Un pastiche. Riflessioni sul DDL Pillon

  Il disegno di legge prodotto dal sen. Simone Pillon (Lega), condiviso da altri firmatari tra cui il sen. Giarrusso (M5S), viene presentato nel sito Colibrì (Coordinamento Interassociativo Libere Iniziative per la Bigenitorialità e le Ragioni dell’Infanzia) con la stessa enfasi che quasi sempre accompagna i provvedimenti presi dall’attuale governo e le iniziative della maggioranza che lo sostiene. Leggiamo infatti che “il disegno è a dir poco rivoluzionario, e (…) rimane e rimarrà una dorsale evolutiva nel pieno rispetto della Bigenitorialità (…)” e “rispecchia pienamente la sollecitazione agli Stati membri proveniente dal Consiglio d’Europa di introdurre nelle legislazioni nazionali il principio della shared residence (…)”

   Troppo facile osservare come questa volontà di adeguarsi agli standard europei nasca da due organizzazioni politiche che, in maggiore o minore misura, fanno costantemente dell’antieuropeismo uno dei loro cavalli di battaglia!

   Il disegno di legge, ci informano, è sostenuto da varie organizzazioni di padri separati, alcune a livello nazionale, altre operanti a livello locale un po’ in tutto il Paese.

   Nella relazione illustrativa al testo si sostiene che è stata un fallimento la legge vigente che dal 2006 prevede come forma privilegiata l’affidamento formalmente (o legalmente) condiviso, e si portano ad esempio i dati sull’affido concretamente paritetico (situazione in cui i minori trascorrono almeno il 30% del tempo presso il genitore meno coinvolto), stimato in Italia attorno al 4%, mentre i minori che ne usufruiscono in altri Paesi rappresentano percentuali ben più alte. Di contro l’affidamento materialmente esclusivo dei minori viaggia in Italia a più del 90%. Le statistiche citate per gli altri Paesi appaiono comunque incomplete e contraddittorie.

   Va premesso che è quasi un luogo comune dire che oggi ci si separa di più, che una maggiore consapevolezza di sé, dei propri desideri, rende più difficile la sopravvivenza di unioni senza amore, tenute in piedi solo per “occhio di mondo” o per “il bene dei figli”. In realtà il fenomeno è reale e rilevante, e già negli anni ’90 un’acuta psicologa come Donata Francescato poteva affermare che

dove è maggiormente mutata la condizione femminile tanto più è elevato il tasso di separazioni.

In altri termini quando la donna lavora di più, guadagna di più, è più secolarizzata, più emancipata, più politicizzata, più interessata al mondo esterno oltre all’ambito familiare, ci si separa di più. (1)

   La società vive, come sappiamo, di continue trasformazioni: i cambiamenti che fino alla prima parte del secolo scorso avvenivano lentamente hanno poi subito accelerazioni sempre più violente, legate all’abbandono delle campagne e alla parallela urbanizzazione, all’ingresso massiccio delle donne nel mondo del lavoro, all’affermarsi del consumismo. E tuttavia, se possiamo riconoscere da un lato che il modello di famiglia patriarcale è stato profondamente intaccato, dall’altro è del tutto evidente che resistono vecchie abitudini, una divisione del lavoro in ambito familiare che obbedisce ancora a vecchi parametri, che insomma il tempo dedicato alla cura della casa, dei figli, di adulti e anziani non autosufficienti non subisce poi variazioni così significative ed è ancora in gran parte a carico delle donne, anche fra le ultime generazioni.

   I dati ISTAT, che io sappia, non sono purtroppo aggiornati. L’ultimo studio, relativo all’anno 2008-2009, utilizza l’indice di asimmetria del lavoro familiare, che misura quanta parte del tempo dedicato da entrambi i partner al lavoro domestico, di cura e di acquisti di beni e servizi è svolto dalle donne. Nel 2008-2009 il 76,2% del lavoro familiare delle coppie è ancora a carico delle donne, valore di poco più basso di quello registrato nel 2002-2003 (77,6%). (2)

   L’indice risulta poi maggiore se ci si sposta da nord a sud, così come tende invece ad assottigliarsi in presenza di un titolo di studio più prestigioso della donna.

