Mar 2012 “Forza Giustizia e Temperanza” Una discussione in rete

Mar 2012 “Forza Giustizia e Temperanza
Una discussione in rete

Sul numero 100 della rivista Via Dogana, Marzo 2012, è comparso  l’articolo di Luisa Muraro “Al limite, la violenza”. Si tratta dell’anticipazione di un breve saggio , Dio è violent…!, che uscirà in giugno a cura dell’editrice Nottetempo di Roma e che si trova in rete sul sito dell’Associazione internazionale delle filosofe.


Abbiamo già incrociato il tema diverse volte: è per questo che volentieri pubblichiamo questi interventi di Luisa MuraroGiancarla CodrignaniMonica LanfrancoDaniele Barbieri, Gianluca Ricciato, Simonetta Fiori, Fiorella Cagnoni, Lorenzo Gasparrini, Marco Bascetta,

L’articolo di Muraro è stato rilanciato dalle pagine di Repubblica da parte di Simonetta Fiori, che ha dato conto anche delle prime reazioni; ha suscitato una risposta da parte di Giancarla Codrignani e di Monica Lanfranco sulle pagine on line del Paese delle donne, mentre all’intervento di Monica Lanfranco ha risposto, dal suo blog, Daniele Barbieri.  Sul blog di Daniele Barbieri è intervenuto fra gli altri Gianluca Ricciato, mentre ospitiamo volentieri l’intervento di Fiorella Cagnoni…

Mar 2012 Al limite, la violenza
di Luisa Muraro
già pubblicato in “via dogana”, 100, Marzo 2012
e sul sito dell’Associazione internazionale delle filosofe.

La predicazione antiviolenza non manca certo di argomenti morali ma le manca ormai un punto di leva per sollevare le giuste pretese e abbassare l’arroganza dei potenti. Anticamente il punto di leva era la parola divina; modernamente è stato l’ideale del progresso. Che oggi è morto, al pari e forse più di Dio. Oggi, a causa della competizione globale, esasperata dalla crisi in corso, l’idea che sia possibile stare meglio tutti non agisce più; prevale quella che il meglio sia per alcuni a spese di altri.

La costatazione che non siamo più animati dal sogno di stare tutti meglio, è un colpo mortale all’ideale dell’uguaglianza e alla politica dei diritti. E impone di riaprire il discorso sull’uso della forza. C’è una violenza nelle cose e fra i viventi che prelude a un ritorno della legge del più forte: dobbiamo pensarci.

Il discorso può aprirsi dicendo semplicemente che, in certi contesti, a certe condizioni, è opportuno non usare tutta la forza di cui si dispone. Bisogna però tenerla a disposizione, se non si vuole che altri se la prendano: alla propria forza non si rinuncia senza soccombere ad altre forze. Si tratterà dunque di dosarla senza perderla.

La predicazione antiviolenza vorrebbe farci credere che la misura giusta la fisserebbe il confine tra forza e violenza: no, lo sconfinamento tra l’una e l’altra spesso è inevitabile. La misura da cercare è nella coincidenza fra la giustezza e la giustizia dell’agire, coincidenza che va cercata non dico a tentoni, ma quasi. La giustezza (che è parente dell’efficacia) è soprattutto dei mezzi, la giustizia è soprattutto dei fini. La loro rispondenza, sempre da ri-cercare, si oppone al cinismo del fine che giustificherebbe i mezzi, ma anche alla paralisi di un agire tutto conforme alle regole stabilite. Ed è un nome della politica.

Dosare l’uso della forza di cui si dispone fa parte della strategia dell’agire politico non come un’opzione qualsiasi ma come un sapere necessario; lo insegna molto bene l’antico filosofo taoista Sun-Tzu nell’Arte della guerra. La giustizia, per il generale che comanda l’esercito, consiste nell’obbedire agli ordini dell’Imperatore, ma il generale sa che “ci sono ordini dell’Imperatore ai quali non si deve obbedire”: bisogna saperlo se vogliamo accorciare le distanze fra la cosa giusta da fare qui e ora, e la giustizia del nostro fare, riconoscibile anche domani e dopodomani.

In seconda battuta deve venire, logicamente, un’aperta discussione sull’idea di violenza giusta.

Il nostro sistematico non chiamare in causa Dio (che ha le sue buone ragioni), ce la rende forse una questione improponibile, perché la violenza giusta è per definizione violenza divina, ossia manifestazione di un essere per essenza giusto. Che non è certo l’essere umano. Tra i nomi divini c’è anche Sole di giustizia. Non esiste? Pazienza, ci faremo luce con le candele, ma le verità teoriche restano tali anche in assenza di fatti, e teniamole presenti.

Altrimenti, in base a quello che capita di fatto tra gli umani, si crede che la violenza sia in sé cattiva. E si prepara il terreno per sostenere che essa si giustifica unicamente se il suo uso viene regolato per legge. Si sorvola così sul fatto che il diritto usa la violenza come uno strumento per scopi che il diritto stesso dichiara tali, giusti: un circolo vizioso dal quale non si esce senza spezzano, dato che il diritto vigente rispecchia lo stato dei rapporti di forza e la violenza non gli è certo estranea. Cose già dette e risapute. Possiamo far finta d’ignorarle? Si tratta di pensare una violenza che non è strumento di nessuno, che il diritto non può fare sua giustificandola, e nessuno può farla sua, manifestazione di una giustizia che ci oltrepassa dalla quale, però, noi umani possiamo lasciarci usare, consapevoli del rischio inevitabile di cadere in errori ed eccessi. Dunque, violenza giusta non come categoria del diritto, al contrario, le cui condizioni storiche il diritto non può codificare, solo riconoscere a posteriori. Possono stabilirle, di volta in volta, soltanto le circostanze.

La forza, date certe circostanze, può giustamente ed efficacemente esercitarsi arrivando ai limiti della violenza e perfino oltrepassarli. Ma perché abbia senso discutere su questa tesi, giusta o sbagliata che sia, devo chiedermi se ho veramente la capacità di agire con tutta la forza potenzialmente mia, se ne dispongo effettivamente. Se non fosse così e se questo difetto di energia fosse diffuso, come temo, sarebbe ridicolo cercare un nuovo punto di leva, come voler saltare su un letto con le molle rotte. La predicazione antiviolenza, nella misura in cui esclude a priori l’idea di una violenza giusta, favorisce l’abdicazione ad agire, se necessario, con tutta la forza necessaria. E ciò si ripercuote sull’intelligenza delle persone: chi non usa la sua forza quando gli sarebbe utile e necessario, sembra stupido, ma chi vi ha rinunciato a priori, lo diventa realmente. Nessuno lo dice ma, secondo me, nell’appannarsi dell’intelligenza collettiva in questo nostro paese, non c’entra solo il consumismo e cose simili, ma anche la fine della sfida comunista che veicolava un’idea di violenza giusta, quella rivoluzionaria; poco importa qui il giudizio politico, sto parlando di dosaggi interiori.

Dicendo “tutta la forza necessaria”, intendo la duplice forza della consapevolezza (non il recriminare e lamentarsi ma vedere e rendersi conto fino in fondo) e del tirare le conseguenze pratiche e logiche, quelle che stanno nelle possibilità della persona che vede e si rende conto.

Era nelle possibilità delle forze di pace presenti nella ex Iugoslavia difendere i civili inermi che furono assassinati in massa a Srebrenica nel 1995. E invece che cosa hanno fatto i militari dell’Onu? Hanno aiutato a selezionare le vittime destinate al massacro: l’hanno fatto non per paura né per complicità ma per semplice stupidità, incapaci di percepire il mostro dell’odio che era davanti ai loro occhi.

Era nelle possibilità degli abitanti dell’Aquila impedire al capo del governo di fare della loro sventurata città la cornice massmediatica per la sua autopromozione. Sette volte il capo del governo è andato impunemente a fare passerella nella città distrutta dal terremoto. Se lo avessero mandato indietro a fischi e sassate, come si meritava, come si usava una volta, come chiedevano i loro morti, quelli uccisi dal crollo di edifici pubblici taroccati, nessuna polizia avrebbe osato picchiarli e arrestarli. E il loro centro storico, chissà, non sarebbe più il mucchio di macerie transennate che continua a essere.

I filosofi lamentano che confondiamo tra loro concetti diversi come potere, dominio, forza, violenza. D’accordo. Ma quando, per tutta risposta, si mettono a darci le loro accurate definizioni, vorrei dirgli: prima di ciò, dovreste indagare dove e come nasca la confusione. E chiedervi se per caso quella che appare una confusione non sia la manifestazione di qualcosa che fareste bene a guardare più da vicino. Rileggete quel capolavoro racchiuso in poche pagine che è L’Iliade poema della forza di Simone Weil. Sebbene forza e violenza siano fra loro ben diverse, separarle per definizione non fa che occultare un aspetto ineliminabile della realtà umana. Ci sono distanze e prossimità che non si stabiliscono verbalmente ma attivamente: la definizione giusta la troveremo alla luce di questo agire. Insomma, meno filosofia e più pratica.

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Mar 2012 “Muraro: « Quando possiamo dire sì all’uso della forza»”
di Simonetta Fiori
pubblicato su la Repubblica il 7 Mar 2012
riprodotto sul sito delle Comunità Cristiane di Base

“Violenza giusta”: ma non è dissennato riproporla oggi? Nella redazione di Via Dogana devono averci pensato un po´ prima di dare alle stampe il centesimo numero, che non passerà inosservato.

La storica rivista della Libreria delle donne di Milano s´apre infatti con una sorprendente riflessione di Luisa Muraro Al limite, la violenza, che non è certo un inno alla violenza ma non la «esclude a priori». Un´apertura a «un uso della forza» adeguato alla violenza che è nelle cose e nei rapporti tra le persone.

Esisterebbe in sostanza una «violenza giusta», distinta da quella «stupida» e «controproducente». E sarebbe sbagliato «separare la violenza dalla forza» perché «lo sconfinamento tra una e l´altra è inevitabile». Accanto alla citazione de L´Iliade poema della forza di Simone Weil, ecco l´improvvido elogio della sassaiola contro i cattivi politici. Bisognava «mandarlo indietro a fischi e sassate, come si meritava, come si usava una volta, come chiedevano i loro morti, quelli uccisi dal crollo di edifici pubblici taroccati», scrive Muraro rievocando la passerella di Berlusconi all´Aquila dopo il terremoto. “A fischi e sassate”, proprio così dice l’autrice.

