnicamente neutro mentre intorno corrono a spirale correnti disordinate di gelosie distintive, le passioni inconsapevoli che si accendono di conflitti d’identità (i “disordini etnici” divenuti ormai una categoria giornalistica indiscussa): kirghisi, armeni, afghani, arabi, curdi, khmer, ma anche indios e meticci, sciiti e sikh […] La tempesta è a sua volta repressa, o trattenuta, al limite della frontiera che separa l’esterno “etnico” dall’interno non etnico […] l’occidente ha dissolto le sue pulsioni etniche non solo perché ha decifrato e rimosso i simboli delle sue identità represse, ma perché ne ha dovuto cancellare la pluralità e ridurla in un “equivalente universale” che funge da standard di coscienza non-etnica […]». Pier Giorgio Solinas, Nomi etnici e connotati di somiglianza, in “Problemi del socialismo”, n.s., n. 3, settembre-dicembre 1989, numero monografico su Identità culturali, p . 77.

[5] Roland Barthes, Miti d’oggi, Torino, Einaudi, 1974, pp. 218-219. Corsivo nel testo.

[6] Ivi, p. 231.

[7] «Compensatory history» è una definizione di Gerda Lerner, The Majority Finds Its Past: Placing Women in History, Oxford University Press, New York, 1979, cit. in P. Filene, The Secrets of Men’s History cit., p. 112.

[8] Natalie Zemon Davis, «Women’s history in transition»: the European case, in “Feminist Studies”, n. 3, 1975, citato in John Tosh, Come dovrebbero affrontare la mascolinità gli storici?, in Simonetta Piccone Stella, Chiara Saraceno (a cura di), Genere. La costruzione sociale del femminile e del maschile, Bologna, Il Mulino, 1996, p. 67. Il saggio è stato pubblicato in italiano con il titolo La storia delle donne in transizione: il caso europeo, in “Nuova DWF”, n. 3, 1977, ed è ora raccolto in Paola Di Cori (a cura di), Altre storie. La critica femminista alla storia, Bologna, CLUEB, 1996.

[9] Per un primo approccio a questo panorama di studi rimando a: Maurizio Vaudagna, Tendenze e caratteri della storiografia sul maschile, in «Rivista di storia contemporanea», a. XX, n. 1, gennaio 1991; Id., Gli studi sul maschile: scopi, metodi e prospettive storiografiche, in Sandro Bellassai, Maria Malatesta (a cura di), Genere e mascolinità. Uno sguardo storico, Roma, Bulzoni, 2000; Sandro Bellassai, Maria Malatesta, Mascolinità e storia, ivi; Claudio Vedovati, Il silenzio e la parola. Piccolo viaggio intorno ai men’s studies tra Italia e Stati Uniti, in Le parole delle pari opportunità, supplemento di “Adultità”, n. 2, novembre 1999; Robert. W. Connell, Maschilità. Identità e trasformazioni del maschio occidentale, Milano, Feltrinelli, 1996, e alla bibliografia contenuta in questi testi. Seguiranno ovviamente altre indicazioni di approfondimento.

[10] In senso lato, gli studi sul maschile comprenderebbero alcuni autori che si sono dedicati a un recupero dell’integrità maschile minacciata dai processi di modernizzazione; qualcuno giunge a una esplicita accusa al femminismo di aver reso gli uomini moderni «più deboli», e auspica una riconquista del «maschile profondo» come carattere archetipico positivo. È il caso ad esempio degli statunitensi Warren Farrell e Robert Bly, le cui opere sono state tradotte anche in italiano. Ad essi si ispirano i «maschi selvatici» italiani, guidati da Claudio Risè.