   E inoltre nel lavoro di cura dei figli piccoli le mamme rispondono alle più diverse esigenze dei figli. La gran parte del lavoro di cura delle madri è rappresentato da cure fisiche o sorveglianza (…); nel caso dei padri il tempo è soprattutto dedicato ad attività ludiche, che sono anche le sole per le quali l’indice di asimmetria assume valori inferiori al 50%, per la precisione il 41,5% del tempo dedicato al gioco da entrambi i genitori, a significare che è maggiore la porzione di tempo relativa ai padri. Infine, sono ancora più numerose dei padri, le madri coinvolte nell’aiutare i figli quando devono fare i compiti scolastici: in un giorno medio, il 19,3% delle madri contro il 4,8% dei padri segue i figli nei compiti a casa. (3)

   Che considerazioni trarre da questi dati? Quello che, ad una impressione superficiale, appare come un aspetto confortante che testimonierebbe un maggiore coinvolgimento dei padri nella vita della prole, si rivela in definitiva verità parziale che ci ammonisce a non essere eccessivamente ottimisti. Sì, girando per le nostre città il sabato o la domenica vediamo giovani padri che spingono la carrozzina: è un bicchiere mezzo pieno, la fotografia di una realtà che va mutando, ma troppo lentamente. Le donne continuano in sostanza a svolgere i compiti di sempre, sobbarcandosi per di più, se impegnate professionalmente, quella che è stata definita con felice sintesi doppia presenza, oscillando tra produzione e riproduzione, lavoro per il mercato e lavoro per sé, per i familiari e per la casa; gli uomini continuano a dedicare al lavoro di cura uno spazio residuale, comunque molto più contenuto rispetto a quello delle compagne, anche quando si allontanano provvisoriamente o stabilmente dall’attività lavorativa. E se padri, come ci dicono le statistiche, continuano a dare con parsimonia il segno della loro presenza, preferendo in ogni caso giocare con i figli, andare insieme a loro in bicicletta o portarli allo stadio, piuttosto che dargli il biberon da piccoli o, ancora meno, cambiargli i pannolini. Dunque i paragoni di cui sopra, con altri Paesi europei, evidentemente più evoluti del nostro e più propensi al raggiungimento della parità di genere, sono fuori luogo.

   Ora, non c’è dubbio che vi sia una precisa linea di continuità nelle dinamiche di funzionamento tra il “normale” corso di una famiglia e la rottura di questa “normalità” a causa di una separazione o, tanto più, del conseguente divorzio. Oltre al dolore che la rottura di un legame porta con sé, le conseguenze pratiche che si riverberano sugli ex coniugi penalizzano entrambi, anche se in misura diversa: è vero che il padre quasi sempre lascia l’abitazione, si allontana dai figli e a volte deve farsi carico di un assegno di mantenimento che può essere congruo per le esigenze di chi lo riceve ma eccessivamente penalizzante rispetto al suo reddito; la madre però, nella stragrande maggioranza dei casi, viene ulteriormente sovraccaricata di lavoro, è meno visibile socialmente e quindi meno disponibile, anche contro la sua volontà, a scelte di cambiamento. In definitiva le dinamiche presenti nella famiglia si ripropongono, dilatate ed esasperate, dopo la rottura della sua unità.

   L’altra premessa riguarda una questione che viene sollevata dalle associazioni dei padri separati: la perdita di prestigio e di autorità dei padri. Viene segnalato l’indebolimento di un rapporto verticale fondato sulla gerarchia che spesso si intreccia con il mutare, in peggio, delle condizioni economiche, il palesarsi, a partire dall’adolescenza dei figli, di una relazione fondamentalmente orizzontale, dove il padre, anziché portare, per così dire, dall’esterno la sua autorità, ricerca nel rapporto con i figli un’autorità che ha perduto. Problemi reali, cui però spesso viene data una risposta che rischia di avvitarsi in due direzioni entrambe regressive, che si intrecciano in modo ambivalente: appunto l’illusoria ricerca di una dimensione autoritaria, fondata sul comando gerarchico, o il rifugiarsi nella dimensione amicale dell’eterno adolescente, “migliore amico” dei figli. Dimensioni accomunate dalla stessa tragica inadeguatezza, frutto dello spiazzamento dei padri di oggi, all’interno di una crisi di valori, di modelli, di linguaggi, che può essere positiva se non si avvita su sé stessa ma riesce dare vita a reali sbocchi in direzione di un cambiamento che possa superare logiche e rituali obsoleti.