Ma che succede nello storico laboratorio del pensiero della differenza, di cui Muraro è indiscussa emite sacerdotessa? Non erano state proprio loro, le femministe della Libreria delle donne, a liquidare negli anni Settanta la violenza come rispecchiamento di bellicose logiche maschili? E dopo gli esiti luttuosi di quella stagione, non è sbagliato e pericoloso rilanciare ora una riflessione sulla «violenza giusta»? Al momento Muraro non parla. Il suo articolo di Via Dogana è l’anticipazione di un saggio che sarà pubblicato a giugno da nottetempo – Dio è violent… – e l´autrice preferisce aspettare l´uscita del libro.

Per capirne di più, bisogna risalire all´estate scorsa, all´epoca dei disordini nella Val Susa, quando sul sito della Libreria compare una voce femminile che invita “a rompere un tabù”, il silenzio sulla «violenza nella realtà e nel discorso della politica». Muraro condivide: «È un tema urgente, bisognoso di una nuova e spregiudicata riflessione», dove spregiudicata significa «pensarci senza dire automaticamente no alla violenza». E ancora: «Bisogna cominciare a fare la differenza tra la violenza stupida e quella che tale non è, di cui abbiamo smesso di pensare e di parlare, dimenticando che l´agire umano non si dà senza questa componente».

Violenza stupida? Violenza intelligente?

A sette mesi da quella riflessione, ecco il nuovo articolo su Via Dogana, in un numero dedicato alla “forza necessaria”. «C´è una violenza nelle cose e tra i viventi che prelude a un ritorno alla legge del più forte: dobbiamo pensarci», invoca Muraro. Alla propria forza non si deve rinunciare, «si tratterà dunque di dosarla senza perderla». Ma come? La studiosa rifiuta il confine indicato dalla «predicazione antiviolenza», ossia quello che distingue forza e violenza. «No, lo sconfinamento è inevitabile». E allora? E allora «la misura da cercare» è in «una violenza giusta» misurata non sul diritto ma sulle circostanze storiche.

Due gli esempi indicati nel breve scritto. Il primo risale agli eccidi di Srebrenica, che potevano essere evitati dai militari dell´Onu, «incapaci di percepire il mostro dell´odio davanti ai loro occhi». Il secondo è invece preso dalle storie di casa nostra, quando «era nelle possibilità degli abitanti dell´Aquila impedire al capo del governo di fare della loro sventurata città la cornice massmediatica per la sua autopromozione». Della contundente soluzione suggerita da Muraro abbiamo già detto: sarebbe questa la violenza “intelligente”? «Muraro ha ragione, c´è una violenza stupida. Quello che però non riesco a concepire è la sassata intelligente, o la carica di polizia intelligente».

Anna Bravo, storica dell´età contemporanea sensibile ai temi delle donne e della nonviolenza, appare piuttosto sorpresa. «Se Zizek sostiene che il pacifismo è facilmente assimilabile non mi turba molto. Muraro invece mi inquieta, perché è lei, e perché donna. Per noi donne, che abbiamo alle spalle una storia millenaria di disobbedienza e di manipolazione delle norme, è più semplice capire non solo che legge e giustizia sono due cose diverse, ma che si può agire di conseguenza senza inabissarsi nella distruttività.

Per di più, ilcrescere della violenza e la militarizzazione dei movimenti – sia nella Resistenza che negli anni Settanta – ha sempre tolto respiro alle iniziative delle donne».

Nel suo bel saggio sul Sessantotto A colpi di cuore – titolo di per sé espressivo – Bravo rievoca il disagio delle donne di Lotta Continua quando portavano le molotov nel tascapane. La legittimità della violenza, annota la studiosa, è un tema estraneo alla tradizione femminista. E neppure nella letteratura di guerra e della resistenza l´argomento è centrale. «L´Italia è stata definita la patria del femminismo più forte e violento ma non è vero», dice ora Bravo. «Certo, i gruppi potevano risentire del clima di allora. C´era una pressione politica molto forte ed era acquisito il principio che si potessero fare cose illegali. Ma molte ragazze di Lotta Continua contestavano il servizio d´ordine e avevano paura di trovarsi in mezzo ai cortei più caldi. E quando Lc si sciolse, soprattutto per opera delle femministe, fu anche per una diversità di vedute sulla violenza».

Violenza legittima, uso della forza. Il pensiero corre a Carla Lonzi, la femminista che tra le prime liquidò la violenza dell´inconscio maschile, «ricettacolo di sangue e paura». La discussione sembra ora aperta all´interno della stessa Via Dogana, che ospita voci contrastanti. «Alla sollecitazione della Muraro», scrive Annarosa Buttarelli, «fa obiezione la scelta storica di gran parte delle donne di lottare in modo non violento. La scelta di segno femminile è di custodire l´integrità dei corpi e dei luoghi».

E Lia Cigarini chiude: «Schivare lo scontro guerresco è segno di forza, non di debolezza». Al gioco del più forte, insiste ora Bravo, noi perdiamo sempre. «L’invito di Muraro a ripensare il nostro rapporto con la violenza si lega al giudizio sul presente, che prefigurerebbe un ritorno alla legge del più forte. Ammettiamo che sia così: ma spostarsi su questo livello di scontro, questo sì mi sembra un passo in sintonia con uno spirito militare. Voi usate la vostra forza? Noi siamo in grado di tenervi testa con la nostra. Mentre la potenza dell´oppositore nonviolento sta proprio nel sottrarsi a questo meccanismo». Un meccanismo, conclude la studiosa, che ha portato tanti movimenti alla sconfitta. Sconcertante, davvero, riconsiderarlo oggi.

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Mar 2012 “Il limite, la violenza”,
di Giancarla Codrignani
già pubblicato su Il paese delle donne l’ 8 mar 2012

No, cara Muraro, la nonviolenza non è la “predicazione antiviolenza di argomenti morali” e non c’è mai un tempo in cui “la violenza nelle cose e fra i viventi” comporti l’uso della forza.

Le ragioni “fisiche e metafisiche” della forza sono facilmente contestabili perché, se è vero che fin dai presocratici sappiamo di non poter prescindere dal conflitto, nel terzo millennio nessuno può teorizzare la guerra come soluzione. Per giunta la sapienza delle donne, che conoscono la violenza delle strutture di potere ma – anche e soprattutto – la violenza dei padroni del corpo femminile, insegna non solo l’indegnità, ma l’inutilità della forza.

So bene che non a questo tu fai riferimento, anche se forse non pensi che a muoverti sia la paura. Perché io, per esempio, ho paura.

Io, però, non ho mai pensato al progresso come a un ideale: secondo la storia umana dall’antenato africano – ma anche da Romolo Augustolo – a noi c’è stata una tensione evolutiva che ci induce (anche se non tutti e in tutti i paesi) a vivere perfino meglio e più a lungo .Non c’è garanzia di continuità neppure del sole o della specie umana. Però credo in un senso, il postulato di cui ho bisogno e che posso anche includere nella categoria del divino.

Neppure ho mai pensato che le ideologie fossero per sempre: la sinistra contiene tanti nomi storici che credo di continuare a pensare perfino con affetto, ma la prima incrinatura è avvenuta proprio sulla forza identitaria e, poi, nazionalista, con la spaccatura fra interventisti e anti- nel 1914. Certo, i partiti della sinistra – compresi quelli che con i nomi di Lottacontinua, Potop e, dopo, Rifondazione, Idv, perfino 5stelle hanno escluso di identificarsi come partiti – hanno fatto avanzare “le masse”, rimaste purtroppo vulnerabili da media e consumi.

Vedo bene anch’io i rischi che il rullo compressore della crisi schiacci diritti e vite; ma non voglio “prevedere” l’uso della forza per nessuna legittima difesa. Mi interessa sapere se possiamo “prevenire”.

La politica è sempre internazionale. Più di trent’anni fa si lottava contro “l’imperialismo delle multinazionali”: era già la globalizzazione, ma non siamo riusciti a creare una globalizzazione culturale antagonista. L’economia è stata finanziarizzata e per giunta con titoli spazzatura e agenzie di rating inventate: quali proposte ci sono state per difendere i diritti? E’ evidente che adesso un mondo crolla e siamo in braghe di tela. Che forza possiamo usare, se troppa gente porta i bambini la domenica ai centri commerciali a vedere cose tutte uguali e tutte brutte e finisce le giornate al videopoker? Monti e la Fornero significano lacrime e sangue? penso che solo la ragione e lo studio (sarò una prof, ma si studia troppo poco) possano far produrre proposte e correttivi e vie d’uscita dalla crisi per una più povera ma non peggiorata umanità. Quale “forza” può evitare trasformazioni già in essere se non, appunto, la ragione che è “di per sé” nonviolenta?

Viviamo immersi nel Mediterraneo come una portaerei e vediamo: che nessuno dei governi usciti dalle rivolte dei gelsomini è rassicurante per le diverse genti che aspiravano a miglior vita; che Israele medita sortite di forza contro un Iran uscito più minaccioso dalle elezioni; che la Siria è al crocevia di una crisi destinata a destabilizzare l’area; che in Turchia si penalizza l’informazione e non si risolve la questione kurda….E intanto l’Europa non mette in funzione ad altissimo livello gli strumenti sia della diplomazia sia degli aiuti. E noi per primi ci neghiamo perché tiriamo già la cinghia. E intanto abbiamo ridotto senza cancellarli gli F45. Reagan e i Bush armavano alleati infidi, boicottavano i trattati di disarmo e non proliferazione, aprivano fronti di guerra… Avevano per caso ragione?

Abbiamo sempre detto come donne, da Lisistrata in poi, che i conflitti si attraversano, si snodano, si sfarinano. Si prevengono. Lo abbiamo sempre detto perché partiamo dal senso del limite, contro ogni forma di hybris. Non è che, “al limite”, resta il possibile ricorso alla violenza (o antiviolenza): la violenza è, in ogni caso, “il” limite.ù

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Mar 2012 “Non c’è mai una violenza giusta
di Monica Lanfranco
già pubblicato su Il paese delle donne l’ 8 mar 2012

«Non si può smantellare la casa del padrone con gli attrezzi del padrone» è una frase della femminista e poeta afroamericana Audre Lorde.