[11] Ma facevano già il punto alla fine del decennio precedente le raccolte di saggi di H. Brod, (a cura di), The Making of Masculinities cit., e Michael S. Kimmel, Changing Men. New Directions in Research on Men and Maculinity, London, Sage, 1987; J. A. Mangan, James Walvin (a cura di), Manliness and Morality. Middle Class Masculinity in Britain and America 1800-1940, Manchester, Manchester University Press, 1987. Seguirono poi Mark C. Carnes, Clyde Griffin, Meanings for Manhood. Constructions of Masculinity in Victorian America, Chicago, University of Chicago Press, 1990; Michael Roper, John Tosh (a cura di), Manful Assertions. Masculinities in Britain since 1800, London, Routledge, 1991; Harry Brod, Michael Kaufman (a cura di), Theorizing Masculinities, Thousand Oaks, Sage, 1994; Michael Kimmel, Manhood in America. A cultural History, New York, The Free Press, 1996. Nel 1993 la rivista sociologica statunitense “Theory and Society” dedicava inoltre un importante numero monografico alla mascolinità (a. XXII, n. 5, ottobre 1993).

[12] Simonetta Piccone Stella, Chiara Saraceno, Introduzione a Eadd. (a cura di), Genere cit., p. 27.

[13] J. Tosh, Come dovrebbero affrontare la mascolinità gli storici? cit., p. 68.

[14] R. W. Connell, Maschilità cit., p. 30. «I ruoli sessuali interiorizzati contribuivano alla stabilità sociale, alla salute mentale e allo svolgimento di tutte le funzioni sociali necessarie». Ivi, pp. 30-31.

[15] Gayle Rubin, The Traffic in Women: Notes on the ‘Political Economy’ of Sex, in R. Reiter (a cura di), Toward an Anthropology of Women, New York, Monthly Review Press, 1975, cit. in Tim Carrigan, Bob Connell, John Lee, Toward a New Sociology of Masculinity, in H. Brod (a cura di), The Making of Masculinities cit., p. 82 e passim. Una traduzione in italiano del saggio è stata pubblicata con il titolo Lo scambio delle donne in “Nuova DWF”, n. 1, 1976.

[16] T. Carrigan, B. Connell, J. Lee, Toward a New Sociology of Masculinity cit., p. 80.

[17] S. Piccone Stella, C. Saraceno, Introduzione cit., pp. 8-9.

[18] Ivi, p. 31.

[19] Gianna Pomata, La storia delle donne: una questione di confine, in AA.VV., Il mondo contemporaneo. Gli strumenti della ricerca, vol. X, Questioni di metodo, t. 2, Firenze, La Nuova Italia, 1983, p. 1444.

[20] H. Brod, The Case for Men’s Studies, in Id. (a cura di), The Making of Masculinities cit., p. 46. Oggi, aggiunge, «gli occhi nostalgici degli uomini che guardano con rimpianto agli anni ’50, apparentemente l’ultima epoca in cui gli uomini erano uomini e ognuno sapeva cosa questo significasse, dimenticano che quello era anche un periodo di diffusa paura, fra i bianchi del ceto medio, di essere demaschilizzati trasformandosi in uomini aziendali robotizzati nei loro completi di flanella grigia d’ordinanza. Uno dei film-simbolo del decennio, Rebel without a cause, contiene scene in cui la delinquenza giovanile del personaggio interpretato da James Dean è esplicitamente legata al fatto che il padre indossasse un grembiule. Gli anni ’50 erano anche l’era dei beatniks, e il decennio fu annunciato dalla prima rappresentazione, nel 1949, di Death of a Salesman di Arthur Miller, a tutt’oggi la più eloquente e drammatica messa in scena, a mio parere, dei dilemmi del maschio americano medio dell’era contemporanea». Ivi, pp. 46-47.

[21] T. Carrigan, B. Connell, J. Lee, Toward a New Sociology of Masculinity cit., p. 98 (corsivo mio).

[22] E. Badinter, XY. L’identità maschile cit., p. 21.

[23] David D. Gilmore, La genesi del maschile. Modelli culturali della virilità, Firenze, La Nuova Italia, 1993, p. 254.

[24] Ivi, pp. 256-257.