      Il padre separato reclama comunque i suoi diritti, e lo fa spesso nel modo sbagliato. Ed è singolare osservare la situazione paradossale di padri che nell’ambito di un rapporto di coppia ancora funzionante si sono disinteressati, in tutto o in parte, della cura dei figli, e che invece, consumata la rottura della relazione, rivendicano con forza il diritto a esercitare quelle incombenze che si vedono sottratte, quantomeno parzialmente. Il diritto di vedere con continuità i figli, che si intreccia indissolubilmente col diritto di essere visti, e cioè di potersi finalmente proporre come modelli da seguire e rispettare, ciò che non è per niente facile perché si tratta, in qualche modo, di reinventarsi, e reinventare consuetudini, linguaggi, codici, gestualità, di rispettare tempi spesso sottratti all’antica linearità, di confrontarsi con le diverse sensibilità legate all’età e al sesso. Si tratta anche di sottrarsi, come padri e come uomini, alla trappola di un’alternativa che logora e immiserisce le relazioni, quella tra la riproposizione di un potere patriarcale, anacronistico e arrogante, e il cieco annaspare in un’eterna adolescenza: alternativa, a ben vedere, più apparente che reale, in quanto fondata sulla medesima fragilità e incapacità di imboccare con decisione la strada del cambiamento di sé. Nell’essere padri, in definitiva, occorre cogliere il senso più profondo di una trasformazione che parta dal proprio bisogno e passi non dalla soppressione della figura paterna ma dalla modifica della sua immagine stereotipata.

   Cosa possiamo dire delle numerose associazioni di padri separati, sorte in Italia in questi ultimi anni? Visitando i loro siti, ci si può rendere conto della loro ambivalenza: segnalano infatti l’esistenza di un problema reale, quello del dolore e della sofferenza legati alla fine di un rapporto d’amore, cercano in qualche caso di operare con la sensibilità dell’ascolto partecipe e il pragmatismo necessario a inquadrare e risolvere i problemi (psicologici, legali, economici) che le separazioni portano con sé, ma nello stesso tempo, e sono la maggioranza, esprimono posizioni e manifestano atteggiamenti di forte ostilità nei confronti delle ex mogli, compagne o fidanzate, accusate nella quasi totalità dei casi di avere provocato per l’appunto la cessazione della relazione e di avere assunto un comportamento di rivalsa, danneggiando il partner abbandonato sotto l’aspetto economico e psicologico, sottraendogli la possibilità di una consuetudine stabile con i figli se non arrivando ad alienargliene l’affetto. Senza voler minimamente stilare classifiche di merito, si può grosso modo stabilire una sorta di linea di demarcazione tra associazioni che operano nel concreto come reti di sostegno e altre che invece sembrano puntare maggiormente a esacerbare i conflitti, prendendo posizione a favore di una delle parti in causa, ovviamente quella maschile, anche se non è inconsueto trovare entrambi gli aspetti all’interno della stessa associazione.

   Le posizioni predominanti in questo universo si ispirano agli scritti di Claudio Risé, che pur negando di volersi rifare a modelli del passato, avversati nei loro aspetti “machisti” e pesantemente gerarchici, è preoccupato dal pericolo della svalutazione della figura del padre, e del venir meno della famiglia, minacciata dagli aspetti più “nefasti” della modernità, individuati tra l’altro, non per caso, nelle leggi sul divorzio e sull’aborto.