Indica una strada, offre una suggestione che è anche traccia precisa per costruire una visione: non si dismette un sistema se lo si imita, adoperando i suoi strumenti, seppur sostenendo che è a fin di bene e che i nostri fini sono nobili e alternativi.

Chiaramente lo dice, conoscendo da vicino la fascinazione erotica simbolica e concreta della violenza anche Robin Morgan, altra grande pensatrice nordamericana vivente, nel suo «Il demone amante», che nella prima traduzione italiana aveva per sottotitolo «sessualità del terrorismo».

Morgan chiede alle donne, specie a quelle di sinistra, di interrogarsi sul fascino che esercita sul genere femminile la violenza rivoluzionaria incarnata dal condottiero che parla del futuro regno di miele imbracciando un fucile dal quale non spuntano fiori, e per il quale la (sua) violenza è giusta perchè il sistema oppressivo è da abbattere.

In questa logica il fine giustifica i mezzi, pur se identici a quelli del potere dominante.

Morgan invita anche a riflettere sul fatto che una democrazia, se nasce da un gesto di violenza (fosse anche quello di uccidere il dittatore più odioso) porterà comunque i segni di quel sangue versato. Dal letame nascono i fior, non dal sangue.

Nel 2003 Maria Di Rienzo ed io (che ero reduce dal drammatico G8 in qualità di portavoce del Genova Social Forum per la rete delle donne) scrivemmo il primo libro italiano che intrecciava pratica e pensiero femminista e nonviolenza: «Donne disarmanti-storie e testimonianze su nonviolenza e femminismi».

Con chiarezza sostenemmo che non era vero che le donne in quanto tali erano meno violente degli uomini: dire che per natura non siamo portate alla violenza era, ed è, uno stereotipo e una trappola patriarcale.

Portammo esempi di storia antica e recente in cui le donne avevano scelto la nonviolenza come strumento politico perché nella relazione conflittuale (ma non nella violenza che vede dall’altra parte un/una nemica) c’è l’unica strada per uscire dalla logica del mors tua – vita mea.

Raccontammo le strade di dialogo e di conflitto praticate dalle Donne in nero (dal cui lavoro tra l’altro originò il bel testo «Vita tua-vita mea»), da quelle di «Not in my name», dalle attiviste indiane seguaci di Vandana Shiva, dalle suore incarcerate e poi assolte in Inghilterra contro la costruzione dei caccia Hawk 955, della voce non incarnata di Lisistrata che fonda la diplomazia contro la guerra maschile e patriarcale.

Nel frattempo giravo l’Italia ospite di piccoli e grandi gruppi di donne, ma anche misti, che in tutto il Paese creavano spazi di elaborazione del lutto per le violenze del G8, che ancora oggi resta una ferita aperta non solo nella democrazia, ma anche dentro ai movimenti per alcune derive militariste interne.

Da allora ho cercato sempre di ricordare che prima del luglio 2001 c’è stato un mese prima PuntoG  – Genova, genere, globalizzazione – uno straordinario evento di due giorni e mezzo nei quale (attraverso in particolare le parole di Lidia Campagnano) si era anticipato con lucidità profetica non solo l’arrivo della crisi, ma il realizzarsi di una mutazione antropologica e politica nella quale stiamo ora intrappolate: l’avvento del mercato come potenza pressochè assoluta regolatrice delle nostre vite.

Quell’appuntamento costituì anche però un momento di forte conflitto con il resto dei movimenti misti, perché in più occasioni noi femministe stigmatizzammo l’uso di linguaggio, pratiche e simbolico bellico nel seno stesso di parti di movimento altermondialista, nei confronti dei quali ci dichiarammo totalmente e definitivamente in disaccordo e dopo il G8 Maschile Plurale e Uomini in cammino scrissero un documento di forte disagio circa le pratiche di piazza muscolari.

Un pezzo di femminismo italiano sottovalutò questa nostra analisi e profezia: nel maggio 2001 un gruppo di allora giovani della Libreria delle donne di Milano ci invitò a spiegare cosa ci muovesse a organizzare un momento precedente e separato (non separatista) sulla globalizzazione: le “maggiori” ci dissero che questioni come la globalizzazione erano fuori dall’orizzonte del “vero femminismo” decidendo la cancellazione di quel pezzo di storia e di pratiche, che invece purtroppo si rivelarono corrette e anticipatrici.

Oggi apprendo che Luisa Muraro su «Via Dogana» ragiona di violenza e uso della forza sostenendo che esistono occasioni in cui la violenza può essere giusta.

Si tratta di una affermazione che reputo grave, da parte di una femminista e di una filosofa.

Scrive Muraro: «La predicazione antiviolenza non manca certo di argomenti morali ma le manca ormai un punto di leva per sollevare le giuste pretese e abbassare l’arroganza dei potenti. Anticamente il punto di leva era la parola divina; modernamente è stato l’ideale del progresso. Che oggi è morto, al pari e forse più di Dio. Oggi, a causa della competizione globale, esasperata dalla crisi in corso, l’idea che sia possibile stare meglio tutti non agisce più; prevale quella che il meglio sia per alcuni a spese di altri.

La constatazione che non siamo più animati dal sogno di stare tutti meglio, è un colpo mortale all’ideale dell’uguaglianza e alla politica dei diritti. E impone di riaprire il discorso sull’uso della forza. C’è una violenza nelle cose e fra i viventi che prelude a un ritorno della legge del più forte: dobbiamo pensarci.

Il discorso può aprirsi dicendo semplicemente che, in certi contesti, a certe condizioni, è opportuno non usare tutta la forza di cui si dispone. Bisogna però tenerla a disposizione, se non si vuole che altri se la prendano: alla propria forza non si rinuncia senza soccombere ad altre forze. Si tratterà dunque di dosarla senza perderla».

Penso che aperture, più o meno ambigue o possibiliste, verso l’uso della forza o della violenza, giustificata in certi ambiti, sia pericoloso perché genera derive incontrollabili. E’ un luogo comune purtroppo diffuso quello secondo il quale la violenza che fai tu è giusta: cito esempi lontani tra loro ma unanimi su questo aspetto come gli ultras, i brigatisti neri e rossi, i fondamentalisti di tutte le religioni che ritengono che una certa dose di violenza serva a tenere in riga le donne, i casseur, i black block, una certa giurisprudenza, che ammette la legittimità di una certa forzatura sulla donna nel rapporto sessuale, considerando ambiguo il desiderio femminile.

Mai l’umanità è stata animata all’unisono dallo stesso sogno di pace, giustizia ed equità, ma non per questo dobbiamo derogare sulla legittimità della violenza solo perché oggi le ingiustizie sono, o ci sembrano, più grandi. La violenza è violenza: sempre stupida, sempre distruttiva. La violenza intelligente è un ossimoro.

Se si comincia a derogare sull’uso della violenza, magari invocando la rabbia o la disperazione come legittimo motivo per abbandonarvisi o servirsene, pensando che esista una modica quantità tollerabile (se si sta dalla parte giusta) abbiamo perso già in partenza la scommessa del cambiamento, che ha tra i suoi fondamenti il senso del limite, la responsabilità, e l’esclusione della violenza dall’orizzonte della vita e della felicità.

Abbiamo perso perché rinunciamo alla condivisione, dal momento che la violenza è pratica che salda individualità blindate e deprivate sensorialmente che non dialogano ma si uniformano, militarizzando e gerarchizzando corpi e menti.

La paziente (di certo faticosa) ma anche divertente e creativa pratica nonviolenta costruisce invece sguardi, visioni, realtà, politiche divergenti, inclusive, felicemente conflittuali.

Scrive Vandana Shiva, che di certo non accademicamente disserta sulle violenze del mondo: «La pace non si creerà dalla armi e dalla guerra, dalle bombe e dalla barbarie. La violenza è diventata un lusso che la specie umana non può più permettersi, se vuole sopravvivere. La nonviolenza è diventata un imperativo per la sopravvivenza».

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Mar 2012 “Sullo stesso piano chi aggredisce e chi si difende?
di Daniele Barbieri
già pubblicato sul suo Blog

Cara Monica,
io invece sono d’accordo con Luisa Muraro. Il suo mi sembra un ragionare molto saggio, tutt’altro che un invito o una giustificazione alla violenza. E ho inserito questo articolo, pochi minuti dopo il tuo, per rendere palese (e motivare) il mio dissenso ma anche perchè vorrei discuterne, anche con te, con la massima franchezza.

Fra gli attrezzi del padrone che tu ricordi (nella bella citazione di Audre Lorde) non va dimenticato l’invito a rassegnarsi, a chinare la testa. Nell’ideologia di chi dominava c’era sempre “l’educare le masse” a non chiedere diritti o felicità che semmai ci sarebbero stati, dopo la morte, in qualche paradiso.

A mio avviso il diritto alla vita, all’autodifesa – o alla legittima difesa, direbbe un tribunale – non può essere messo in discussione: neanche la violenza difensiva è bella (hai ragione) ma a volte è necessaria, legittima.

«C’è una violenza nelle cose e fra i viventi che prelude a un ritorno della legge del più forte: dobbiamo pensarci» scrive Muraro. Purtroppo è così. Loro la chiamano legge come chiamavano “ius” (e lo era, codificato) quello infame “primae noctis” o il bruciare streghe, eretici e omosessuali. Oggi le leggi sono cambiate – grazie a lunghe, difficili lotte – però mentre si proclamano i diritti umani… li si viola. In nome del progresso si torna indietro di secoli. Interi popoli (ora anche la Grecia) vengono schiavizzati. Non dovrebbero difendersi? Non dovremmo difenderci? Io non ho inteso così il messaggio di Gandhi – o di Vandana Shiva – e mi stupisco che tu invece la veda così. Mi rattrista e preoccupa (a dir poco) dire che in Italia e in molte parti del mondo (per quel che so) di fronte all’avanzare delle violenze statali e multinazionali, al trionfo dell’ingiustizia non si oppongano – neppure dall’area di uomini e donne che storicamente si dice nonviolenta – efficaci proposte e azioni degne di nota. «Alla propria forza non si rinuncia senza soccombere ad altre forze. Si tratterà dunque di dosarla senza perderla»: è così, ha ragione Muraro.