[25] J. Tosh, Come dovrebbero affrontare la mascolinità gli storici? cit., pp. 69-70.

[26] Ivi, pp. 84-85.

[27] R. W. Connell, Maschilità cit., p. 42.

[28] J. Tosh, Come dovrebbero affrontare la mascolinità gli storici? cit., p. 84. «Non è certo un caso che il primo scandalo omosessuale moderno si verificasse nel 1880, quando la tendenza delle classi agiate a frequentare i club era particolarmente accentuata e l’età da matrimonio (intorno ai trenta per gli uomini) era piuttosto avanzata, se si considerano i periodi precedenti. Qualsiasi indizio di impulsi erotici o eccessi sentimentali fra uomini, come si verificavano comunemente nella società bene della generazione precedente, adesso erano diventati sospetti». Ivi, pp. 78-79. Cfr. anche E. Badinter, XY. L’identità maschile cit., pp. 154 sgg.

[29] Ho trattato questi temi nel mio La morale comunista. Pubblico e privato nella rappresentazione del Pci (1947-1956), Roma, Carocci, 2000.

[30] D. G. Gilmore, La genesi del maschile cit., p. 233.

[31] Ivi, p. 242.

[32] Naturalmente la discriminazione “sessuata” non riguarda solo i migranti uomini: alle donne vengono attribuite altrettante caratteristiche negative in cui è riconoscibile un codice di genere, dove cioè si rappresenta la devianza da un presunto «dover essere» di genere universale (ad esempio, si dice che sono sporche, ecc.: è un attacco alla loro “femminilità”).

[33] R. W. Connell, Maschilità cit., p. 66. Per prime indicazioni sulla letteratura che ha intrecciato genere e razza, cfr. la bibliografia ivi citata.

[34] E. Anthony Rotundo, Body and Soul: Changing Ideals of American Middle-Class Manhood, in «Journal of Social History», vol. 16, n. 4, estate 1983, p. 93.

[35] M. S. Kimmel, The Contemporary “Crisis” of Masculinity in Historical Perspective, in H. Brod, (a cura di), The Making of Masculinities cit., p. 144.

[36] Keith McClelland, Some Thoughts on Masculinity and the ‘Representative Artisan’ in Britain, 1850-1880, in “Gender & History”, Vol. 1, n. 2, estate 1989, p. 166.

[37] J. Tosh, Come dovrebbero affrontare la mascolinità gli storici? cit., p. 83.

[38] Dionigi Albera, Patrizia Audenino, Paola Corti, I percorsi dell’identità maschile nell’emigrazione, in «Rivista di storia contemporanea», n. 1, gennaio 1991, p. 81.

[39] Jane Schneider, Peter Schneider, Culture and Political Economy in Western Sicily, New York, Academic Press, 1976, p. 102, citato in Gabriella Gribaudi, Mediatori. Antropologia del potere democristiano nel Mezzogiorno, Torino, Rosenberg & Sellier, 1991 (I ed. 1980), p. 87.

[40] J. Tosh, Come dovrebbero affrontare la mascolinità gli storici? cit., pp. 72-73.

[41] Ivi, p. 78.

[42] Ivi, p. 79.

[43] Peter G. Filene, Him/Her/Self. Sex Roles in Modern America, Baltimore-London, The Johns Hopkins University Press, 1986, p. 74. La prima edizione è del 1975.

[44] M. S. Kimmel, The Contemporary “Crisis” of Masculinity cit., p. 147. Corsivo mio.

[45] John Tosh, A Man’s Place. Masculinity and the Middle-Class Home in Victorian England, New Haven-London, Yale University Press, 1999, pp. 6-7. Corsivo mio.

[46] E. A. Rotundo, Body and Soul cit., p. 32.

[47] Arnaldo Testi, L’autobiografia di Theodore Roosevelt: la faticosa costruzione di un forte e maschio carattere, in «Rivista di storia contemporanea», n. 1, gennaio 1991, p. 51.