   Alcune associazioni, prendendo le parti di padri che avrebbero subito pesanti discriminazioni e di figli che sarebbero stati istigati dalle madri a nutrire verso di essi avversione e rancore, chiamano in causa la cd. PAS (sindrome da alienazione parentale), inventata da uno psichiatra americano, Richard Gardner, che si basa su presupposti apparentemente rigorosi ma che in realtà non ha trovato alcun riconoscimento nella comunità scientifica. Ciononostante, tuttavia, i tribunali di alcuni Paesi, negli USA in particolare, vi fanno riferimento ed è appunto basandosi su tale circostanza che alcune associazioni italiane ne rivendicano la legittimità e l’importanza. Di fatto essa parte da disagi reali dei bambini, che si traducono spesso in atteggiamenti di rifiuto nei confronti di uno dei genitori (quasi sempre il padre), per attribuirli alla manipolazione effettuata dall’altro genitore (quasi sempre, specularmente, la madre). A completare il quadro, la perplessità sulla fondatezza scientifica della teoria è corroborata dal fatto che Gardner aveva anche mentito sulle sue qualifiche, attribuendosi una inesistente cattedra di docente universitario. Sulla PAS, lo cito perché mi sembra interessante, nel Forum Figli Negati interviene il 21.11.2012 il sig. Sergio Sanguineti col testo MADRI MALEVOLE + PAS = Merda minorile, così si distruggono i rapporti genitoriali: si tratta del padre di un ragazzo che a suo dire la madre avrebbe manipolato trasmettendogli odio e rancore nei suoi confronti. Le sue espressioni sono particolarmente crude:

ECCO CHE COSA PRODUCONO (ed HANNO PRODOTTO) QUARANT’ANNI DI NAZIFEMMINISMO BEN MISCELATO CON LA P.A.S. (…)

Importante è che, con le solite idiote frasi-cliché e “di gergo” (nelle relazioni e nei provvedimenti emessi dai vari tribunali), in realtà sia mantenuta la lauta greppia, l’occupazione e il reddito indotto, sicuro riferimento in termini di voti e potere per tutti questi insulsi sinistri post-sessantottini, in pratica menefreghisti e falsamente panapprensivi “democratici garantisti tutori” della “genitorialità” e del “preminente e supremo interesse del minore”

      Questo è il contesto nel quale si inserisce il DdL Pillon. Condivisibile in teoria: come non essere d’accordo sulla piena applicazione dell’affidamento condiviso e sulla piena responsabilizzazione di entrambi i genitori? In teoria. In pratica mi fa venire in mente, per via del titolo, Il mondo perfetto, un vecchio film di Clint Eastwood, ambientato in un’America che si accingeva ad assistere all’assassinio di JFK e, per utilizzare una frase abusata, a perdere la propria innocenza (ammesso che l’avesse mai avuta): in un mondo perfetto non ci sarebbero separazioni, ma, se proprio non potessero farne a meno, mariti e mogli si lascerebbero senza traumi e senza rancori, e da genitori consapevoli si dividerebbero equamente i compiti e accudirebbero i figli con pari amore e dedizione, né, godendo i coniugi di pari reddito, ci sarebbero recriminazioni o questioni di soldi… ma non viviamo in un mondo perfetto, un mondo che esiste solo nella fantasia del sen. Pillon, un mondo costruito allo scopo di difendere a tutti i costi la famiglia tradizionale, quella fondata rigorosamente sul papà e sulla mamma, allo scopo di riaggiustarne in qualche modo i cocci quando si è spezzata, anche quando la violenza, quasi sempre maschile, ha squarciato il velo della messa in scena ipocrita da Mulino bianco (ma non ci sarà più un’attribuzione di colpa, visto che l’art. 19 abolisce il vecchio comma che la regolamentava), allo scopo di legittimare ulteriormente una visione delle cose di stampo patriarcale, proprio mentre il patriarcato, morto e non ancora sepolto, fa vibrare in aria gli ultimi micidiali colpi di coda.