Sull’Italia, che conosco meglio, ti dico: griderei subito evviva (e sarei lì, con le mie poche forze … di vecchietto) se la nonviolenza avesse un suo progetto visibile, nei luoghi più difficili, se si contrapponesse a poteri sempre più violenti e fuori dalla Costituzione (che considero un riferimento positivo anzi fondamentale e che ti ricordo è costata purtroppo molto sangue). Ma se quest’altra “forza nonviolenta” latita (mi chiamo in causa: se noi, io compreso, nel mio piccolo, non sappiamo costruirla) nel frattempo ci consegneremo sorridendo alla violenza delle istituzioni locali e – a livello internazionale – delle banche assassine e dei tre (Bm, Fmi, Wto) tiranni mondiali?

“Gli ultras, i brigatisti neri e rossi, i fondamentalisti” – che tu citi Monica – proprio non c’entrano con il discorso di Luisa Muraro e con questa tremenda situazione in cui ci troviamo: allora perché ne parli?

Ben conosco – e temo – il pericoloso fascino della violenza rivoluzionaria, le sue tremende derive militari visto che ho vissuto (e militato) nell’Italia degli anni ’70 dove una (piccola) parte della sinistra alla fine decise di armarsi. Ma temo altrettanto quelle e quelli che chinano la testa, che oggi mettono sullo stesso piano vetri rotti e milioni di vite distrutte dalla Bce. Per quel che conto io, così piccino, non porgerò l’altra guancia all’infinita arroganza di chi in Italia – tanto per dirne una – compra gli F35 mentre affama (sì Monica, sta portando alla fame) e schiavizza (sì, riduce quasi alla schiavitù) e umilia (sì, toglie dignità oltre che salari) a donne e uomini di ogni età.

Ma torno alla tua analisi. La violenza è purtroppo ambiguamente all’interno di ogni relazione umana (compreso l’amore) ma mentre faticosamente cerchiamo di liberarcene, di accettare il conflitto senza più credere che la violenza sia una soluzione, intanto non è giusto mettere sullo stesso piano chi attacca e chi si difende, chi uccide e chi cerca di vivere. Come vedi il mio disaccordo con te stavolta è grande: credo che tu abbia travisato il pensiero di Luisa Muraro … e soprattutto il significato della drammatica e galoppante crisi (di minima democrazia) degli ultimi anni: che è violenza a un livello altissimo.

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Mar 2012 “”La negazione della violenza non ci serve
di Gianluca Ricciato
già pubblicato il Blog di Daniele Barbieri e altr*

Prima di entrare nel merito della risposta a questo scambio, vorrei fare chiarezza su una cosa riguardo al pezzo di Monica Lanfranco.

Maschile Plurale nel 2001 non esisteva come “entità nazionale”, come ora che è un’associazione (nata nel 2007) oltre che una rete di gruppi ed esperienze differenti.

Le posizioni attuali sul tema generale della violenza, dei movimenti, degli schieramenti politici, dello “scibile umano” in generale non possono che essere variegate, da parte di una serie di uomini diversi che hanno in comune innanzitutto il fatto di mettere in discussione i modelli patriarcali di maschilità, le dinamiche di potere, gli stereotipi di genere del maschile, la violenza di genere in tutte le sue forme.

Ma non abbiamo una linea comune su tutto, anche se spesso ai media serve la semplificazione e la banalizzazione che neutralizzano il caos della realtà (su questo naturalmente non mi riferisco a Monica Lanfranco, i cui splendidi articoli mi hanno fatto imparare un sacco di cose negli anni d’oro del settimanale Carta, subito dopo il G8 del 2001!).

Ovvio tuttavia che anche nei discorsi di genere ricorrano i temi dell’uso della violenza, dei percorsi della nonviolenza, delle forme possibili di resistenza al potere. Ma non credo che, almeno noi di MP, siamo riusciti ancora a trovare una sintesi di pensiero per poterne fare un cartello.

Personalmente vorrei notare alcune cose.

Innanzitutto mi dà da pensare il fatto che per molt* la “violenza sia un tabù”. L’ho sentita spesso questa frase e la ritrovo in filigrana nella seguente frase di Lanfranco, posta subito dopo a commento della lunga citazione di Luisa Muraro: “Penso che aperture, più o meno ambigue o possibiliste, verso l’uso della forza o della violenza, giustificata in certi ambiti, sia pericoloso perché genera derive incontrollabili.”

Mi rende perplesso, ancora di più, il fatto che Muraro a mio parere non stesse in quella frase auspicando la violenza, ma cercando di rendere conto di un pezzo di realtà storica e attuale, cioè: “la constatazione che non siamo più animati dal sogno di stare tutti meglio, è un colpo mortale all’ideale dell’uguaglianza e alla politica dei diritti. E impone di riaprire il discorso sull’uso della forza. C’è una violenza nelle cose e fra i viventi che prelude a un ritorno della legge del più forte: dobbiamo pensarci.”

Io la penso, anzi la sento, esattamente come Luisa Muraro rispetto a questo momento storico, la sento – senza andare troppo lontano – nelle psicosi collettive che mi circondano, nelle ossessioni che mi vivo, nei miei amici che mi dicono che non c’è altra via che mettere a ferro e fuoco le città, nell’atomizzazione degli individui e nell’incapacità quotidiana di parlarsi. Nelle realtà lavorative che mi hanno sfruttato facendomi diventare sempre più povero, esaurito e disilluso. In chi si è suicidato perchè non ha visto un futuro possibile. E’ esattamente questa la realtà opaca e violenta che vedo e che ritrovo in quelle parole.

Ma poi ne vedo un’altra collegata a questa ma più ancestrale: la violenza di chi è stato educato con la violenza, con le mazzate, da padri che menavano, da insegnanti che terrorizzavano, perchè avevano in mente che l’unico modello educativo possibile fosse la paura.

“Ci sono soltanto tre modi efficaci per educare”, diceva Rudolf Steiner, “con la paura, con l’ambizione, con l’amore. Noi rinunciamo ai primi due”. Io seguo lui nelle mie attività educative, ma ciò non basta per eliminare il fatto reale e biografico che chi è stato picchiato nella sua infanzia (a volte massacrato di “santa ragione” come si diceva), conosce bene il linguaggio della violenza e ce l’ha dentro, e non sempre riesce a gestire i traumi che ne sono stati generati.

Personalmente sono stato fortunato, ho avuto molto poco di quel “linguaggio” rispetto a moltissim* altr* che mi crescevano accanto in un paesino del Sud negli anni Ottanta. Ho avuto molto meno degli altri maschi soprattutto, perchè le mazzate di un padre su un figlio maschio sono diverse, più simbolicamente e fisicamente penetranti, se mi devo basare sulle esperienze dei racconti che mi hanno fatto amici ed amiche nel corso degli anni. Perchè sono propedeutiche alla costruzione del “vero uomo futuro”.

Di conseguenza, io non ho il linguaggio della violenza fisica nelle mie corde, ho molta rabbia e frustrazione ma ho altri linguaggi. Ma capisco benissimo chi ha la mia stessa rabbia e frustrazione e spacca una vetrina. Capisco, vedo bene o credo di vedere bene cosa li/le spinge, ma non condivido. Anche perchè non serve a nulla, se non a criminalizzarci, cioè sono poco funzionali al contesto di lotta, e io cerco di basarmi innanzitutto sul contesto nel giudicare, e non nelle linee generali che poi sbiadiscono di fronte a contesti troppo diversi.

Io credo che c’entri questo, che ho cercato a fatica di descrivere e che ancora non ho focalizzato del tutto, c’entra cioè il nostro stato individuale e collettivo di traumatizzat* e psicotizzat* (compagn* e attivist* compres*), nel non saper dare forma a quest’altra “forza nonviolenta” che latita, come dice Daniele. Io vorrei che si parlasse di questo quando si parla di violenza, invece di perderci in massime generali che generano tabù e chiusure fittizie, che ovviamente vengono spazzate vie nel momento in cui c’è un’emergenza, una tragedia, una congiuntura politica ad alto livello di conflittualità, e che a mio parere non riescono a rendere conto della complessità di questi conflitti.

Non è un caso del resto che invece un popolo territoriale, i Valsusini, o una parte consistente di essi, siano riusciti ad uscire da questa psicosi ricominciando a sentirsi e ad agire da “popolo”, e non cercando di buttare dalla finestra una parte di realtà, quella più opaca e violenta, ma integrandola nell’interno del loro movimento, delle loro pratiche politiche, delle loro idee, e in questo anche neutralizzandola nei fatti invece di allontanarla a parole (questa versione dei fatti ovviamente cozzerebbe con qualunque ricostruzione dei media di regime, oggi come oggi, ma tant’è).

Ed è per questo credo che il popolo No Tav rifiuta la divisione semplificatrice e strumentale in “buoni e cattivi”. Ed è per questo che sempre più persone guardano alla loro esperienza con fiducia e ammirazione, al di là del merito del treno. Ed è per questo che stanno vincendo.

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11 Mar 2012 “Una provocazione da racogliere”
di  Fiorella Cagnoni

Stamattina la mia amica R. mi ha detto “Ho inventato la pratica della reazione”. Che somiglia forse per lei all’azione perfetta di cui Chiara Zamboni parla dal 1993: La perfezione è il desiderio di assoluto, al quale commisuriamo il nostro agire. Chi non si misura con essa avverte come una eco di nostalgia per qualche cosa di molto prezioso, cui era vicino. Ma poi l’eco di nostalgia si spegne in un monotono ripetere. La perfezione non si confonde mai con la necessità, ma mette in tensione l’agire tra la necessità accettata consapevolmente e il luogo vuoto del desiderio di assoluto. L’azione misurata dalla perfezione ha qualità. Irradia senso. Convince. Essa stessa mette in movimento il simbolico, perché diviene a sua volta misura per chi ne è spettatore.”

Di sicuro nell’intenzione della mia amica corrisponde al non lasciar passare sotto silenzio l’incuria, o l’ingiustizia. La sciatteria. Il disordine simbolico. La violenza, al limite.

La sfida di Luisa Muraro – io la chiamo così perché così la giudico: un incoraggiamento a pensare meglio, di nuovo, da capo – pubblicata su VD numero 100 con il titolo Al limite, la violenza, è una anticipazione dal breve saggio Dio è violent… in uscita a giugno per Nottetempo. Dunque non siamo in presenza di una stravagante estemporanea pensata della femminista e filosofa, ma di una riflessione da un saggio di cui il mero titolo dovrebbe sollecitarci a schivare l’ovvio.