[48] E. Badinter, XY. L’identità maschile cit., p. 27.

[49] Alfredo Capone, Corporeità maschile e modernità, in Sandro Bellassai, Maria Malatesta (a cura di), Genere e mascolinità. Uno sguardo storico, Roma, Bulzoni, 2000, p. 208. «Il fascismo, in effetti, recepisce l’identificazione tra nazione e Bund maschile e rimodella quest’ultimo sull’esperienza iniziatica della guerra che aveva fatto coincidere maschilità e violenza. Come andavano facendo i Freikorps , anche il fascismo fa del rito virile del sangue il principio, più che dell'”uomo nuovo”, del “maschio nuovo” e lo squadrismo, nell’ottica männerbündnisch, lascia scorgere una fisionomia precisa: quella di un rito iniziatico, dove morte, violenza e omoerotismo cameratesco esibiscono un meaning peculiare, la rilegittimazione della corporeità maschile». Ivi, p. 215.

[50] Karen Hagemann, Men’s Demonstrations and Women’s Protest: Gender in Collective Action in the Urban Working-Class Milieu during the Weimar Republic, in «Gender & History», Vol. 5, n. 1, primavera 1993, p. 106. «Questo stile, inteso a esprimere disciplina, cameratismo e attitudine alla lotta, attirava in particolare i giovani. Ai loro occhi simbolizzava non solo “vigorosa mascolinità”, ma anche “razionalità”, e in tal modo si collegava alla tendenza diffusa verso una “razionalizzazione” di ogni settore di lavoro e di vita» (Ivi, p. 108).

[51] Ivi, p. 107.

[52] Francesco Piva, Una contesa di genere nel lavoro tipografico, in «Passato e presente», a. XIV, n. 37, gennaio-aprile 1996.Ivi, p. 111.

[53] Ivi, p. 117.

[54] Randy McBee, “He Likes Women More Than He Likes Drink and That Is Quite Unusual”: Working-Class Social Clubs, Male Culture, and Heterosocial Relations in the United States, 1920s-1930s, in “Gender & History”, vol. 11, n. 1, aprile 1999, p. 94.

[55] Joshua Freeman, Hardhats: Construction Workers, Manliness, and the 1970 Pro-War Demonstrations, in «Journal of Social History», vol. 26, n. 4, estate 1993, pp. 727-728.

[56] Ivi, p. 729.

[57] Cfr. per un primo orientamento le indicazioni suggerite da M. Vaudagna, Gli studi sul maschile: scopi, metodi e prospettive storiografiche cit..

[58] Cfr., tra gli altri: P. Filene, The Secrets of Men’s History cit.; E. Badinter, XY. L’identità maschile cit.; A. Testi, L’autobiografia di Theodore Roosevelt cit.; M. Vaudagna, Tendenze e caratteri della storiografia sul maschile, cit.

[59] Liliana Ellena, Mascolinità e immaginario nazionale nel cinema italiano degli anni Trenta, in S. Bellassai, M. Malatesta (a cura di), Genere e mascolinità. Uno sguardo storico cit.

[60] Ugo Zuccarello, Omosessualità maschile e modelli di virilità, ivi.

[61] Marina Mizzau, Un conflitto di silenzi, postfazione a Fëdor Dostoevskij, La mite, Milano, Bompiani, 1980.

[62] E. Badinter, XY. L’identità maschile cit., passim. Un vero e proprio elenco di «romanzi che illustrano la condizione maschile contemporanea» è fornito alle pp. 247-250.

[63] Per tutti rimando a Maria Rosa Cutrufelli, Creazione e critica letteraria al femminile, in Ethel Porzio Serravalle (a cura di), Saperi e libertà. Maschile e femminile nei libri, nella scuola e nella vita, Milano, Polite-Associazione Italiana Editori, Milano, 2000 (è il primo vademecum del Progetto Polite).

Maschile Plurale

"Raffina i sentimenti, trasgredisci i rituali"

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