   In dettaglio, come notava l’avv. Annamaria Bernardini De Pace (la Repubblica, 24.8 c.a.) e come notano le amiche di D.i.Re, sono quattro i cardini del DdL:

  1. a) mediazione obbligatoria
  2. b) tempi paritari ed equilibrio tra i genitori
  3. c) eliminazione dell’assegno di mantenimento
  4. d) lotta all’alienazione genitoriale

   Sul punto a) è francamente incomprensibile che si aggiunga al giudice dei minori, spesso figura di grande equilibrio, umanità e professionalità (e qui sono forse condizionato dal ricordo struggente di Francesca Morvillo), un consulente o mediatore che, a stare al testo del DdL, potrebbe anche non avere una valida formazione nel campo (chi potrebbe impedire l’intervento dell’ultimo degli avvocaticchi, regolarmente iscritto all’Albo?) e che nel migliore dei casi, in presenza di situazioni di particolare violenza, potrà fare ben poco per ridurre la portata dei conflitti, oltre a costituire un aggravio di spese (gratuito solo il primo incontro).

   Il punto b) delinea in modo esemplare l’ideologia sottesa al DdL, che si illude di correggere con un tratto di penna secoli di asimmetria nelle relazioni e nel carico effettivo di responsabilità che, come abbiamo visto, gravano pesantemente sulle donne. Il cd. piano genitoriale, poi, che dovrebbe regolare responsabilità genitoriali e stili di vita dei minori, fa tanto pensare ai piani quinquennali della vecchia URSS (e qui salta all’occhio un altro paradosso, quello di un leghista attratto da logiche bolsceviche!). Inoltre, proprio mentre afferma di avere a cuore soprattutto l’interesse dei minori, li obbliga di fatto a saltare come trottole dalla casa di mamma alla casa di papà, con evidenti disagi: siamo stati tutti bambini e, come tali, estremamente attaccati alle nostre abitudini, alle nostre camerette col letto, la scrivania e il poster della cantante o del calciatore preferito alla parete, felici di trascorrere una o due notti fuori casa, per il senso della novità o dell’avventura, ma forse meno disposti a farlo per almeno dodici volte in un mese, per decreto (cfr. art. 11).

   Il punto c) è quello che maggiormente incide sulla disparità economica dei coniugi: sparito l’assegno di mantenimento e introdotto il piano genitoriale, ognuno provvederà per proprio conto ai figli nel periodo di permanenza presso di sé, e il giudice, ove strettamente necessario e solo in via residuale, potrà disporre a carico di uno dei genitori la corresponsione di un assegno periodico per un tempo determinato a favore dell’altro. Ma nel caso di violazione degli obblighi di assistenza familiare spariscono comunque le relative sanzioni (cfr. art. 21). Da notare poi che non potrà risiedere nella casa familiare il genitore che non ne sia titolare, e quindi sparisce la sua automatica assegnazione al genitore collocatario dei minori in via prevalente, e cioè la madre nella maggioranza dei casi (cfr. art. 14).

   L’ultimo punto è di fatto una reintroduzione “dalla finestra” della famigerata PAS: non è il caso di soffermarcisi oltre. Basti aggiungere che è previsto che, quando la condotta di un genitore è volta ad ostacolare il mantenimento dei rapporti del figlio con l’altro genitore, il giudice può adottare provvedimenti punitivi e – attenzione! – può farlo “anche quando – pur in assenza di evidenti condotte di uno dei genitori – il figlio minore manifesti comunque rifiuto, alienazione o estraniazione con riguardo ad uno di essi.” (cfr. art. 17).

   Il discorso potrebbe continuare in modo più esaustivo, ma occorrerebbero due qualità che non posseggo: la necessaria competenza giuridica e la pazienza di un certosino. Mi fermo qui, dunque, sperando che si possa fermare anche l’iter del DdL.

Mario Simoncini

 

NOTE

(1)  Donata Francescato, Quando l’amore finisce, Bologna, Il Mulino, 1992, p. 157

(2) La divisione dei ruoli nelle coppie, Istat, 10 novembre 2010, p. 1

(3) Ivi, p. 15

Maschile Plurale

"Raffina i sentimenti, trasgredisci i rituali"

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