Muraro lancia un sasso. L’istigazione prima io la vedo nelle parole, che suggerisco di rileggere, da Ma perché abbia senso discutere su questa tesi… alla fine dell’intervento (penultimo e ultimo paragrafo).

L’incitamento è raccolto fin da subito nella stessa rivista dagli interventi di Annarosa Buttarelli e di Lia Cigarini. La prima un po’ troppo sulla difensiva, secondo me; la seconda capace di ricondurre al punto cruciale del terremoto che ha cambiato i rapporti fra i due sessi.

Senza offesa, considero invece le risposte delle amiche Monica Lanfranco e Giancarla Codrignani un prudenziale – ma reattivo senza ricerca di azione perfetta – ribadire l’ovvio. Confondendo ahimé forza e violenza e senza impegnarsi a raccogliere il confronto chiesto: di uscire dalla predicazione antiviolenza per cercare il punto attuale di leva “per sollevare le giuste pretese e abbassare l’arroganza del potere.”

Dico come la raccolgo io, la sfida. Prendo le mosse dal ragionamento di Cigarini, ma riacchiappo il punto dell’assestamento del trauma. Con una premessa: a Milano circola da decenni la battuta Non facciamo troppa psicologia, – che fa sorridere quelle che c’erano al tempo in cui è avvenuto l’episodio da cui è nata; ( battuta di straordinaria duplice ironia parente di quel Gobba?! Quale gobba?! in Frankenstein Junior).

Ecco, farò parecchia psicologia.

C’è nel rapporto madre-figlia un vuoto d’amore incolmabile. L’incolmabilità non deriva dalle buone intenzioni della madre né dalla sordità della figlia. (E’ forse un vuoto che deve rimanere, ma non è ora questo il tema.) Da quanto grande esso sarà, dipenderà la maggiore o minore capacità d’amore della figlia. Molto, ma molto tempo fa Alessandra Bocchetti mi ha detto una volta questa cosa così: “Siamo divise in due, quelle che hanno sentito l’amore della madre, e quelle che no, e le prime ovviamente sono più fortunate.”

La fortuna è anche un discreto rapporto con il proprio inconscio, una soddisfacente vivace quiete interiore, una maggiore capacità di ascoltare, di capire, di trovare la forza dell’azione perfetta; nel viceversa, la sfortuna è anche forti dosi di rabbia, di gelosia, di invidia, di propensione alla collera, all’attribuzione fuori di sé delle colpe, al limite alla violenza.

Quella fortuna e quella sfortuna però il femminismo le ha sottratte al campo del tabu’ privato, le ha trasformate in uno scambio di libertà, catapultandole nella verità. Nella politica, in quel filo di intelligenza politica femminile che ha percorso gli ultimi quaranta anni – di cui parla Cigarini. Ne ha fatto un punto di partenza: prendere a modello la relazione madre-figlia nei nostri rapporti ha voluto dire scambiare strumenti anche per riempire, magari un pezzettino piccolo alla volta, quel vuoto. Il quale vuoto, se conserviamo irrinunciabile quel filo di intelligenza politica femminile, proprio incolmabile può non essere più.

Quanto più noi stiamo a questo, ne rinnoviamo i contorni, ne pensiamo nuovamente origine e vantaggi, tanto più sapremo agire con forza – anche motivando da capo e senza predicazioni la nonviolenza. Non è buonismo, né è lo zuccheroso prediligere l’amore a tutti i costi. E’ piuttosto non smarrire la strada su cui la nostra capacità umana ritrova passaggi e senso.

E’ una strada, è l’unica strada, utile anche per gli uomini, e forse noi che la conosciamo molto meglio gliela dobbiamo indicare senza armistizi. Perché purtroppo mica son tutti come Elvio Fachinelli.

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Su “Dio è violent” di Luisa Muraro
di Lorenzo Gasparrini
già pubblicato su Femminismo a Sud

Quello che scrivo qui è una mia ricostruzione/recensione, spero utile a chi legge, alla quale devo premettere due forti condizionamenti: sono un uomo, e sono sicuro che la mia sensibilità differente per genere da quella dell’autrice mi avrà condizionato nella lettura; e sono un ricercatore di filosofia, cosa che pure mi ha sicuramente indirizzato nel cogliere alcune sfumature e nel non rilevarne altre. In corsivo riporto parole del testo. Mi piace riportare e raccontare quelle frasi che ho sottolineato, e da quelle tracce provare a ricostruire le parole di Luisa Muraro come io le ho sentite.

E’ la sostanza del vero patto sociale, quello tacito e quotidiano: andare d’accordo con il prossimo, tener conto delle leggi e dare credito a chi è in posizione di responsabilità pubblica, per vedersi riconosciuta una dignità personale in un contesto di vita sociale sensata e pacifica. Questa storia, dice Luisa Muraro, non funziona più. Non è più possibile crederci, perché le premesse non sono quelle esistenti e le conseguenze vengono sistematicamente tradite. La dignità personale è continuamente svilita, mercanteggiando corpi e vite di lavoratori e lavoratrici senza alcuno scrupolo mentre li si sottopone a modelli di comportamento sessisti e violenti; il senso della propria vita è continuamente messo in discussione da una impossibile pace sociale, economica, e tra generi. Le leggi sembrano studiate per essere faticoso attenervisi, e chi dovrebbe promulgarle e farle rispettare vive ormai in un altrove ipocrita e falso, comparendo nella nostra vita quotidiana con la modalità del sopruso, dell’accaparamento, dell’indifferente forza brutale. La persona che crede in quella storia paradigmatica – è qui il primo problema – non riflette sul significato profondo del suo comportamento, ma è un sentimento che la nutre e la aiuta. Si delinea cioè un potere completamente sganciato dalla vita quotidiana dei cittadini, per i quali rimane non più un senso della propria esistenza ma un sentimento sinistramente simile alla speranza-trappola di Monicelli.  Luisa Muraro insiste con energia sulla necessità della consapevolezza di ciò, della presa di coscienza, come momento fondante di ogni possibile cambiamento. E’ l’inizio della presa su di sé (anzi della ri-presa) di quella forza e della licenza di usarla lasciata per contratto. Una delle controparti (il potere politico) sta evidentemente venendo meno a quanto pattuito; allora anche l’altro contraente non è più vincolato ai termini del contratto. Da qui si deve ricominciare a ragionare insieme per una nuova storia comune che determini un senso.

Quello che ci succede per lo più è fuori da ogni consapevolezza e non riceve alcuna elaborazione morale o politica, per cui gli effetti sono spesso caotici. […] Ci accorgiamo che l’unico orientamento generale lo dava la crescita economica. la necessità di una nuova storia è dimostrata anche dal fatto che la forza riacquisita – a momenti, a tratti – ma priva di una consapevolezza comune è quella che si trasforma immediatamente in violenza insensata. Di piccole e grandi Utoya (questo è uno degli esempi nel libro) sono piene le cronache, le quali non possono che registrare come follia e insensatezza episodi che non riescono più ad essere contenuti nel paradigma, ipocriticamente illusorio, di un infinito progresso economico e sociale dell’occidente. La persistente crisi economica ha mandato in pezzi l’illusione di un – anche se lento – costante progresso, ma nulla ha consapevolmente preso il suo posto.

Leggere anche i segni positivi. La necessità di una nuova sensatezza comune è motivata anche dal bisogno di non perdere per strada ciò che di forte – e non di violento – è stato fatto finora e si fa attualmente per opporsi a questo stato di cose. I segnali ci sono, e non sono neanche pochi, ma rischiano di essere dispersi e resi irriconoscibili da una perdita di criterio generale per riconoscerli e sentirli vicini a sé.

Fare la differenza, rispondo, è un atto simbolico di primaria importanza, senza il quale non c’è parola. Senza quella consapevolezza, infatti, si perde la possibilità di uscire da una distruttiva uguaglianza che subentra nel giudizio sulla politica/potere: di tutti si dice ormai: F, errore fatale perché distrugge alla radice la possibilità di cambiare le cose riappropriandosi della forza politica. Questo modo di appiattire le responsabilità e le colpe della classe politica (e imprenditoriale, e burocratica, e altre classi che volete) impedisce infatti di esercitare la giustizia in primo luogo con le nostre capacità, distinguendo tra gli onesti e disonesti, per esempio o tra aggressori e aggrediti (ricorderete senz’altro lo scellerato “i morti sono tutti uguali” con il quale si tentò anni fa di pareggiare dissennatamente il conto tra Resistenza e Salò). Luisa Muraro parla di atto simbolico perché è quello che consente a ogni autorità di essere tale, investita dalla volontà comune di chi vi si assoggetta; la quale riceve il mandato di regolare la vita sociale nella quale tutti devono trovare la loro espressione, e non essere relegati in un silenzio inesistente o confusi in un romore indistinto – che è la situazione nella quale “la crisi” ci ha fatto sprofondare attualmente. Svelando che quell’autorità si sta occupando esclusivamente della propria sopravvivenza pratica, dato che non è stata in grado di mantenere il controllo politico sul potere economico, essa ha anche mostrato l’inefficacia di simboli del potere ormai svuotati di senso. Che non vanno sostituiti con il caos o il nulla, ma con nuovi simboli, nuove storie in grado di orientare il senso delle esistenze, perché l’idea che sia possibile stare meglio tutti non agisce più; prevale quella che il meglio sia per alcuni a spese di altri.

Si limitasse a dire questo, il libretto Dio è violent sarebbe abbastanza inutile. Per nostra fortuna Luisa Muraro non si limita alla diagnosi e alla constatazione che il contratto sociale è un’idea morta. La storia ha voltato pagina, ma ci dice anche qualcosa su un dopo ricostruibile che è anche il nostro presente.

Vogliamo accorciare le distanze fra la cosa giusta da fare qui e ora, e la giustizia del nostro fare, riconoscibile anche domani e dopodomani. In mancanza di orientamenti, per non lasciare l’azione politica a una violenza senza senso (letteralmente: senza direzione, senza possibile comprensione), c’è da ricongiungere l’esigenza immediata di una pratica che riporti i soggetti in grado di gestire quella forza che avevano delegato, senza però che i loro gesti politici possano più avanti essere ingiustamente accomunati a una generica violenza, un “malessere”, un inutile sfogo della frustrazione sociale. Questo infatti non farebbe che ratificare e giustificare il potere di chi ha assunto come possibile per sé l’uso della violenza: quello Stato che, nei suoi ordinamenti, ne può disporre dato che il singolo ha abdicato alla propria forza per darla a lui. Se potrebbe essere concepibile una divinità violenta in quanto, appunto, divinità (e quindi giusta per definizione), uno Stato non può arrogarsi questo diritto sempre e ovunque nella storia. Laddove cedere allo Stato la propria forza sia divenuto irresponsabile (dato l’uso che ne fa), quella forza va ripresa nei corpi e nelle menti di chi originariamente l’aveva ceduta. Senza parlare di chi, nel privato e non nel pubblico, non ha mai smesso di esercitare violenza – ma ci arriveremo più avanti.

Violenza giusta non come categoria del diritto, al contrario, una violenza le cui condizioni storiche il diritto non può codificare, solo riconoscere a posteriori. Possono stabilirle, di volta in volta, soltanto le circostanze. Per Luisa Muraro il diritto non può ipotecare per sempre il futuro di quella forza, perché così la trasforma in violenza di Stato; in determinate condizioni storiche può essere necessario riappropriarsi consapevolmente di quella forza ceduta in cambio del contratto sociale. Ma non può essere certo il diritto a giudicare di questa opportunità – il diritto infatti lavora per conservare lo stato di cose che le sue leggi prescrivono.

Dicendo “tutta la forza necessaria”, intendo la duplice forza della consapevolezza […] e del tirare le conseguenze pratiche e logiche, quelle che stanno nella possibilità della persona che vede e si rende conto. Di lei da sola o insieme ad altre. Qui la parola chiave è “possibilità”. Il diritto ha finora impedito che la riappropriazione della forza cui ciascuno ha abdicato possa aprire nuove possibilità politiche. In questo, sostiene l’autrice, la predicazione antiviolenza ha anch’essa tagliato delle possibilità, incoraggiando una pratica di non-azione. E ciò si ripercuote sull’intelligenza delle persone: chi non usa la sua forza quando gli sarebbe utile e necessario, sembra stupido, ma chi vi ha rinunciato a priori, lo diventa realmente. “Stupido” lo intendo qui “politicamente”: incapace di comprendere la situazione e di agire prontamente in maniera adeguata. Ma, come detto sopra, occorre fare delle differenze, e ricordarsi che non per tutti il contratto sociale è valso nello stesso modo.

[Le donne sono] messe dentro/fuori dal patto sociale: dentro al patto sociale in quanto già sottoposte a un tacito “contratto sessuale”, fuori perché non hanno sottoscritto né l’uno né l’altro. Scomoda posizione che per gli uomini si è sempre tradotta nella comoda separazione tra pubblico e privato. Le donne hanno vissuto da sempre – certo loro malgrado – un giogo paradossale riguardo il contratto sociale: è stato loro imposto come in un “pacchetto” insieme a quello sessuale. Questo ha dato loro la possibilità di sperimentare prima e più sensatamente degli uomini quella regione dell’essere dove la forza diventa violenza senza soluzione di continuità. Il problema, insiste Luisa Muraro, non è di natura concettuale, ma esperienziale. Gli uomini hanno relegato con strumenti privati e pubblici il vissuto femminile appunto in una scissione tra privato e pubblico, costruendo rapporti facilmente codificati (ed abitualmente accettati) come violenti sia nell’ordine simbolico che in quello pratico. Il contratto sociale, cioè, serviva a barattare positive istanze di trasformazione sociale (diritti e uguaglianza) con la subordinazione sessista e classista. Ed è qui che si vede che il racconto del contratto sociale è già stato smantellato a suo tempo, ed un nuovo racconto è cominciato.

Il racconto è già cominciato. Luisa Muraro cede la parola a Carla Lonzi, e al suo mai troppo citato Sputiamo su Hegel laddove argomenta che inserirsi alla pari nel mondo degli uomini sarebbe (anzi, ancora è, purtroppo) un altro modo di convalidare quel vecchio contratto. Quindi le parole nuove ci sono – le abbiamo sentite e viste agire nella rivolta femminista che ha rotto il contratto sessuale non in nome della parità ma della differenza – e c’è anche un ordine simbolico: si tratta di lavorare per renderli sempre più pieni di senso. La questione della violenza si fa centrale perché emerge un legame sempre più distinguibile tra la fine dell’autorità politica, la cessione di responsabilità politica dell’autorità e la violenza. E questo legame, intuito ma reso consistente da una serie di fatti storici (11 settembre, G8 a Genova, invasione dell’Iraq, per citare i più grandi) deve portare una consapevolezza nuova riguardo lo status della violenza.

In ogni caso, è sbagliato credere di poter fare quello che si vuole con la violenza, usarla o rinunciarvi, come se usarla sensatamente fosse a intera disposizione degli umani, come se rinunciarvi fosse una libera opzione e non invece l’effetto di un’impostazione che ci fa rinunciare anche alla nostra forza. L’assegnare alla violenza non la condizione di strumento più o meno usabile dalle parti in gioco, ma quella di manifestazione della forza degli esseri umani che può essere cieca e distruttiva ma può anche prendere senso, permette di distinguere con nettezza politica e potere.  Politica è guadagnare esistenza libera e benessere condivisi, sottraendoci, donne e uomini, con astuzia e ingegno, in caso combattendo, allo schiacciamento dei rapporti di forza. C’è politica quando c’è movimento libero dell’anima e dei corpi, dove prima c’era cieca sottomissione ai più forti e al caso.

A questo punto ci si deve sobbarcare il compito di raccontare come è stato possibile cedere per così tanto tempo la forza politica di ciascuno in quel contratto che ha determinato in sostanza l’attuale caos economico e politico. Soprattutto, c’è da capire perché questo legame pernicioso tra le parti sociali ha dovuto attendere una grave crisi economica per manifestarsi, e non, per esempio, una delle tante crisi politiche che finora si sono succedute.

Il dispositivo produttivo e tecnologico dispiegato nella Grande Guerra, malgrado gli “avvertimenti” marxisti, è il primo atroce confronto dell’uomo con le forze scatenate e incontrollate della tecnica. Il potere politico e quello militare convinsero milioni di uomini alla guerra con il comune sentire della virilità – l’uomo che va in guerra è il vero uomo, questa è stata la costante di tutte le propagande in tutti i paesi. E quei metodi di convincimento sono stati tanto efficaci che l’uomo non più in guerra ma “abilitato” ad essere posseduto da una violenza più grande di lui ha continuato ad esercitarla, in tempo di pace, nel privato – mentre l’esempio dello stupro di guerra è continuato per tutto il XX secolo, dall’Armata Rossa nella liberata Berlino del ’45 alla Bosnia degli anni Novanta.

Mettere in questione la virilità e la sua funzione nel contratto sociale (come violenza occultata dal non esplicito contratto sessuale che ne è il sottofondo) è qualcosa che non è semplicemente mai successo finora. Solo di recente gruppi più o meno organizzati di uomini hanno cominciato a riflettere su questo argomento, con la significativa assenza, riscontrata dall’autrice, di gran parte degli intellettuali di sinistra (figuriamoci i politici). Cosa che, personalmente, mi convince sempre più che il sessismo è trasversale al pensiero politico.

Si affaccia così […] l’esigenza d’istituire un’autorità femminile per correggere l’unilateralità mutilante dell’eredità culturale, avendo chiaro che l’autorità non va confusa né con il potere, da una parte, né col prestigio, dall’altra. Il fallimento degli uomini si vede chiaramente nel fatto che il tentativo di annullare la manifesta differenza sessuale dell’umanità non ha portato finora nessuno dei vantaggi sperati. Finita l’illusione del benessere sempre in aumento, i nodi vengono al pettine e si mostra sempre più evidente la mancanza di un interlocutore sempre tacitato e sempre ipocriticamente “parlato” dall’altro. Chi è davvero esperto di questa violenza politica che ora sembra esprimersi senza freni – stante l’irresponsabilità, sempre politica, di chi sarebbe chiamato a governare – sono le donne, a causa di quella che Luisa Muraro chiama duplice competenza: quella che viene dal paradossale effetto di un contratto sociale non scelto, e quella che viene dalla violenza sessuale subita per una differenza “scomoda”.

Una competenza si forma con esperienza e parola, in circolo (virtuoso) fra loro, non altrimenti. E’ quello che è successo nei movimenti femministi degli ultimi decenni, unici eredi della rivoluzione come possibile violenza giusta (racconto/paradigma che non è stato mai seguito). In questi movimenti la parola è tornata ad acquisire un senso non scontato, un luogo non comune dove poter significare ancora, dove poter ancora liberare le possibiltà non più cedute al controllo altrui, non più vincolate ad un contratto stipulato a forza. E’ così che si può riacquisire la propria forza, cercando di promuovere l’indipendenza simbolica nei confronti dei mezzi e delle mediazioni del potere. Quella indipendenza simbolica permetterà di tornare responsabili della propria forza, per trasformare il protagonismo personale – desiderio legittimo di partecipare in  prima persona ad una storia che ha smesso di considerarci – nella leva che possiamo usare per separare la politica dal potere, invece che per consegnargliela. La libera disponibilità delle nostre forze e l’indipendenza simbolica dai mezzi del potere vanno insieme, ed è questo “andare insieme” che ci mostra realisticamente le possibilità che abbiamo di esserci in prima persona in ciò che accade.

L’azione semplicemente violenta non esiste, perché sarebbe il puro contrario di un’azione, una distruzione di possibilità. L’azione violenta è pura disperazione. Però accade troppo spesso che si oscilli tra non ragionare e reagire senza senso, e ragionare troppo perdendo la possibilità di essere efficaci. L’azione politica efficace va scelta tra tutte le possibilità ancora libere, parlata e detta da una capacità simbolica che non si fa leggere e imprigionare da un potere già esistente. La formula che ho trovato dice: quanto basta per combattere senza odiare, quanto serve per disfare senza distruggere. Odiare è eliminare ogni altro sentimento, che invece nel combattere deve rimanere vigile per distinguere l’azione liberatoria da quella semplicemente reattiva. Distruggere è un violento radere al suolo annullando le differenze, mentre disfare è un preciso decomporre per trovare origini, cause, procedimenti dai quali comprendere in futuro come evitare altri errori.

Leggendo anche la quarta di copertina, voglio fare una precisazione: questo libro non è un pamphlet incendiario. Forse lo è per dimensioni, ma non ci sono né l’acredine né il tono sprezzante o sarcastico tipico di quel genere. E’ un libro piccolo perché è conciso e privo di digressioni, lasciando l’essenziale dell’argomentazione senza impoverirla – tant’è che c’è anche una bibliografia, di solito assente nei pamphlet. Quindi le sue piccole dimensioni non devono essere un pregiudizio sul contenuto, che è autonomo, ben costruito, e pur essendo 80 pagine di filosofia politica non richiede nessuna particolare preparazione, a parte la voglia di farsi coinvolgere da ciò che si legge. Ma, a leggere le tante parole già scritte su questo libro, temo che anche questa stia diventando una dote rara.

“Dio è violent” si legge con piacere perché il tono è confidenziale senza banalizzare, ma non risparmia nessuna difficoltà al rigore degli argomenti, necessario per sostenere temi così forti in poche pagine. Inoltre, come raramente accade, Luisa Muraro ha una scrittura generosa. C’è molto di sé in queste pagine, ed è un dono raro quando si parla di saggi politici. Non a caso ho sentito con piacere – piacere da studioso di filosofia che si è sempre occupato di linguaggio e corpo – la presenza continua di un tema terreno, materiale, contingente (i corpi, la pratica, l’esperienza, il quotidiano) che non viene mai abbandonato a favore di una teorizzazione esasperata e fine a se stessa. Una intellettuale laica che comincia il suo libro con una lunga spiegazione sulla presenza di dio nel titolo è un segno più che tangibile che chi scrive dispone liberamente della sua forza e non ha paura di testare la propria (e la nostra) indipendenza simbolica. Bene così: pretendere lettori all’altezza serve a portare quei lettori a una migliore altezza.

Credo sia ingiusto chiedere a un testo simile riferimenti più numerosi per tutte le idee che vi sono espresse. Luisa Muraro è molto chiara e onesta nel sottolineare spesso che si sta facendo guidare da intuizioni, le quali però sono sistenute da fatti, e non sono vaghe impressioni che potrebbero o non potrebbero avere senso. E’ uno di quei testi che ispira a cercare conferme o smentite, certi che nel percorso necessario per trovarle serviranno più quelle intuizioni che molti punti d’appoggio, note e impianti bibliografici. E come accade spesso in questi casi, ho la netta impressione che “Dio è violent” entrerà rapidamente nella specialissima classifica dei libri tanto citati quanto poco letti. Ma questo è un problema di chi ama parlare a sproposito.

Comunque non si può negare che, in sole ottanta pagine, non ci siano motivi per considerare importante di questo libro. C’è disegnata un’alternativa possibile agli attuali rapporti politici con l’autorità, è contestualizzata e definita una pratica politica rivoluzionaria senza essere violenta, e si danno interpretazioni interessanti e stimolanti su nodi dei rapporti storici e politici di genere. Come uomo, ci tengo a dire che non ho trovato il libro né offensivo né provocatorio, ci mancherebbe. Personalmente ho trovato molte risposte a interrogativi che solo in parte avevo presenti a me stesso, e anche molte domande stimolanti. Nessuna affermazione è campata in aria – a parte ciò che viene dichiarato come intuizione, ma un’intuizione non è una falsità – e a ciascun genere è dato il suo. Non so ancora se le tante sollecitazioni di questo testo mi aiuteranno a trovare anche per gli uomini un altro ordine simbolico efficace e la capacità di riprenderesi la propria forza da agire nella libertà, ma certo se viviamo in una società machista e maschilista che risponde con la violenza anche agli uomini che non l’accettano, non è colpa di Luisa Muraro.

Se non lo si è capito, questo libro mi è piaciuto molto, moltissimo. Mi ha fatto riflettere e continua a farlo, e credo proprio che sarà uno di quei libri ai quali tornerò spesso, per rileggere un brano, per controllare se ho compreso bene un passo, per confrontarlo con altri libri che, leggendo, mi sono stati richiamati alla mente. Per soli sei euro, posso già dire di averci guadagnato parecchio.

P.S. Ringrazio Jo e tutt* in mailing list per gli spunti, e Alessandra Pigliaru per questo (che, giuro, ho letto solo dopo avere scritto questo mio pezzo, come correttamente dovrebbe fare un recensore, anche se dilettante).

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Set 2012 Se anche i “signori” rovistano nei cassonetti
di Marco Bascetta
già pubblicato su OUTLET rivista trimestrale
per una critica dell’ideologia italiana

Nel dibattito pubblico italiano il tema della violenza, quella politica o politicamente motivata, è andato incontro a un singolare destino: tanto più se ne evocava l’incombenza quanto meno trovava riscontro nella realtà dei fatti. Non vi è episodio, per quanto banale e insignificante, dalla scritta murale al lancio di uova e ortaggi, che i media e le forze politiche tutte non dichiarassero messaggero di un imminente ritorno del terrorismo, la bestia nera degli anni Settanta. L’assenza di una inclinazione significativamente violenta del conflitto sociale creava, per così dire, una sorta di disorientamento, di vuoto nel rapporto di potere tra governanti e governati, che i primi si sarebbero ingegnati a colmare con un notevole  sforzo di fantasia, talvolta assecondato dal narcisismo di parte dei movimenti.

Da tutti i pulpiti istituzionali si incitava ossessivamente a “non sottovalutare”, a “non abbassare la guardia” e dunque a oliare e accrescere gli strumenti di controllo e di repressione in attesa di un nemico che stava affilando i coltelli in un’oscurità tanto fitta da non vedersene nemmeno l’ombra. Qualche plico esplosivo di provenienza “informale” (il che la dice lunga sulla consistenza e stabilità strategica dei bombaroli postali) non cambia in alcun modo il quadro di una situazione di conflittualità sociale tenuta sostanzialmente entro solidi argini. Quanto alle parole che sarebbero diventate pallottole, neanche le menti più labili sono mai riuscite a prendere sul serio i truculenti proclami dei guerrieri padani e di altri commedianti di diverso orientamento.  Così, a una pedagogia di Stato che trasformava temperini in scimitarre e vetrine sfasciate e cassonetti incendiati nel reato di “saccheggio e devastazione”, con relative mostruose pene detentive, (povero Attila surclassato da tifosi e manifestanti turbolenti) si accompagnava una totale censura sulla questione della violenza in termini politici, storici, sociologici o filosofici. L’interrogazione stessa sulle cause della violenza veniva interpretata come una sostanziale complicità con chi la esercitava.

All’origine di tutto questo la guerra senza quartiere condotta negli anni Ottanta, a partire dagli Stati Uniti, contro le analisi sociologiche del crimine al grido di “non è la società, sono i criminali i soli responsabili del crimine”. Parola d’ordine che, transitando agevolmente dalla criminologia alla politica, si adattava perfettamente tanto alla tradizione puritana d’oltre Atlantico quanto alla crisi fiscale dello Stato e che avrebbe ispirato, dilagando per ogni dove, la teoria e la pratica della “tolleranza zero”, con un vasto dispiego di violenza poliziesca e giudiziaria, accompagnata dal massiccio taglio delle politiche sociali.

I bastoni, si sa, sono sempre inversamente proporzionali alle carote e assai meno dispendiosi. Quanto al pensiero di una dimensione politica della violenza che istituisca o destabilizzi assetti e rapporti di forza, che incida in qualche modo sulla trasformazione della società, qualunque tentativo di accostarsi anche prudentemente al tema veniva sdegnosamente respinto come un rigurgito del “secolo  del male”, il Novecento, sintomo di arretratezza  e di incomprensione della immensa forza trasformatrice della non violenza, da una parte, e con la sacralizzazione della legalità e l’insostituibilità dei principi liberisti dall’altra.

Questo clima di interdizione e di censura comincia, tuttavia, a mostrare qualche crepa. I grandi movimenti pacifici, di opinione o di lotta poco importa, non hanno avuto consistenti risultati da esibire nel primo decennio del nuovo secolo, fatta eccezione per qualche dote profetica di cui compiacersi, l’asimmetria crescente tra poteri forti e soggetti indeboliti non ha indotto alcun ripensamento, gli strumenti di ricatto e di controllo sulla forza lavoro precaria non si sono accresciuti e inaspriti e la violenza degli Stati e dei mercati non incontra più nessun argine. Si fa allora strada l’idea che questa vocazione giurata alla non violenza non sia concretamente in grado  di  contrastare l’arbitrio del potere e la sua arroganza, che l’asimmetria (come scelta non come circostanza storica) non sia propriamente una virtù. Molti indizi rivelano che l’autopercezione vittimaria, la reazione trattenuta, rinviata o delegata all’intervento di un potere salvifico, fosse anche il mito della società civile o la riscossa giudiziaria, finiscono coll’alimentare, nella forma classica del ressentiment, populismi, nazionalismi e politiche identitarie. L’idea della violenza combinata con quella della delega, posta alle origini dello Stato moderno, contiene in sé tutti i veleni rinunciatari e subalterni distillati dal risentimento. Il quale nella deriva autoritaria delle democrazie contemporanee si rivela assai più potente della paura o dell’insicurezza che la dottrina poneva alle origini del contratto sociale.

Ed è proprio a partire dalla rottura di questo contratto e dall’esaurirsi della sua secolare narrazione, che Luisa Muraro, ripropone coraggiosamente in un recentissimo saggio (Dio è violent, Nottetempo) il tema della violenza al dibattito pubblico. Il ritorno della guerra come arbitrio regolatore dei rapporti internazionali, lo svuotarsi di quella promessa di progresso che aveva determinato la tenuta del contratto sociale moderno e il numero crescente degli esclusi dai suoi benefici, legittimano i contraenti a revocare la propria adesione. E a questo punto, di fronte a un potere con cui si è reciso il filo della delega e della rappresentanza, che si è sottratto o ci ha escluso dal contratto sociale, non ha senso presentarsi spogli di ogni forza o privi della consapevolezza che ogni esercizio della forza non può non contemplare lo sconfinamento nella violenza.

Qualche istantanea tratta dal mondo della grande crisi può introdurci a un altro modo, forse ancora più radicale, di guardare alla fine del contratto sociale e all’ipocrisia dei continui appelli perché tutti “facciano la loro parte” nel salvare il Paese, l’Europa, l’euro o addirittura l’economia planetaria. Distinti signori che rovistano nei cassonetti, famiglie sfrattate accampate in automobile, malati condannati a morte da un tracollo finanziario, licenziati arrampicati per ogni dove nella speranza di rendere almeno visibile la propria sorte, artigiani e piccoli imprenditori  suicidi per debiti.

Sono i numerosi  fuoriusciti dal basso dal contratto sociale. Ma quelli che contano di più, e determinano a proprio arbitrio la vita di tutti, sono i fuoriusciti dall’alto: i fondi d’investimento, le élite finanziarie, i banchieri, i cosiddetti mercati, il cui millantato automatismo maschera soggetti e ideologie, cultura e volontà di potenza che scorazzano in piena libertà nello spazio e nel tempo dell’economia globale. Impongono condizioni e non scendono a patti con nessuno, non vi è regola che non abbiano dato a sé stessi, non vi è giurisdizione o governo in grado di intaccarne gli interessi e contrastarne lo strapotere e la pervasività. Gli armatori greci, seconda industria del Paese, 16 per cento della flotta mondiale, hanno garantita per legge la detassazione degli immensi profitti accumulati in acque globali e dispongono di formidabili armi di ricatto che non hanno mancato di agitare quando Syriza minacciava di vincere le elezioni e abolire il privilegio. Ma ad Atene sono i pensionati, i salariati, i disoccupati a dover “fare la propria parte”, quelli che “hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi”.

In breve, i poteri economici globali agiscono al di fuori da ogni contratto sociale o semplice compromesso, mentre il resto dell’umanità viene obbligato ad onorare il contratto stipulato, per via diretta o indiretta, pubblica o privata, con il capitale finanziario. Quanto più immateriali sono le fonti della rendita, tanto più materiali sono le condizioni imposte per garantirla. Ma perché mai un potere che agisce fuori dalla legge dei comuni mortali dovrebbe esserne protetto? Non dovrebbe forse essere la forza di una minaccia a determinare il rapporto tra gli esodati dal contratto sociale verso il basso e coloro che vi si sono sottratti dall’alto?

L’esclusione dalla comunità, dalla legalità e dalla sicurezza costituiva quella sorta di condanna a morte differita che, nell’antico diritto germanico, prendeva forma nella “messa al bando”e faceva del bandito la preda per eccellenza. Qui la sottrazione delle élite finanziarie al contratto sociale istituisce invece un potere predatore, che conserva tuttavia la prerogativa della sicurezza. La messa in questione di questa prerogativa è al centro di ogni ragionamento sulla violenza. Non si tratta di un impossibile ripristino del patto sociale, ma, al contrario, di rifiutare ogni obbedienza dovuta alla sua rappresentazione. Anche i messi al bando dallo stato sociale, i fuoriusciti dal basso, hanno tutte le ragioni di farsi “banditi” e tentare di raccogliere le forze per riappropriarsi della ricchezza sottratta. Da prede possono sempre farsi predatori. Chiamiamola pure  senza timore guerriglia di classe.

Gli ottimisti di epoca paleo liberale profetizzavano che gli affari avrebbero sostituito le guerre. Non è andata proprio così, anche se, all’apparenza, la guerra fredda è stata vinta con le armi della competizione economica (che comprendeva comunque diverse guerre guerreggiate nonché il cosiddetto equilibrio del terrore e i suoi costi spropositati), con un enorme dispiegamento di violenza, il cui risultato, fra altri, è il regno di Putin e un discreto numero di orrende Satrapie. Fatto sta che nel mondo contemporaneo nessuna distinzione è più possibile tra violenza economica e violenza fisica e politica, tra quale sia venuta prima e quale sia venuta dopo, quale il mezzo e quale il fine, questione che fu al centro della lontana polemica tra Engels e Duehring. Quest’ultimo sosteneva che all’origine della nostra storia vi è un atto violento di asservimento dal quale i rapporti economici sarebbero poi discesi (per spiegarcelo il professore ricorre a Robinson e Venerdì), mentre Engels sosteneva il contrario, e cioè che l’asservimento politico non era che una funzione strumentale dei rapporti economici che precedono come premessa e seguono come risultato l’esercizio della violenza. La quale non  ha svolto alcun ruolo nell’istituzione della proprietà privata. Mentre per Duehring la violenza si presentava dunque come un male assoluto ad esclusivo uso del potere e a fondamento di un ordine sociale iniquo (cosa che non pochi continuano a pensare), Engels si lasciava aperta la strada ad un uso rivoluzionario della violenza, chiamata a sovvertire quell’ordine iniquo, liberando quanto si era prodotto nel suo grembo.

Il fatto è che la violenza non è né un atto fondativo, né un mezzo, né la teleologica “levatrice della storia”( più intrigante sarebbe chiedersi se non sia ciò che tutti escludono e cioè un fine) ma una relazione  in buona misura indipendente dalla coscienza, dalla scelta e dalla definizione teorica dei soggetti che vi sono coinvolti. Se vogliamo è un linguaggio che, per il solo fatto di essere inteso anche da chi non lo vuole parlare, pur disponendo degli strumenti per farlo, determina profondamente l’instaurazione, la natura e l’intensità del rapporto. Un ambiente, insomma, entro cui è necessario orientarsi  e che non può essere cancellato con un atto di volontà. Il diritto stesso, con l’ammissione della legittima difesa, autorizza l’uso privato della violenza in un determinato contesto relazionale. E’ propriamente questo aspetto di relazione quello che la dottrina della non violenza non riesce a percepire e i corifei della legalità repressiva  si sforzano di occultare. Ed è ancora questa natura relazionale che ostacola, come numerose esperienze storiche testimoniano, quella ricerca di una giusta misura nell’impiego della forza/violenza a cui Muraro invita. In questo misconoscimento sta anche quella concezione identitaria cui dobbiamo l’ invenzione dei “violenti” per vocazione e le interpretazioni  più fantasiose del black bloc, un fenomeno radicato, non in una qualsivoglia dottrina o inclinazione, ma nella precarietà come forma di vita da cui consegue un vissuto “informale” della militanza.

La crisi mostra in altorilievo, nel cortocircuito immediato tra economia e violenza, la natura sopraffattrice dei rapporti sociali, e non più solo o essenzialmente per il dispositivo di sfruttamento che li sottende, ma per il governo diretto delle  vite che la violenza economica esercita e in cui lo sfruttamento si articola. Laddove il braccio repressivo dello Stato non ha alcun bisogno di intervenire. E il termine stesso “violenza” è bandito. Nessuno annovererebbe tra le morti violente, la morte di qualcuno privo o privato dei mezzi per farsi curare dalla perdita di un lavoro o di una polizza.  Nessuno ha mai fatto il conto di quante esistenze vengano quotidianamente annientate, con fredda cognizione di causa, per garantire la rendita dei capitali finanziari, i profitti dell’industria chimica o farmaceutica e perfino quelli della proprietà intellettuale. Si parlerà di iniquità, di ingiustizia, di inefficienza, perfino di reati, ma molto difficilmente di violenza. Se la narrazione del contratto sociale volge al termine, quella del contratto tra debitori e creditori gode di ottima salute e ne ha preso il posto come garanzia che il mondo civile non esca dai suoi cardini. L’indebitamento, in quanto servitù volontaria, è esentato da ogni riferimento alla violenza. Il tabù è decisivo, la distinzione irrinunciabile. Se infatti fossero identificate come violenza la privazione e lo strangolamento economico di soggetti deboli o indeboliti, di intere società, si riconoscerebbe una sorta di ius resistantiae, un diritto di opporsi con l’uso della forza agli atti che minacciano le nostre condizioni di esistenza. Lo sfrattato di Karlsruhe che ha accolto a fucilate il fabbro e l’ufficiale giudiziario troverebbe un suo posto nella storia della resistenza sociale, come lo ha trovato il ragazzo tunisino datosi alle fiamme, esasperato da un arbitrio di polizia, innescando con il suo gesto le rivolte arabe. Per questo il concetto stesso di violenza economica e l’idea che il potere del denaro possa costringere e assoggettare, come qualsiasi altra forma di violenza fisica, politica e non, devono essere banditi a ogni costo. Chi dovesse infrangere questo divieto sarebbe subito accusato di ideologia, di non riconoscere l’ “oggettività” delle leggi di mercato e infine di essere un nostalgico della novecentesca lotta di classe. E non è certo il caso di prendersela a male

E, tuttavia, l’inasprirsi della crisi ha cominciato a sdoganare il concetto di violenza economica e l’idea che ad essa potesse opporsi una violenza sociale che, almeno simbolicamente, ne aggredisse i dispositivi, i linguaggi, i dogmi. La Grecia è stata per un tempo interminabile teatro di scontri violenti e guerriglia urbana, i minatori spagnoli hanno catalizzato la rabbia dei cittadini di Madrid, le rivolte metropolitane si sono moltiplicate in Europa e in America, e in certi momenti gli uomini della City o di Wall Street hanno dovuto strisciare lungo i muri mimetizzati da anonimi cittadini. Ma di queste insorgenze c’è da dire che non hanno conseguito maggiori risultati dei grandi movimenti ispirati alla non violenza. Non sono state considerate una minaccia abbastanza seria da doverci venire a patti. Il campanello di allarme non ha suonato abbastanza forte e la catena di corruzione, condizionamenti e ricatti che dalle élite sovranazionali discende ai governi nazionali, fino al pallido spettro delle forze politiche e delle loro clientele (soprattutto quelle dell’Europa mediterranea) ha sostanzialmente tenuto.

Poteri grandi e piccoli si sentono relativamente al sicuro. E tuttavia il tabù è seriamente incrinato,  il contenuto di violenza insito nei rapporti sociali si è fatto sempre più evidente e l’esperienza dell’ingiustizia si è estesa a livello di massa, così come il suo rifiuto. Tanto impotente resta, però, una violenza senza forza, quanto una forza troppo trattenuta dal tabù della violenza, illusa di potersi sottrarre, nel suo autismo etico, alla relazione violenta che ci sta schiacciando, mentre dovremmo, invece, trovare l’efficacia necessaria per affrontarla. Se possibile, con misura. Altrimenti, dovremo farlo in ogni caso.

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Maschile Plurale

"Raffina i sentimenti, trasgredisci i rituali"

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