Incontro dei gruppi di condivisione in Brianza

Ripreso da Uomini in Cammino

REPORT  di Danilo Villa

Triuggio (MB) : 6 maggio 2017

 

PARTECIPANTI:

 

Gruppo Brianza: Mario, Franco, Giancarlo, Lino, Ermanno, Fabio, Danilo;

Gruppo Verona/Brescia: Giovanni, Franco, Michelangelo, Mario, Luciano, Giacomo;

Gruppo Pinerolo: Gigi, Ugo, Giovanni, Ezio, Beppe, Angelo, Luciano, Francesco, Arcangelo, Marcello

 

NOTE – APPUNTI

Queste note esprimono in forma sintetica temi, spunti e questioni che hanno caratterizzato una giornata d’incontro tra i gruppi. Sono presentate per “quadri di un dialogo tra uomini” che, come comprensibilmente succede, spesso ritornava e riprendeva gli stessi temi.

Dopo le presentazioni dei presenti e delle esperienze dei gruppi si è affacciato (quasi subito) il tema: “Travasi di senso tra intimità maschili e attività pubbliche per il cambiamento”, sviluppato su tre quadri di dialogo:

  1. vivere e soffrire il conflitto;
  2. travasi di senso: dall’intimità alla vita pubblica ;
  3. il gruppo: cambiamento e trasformazione.

Riprendere e operare una separazione netta dei discorsi, raccolti in questi quadri, ha comportato qualche forzata interpretazione, per cui è possibile riconoscere, nella lettura e nei ricordi di ciascuno, gli aspetti che sconfinano e che opportunamente si travasano da una parte all’altra.

 

1) Vivere e soffrire il conflitto

il conflitto, soprattutto quello di pancia, è ancora la brutta bestia che portandoci all’aggressività toglie qualcosa alla verità delle cause (offusca la vista); lo sperimentiamo qualche volta anche nel gruppo, tra noi, ma è più evidente in contesti più esposti (nelle relazioni con le donne o con altri uomini… o sulle strade);

non si può, è sbagliato entrare in conflitto con il senso e la verità degli altri che nel gruppo si ascoltano e si accolgono (senza giudizio), ma non è scontato farlo, soprattutto quando ci si trova in uno spazio pubblico di relazioni (p.es. gruppi organizzati) dove si interagisce con le dinamiche di potere che ci creano difficoltà nel mantenere quest’apertura all’altro/a;

va riconosciuta e valorizzata la concezione del conflitto come un evento positivo, necessario e utile, per il cambiamento;

il conflitto è nella possibilità di lasciarsi trasformare: non rinunciando alla propria intelligenza che ci chiede di imparare a stare zitti, ad ascoltare e capire cos’ha da dirmi l’altro/a e ogni trasformazione comporta il “patire un conflitto di trasformazione” nel quale posso imparare a evitare, contenere il desiderio e le pulsioni emotive del “far fuori” l’altro/a

vi è una sofferenza con se stessi che nell’ascolto e nel racconto di sé, fatto nell’intimità del gruppo (anche dopo molti anni), fa accadere qualcosa… che trasforma; la trasformazione è nel racconto che mette in parola il disagio;

vi è pure un conflitto interiore che, è stato detto, nell’incapacità di “amare gli altri quanto se stessi” [1] si alimenta della paura di mostrare le proprie emozioni (positive e/o negative); sebbene le emozioni non spiegano pienamente i nostri comportamenti (verso gli altri) e qualche volta possono togliere parole alle narrazioni, esse contribuiscono molto alla loro comprensione, inclusa quella verso se stessi e, di conseguenza, alla ragioni del nostro star male;

il conflitto dentro di noi è più facile, ma mai semplice; esprimerlo nel gruppo è più difficile perché si manifesta  in contesti non protetti, pubblici e spesso vi riversa la sua carica;

essere in conflitto con se stessi o con parti di sé attesta una crescita nell’esercizio dell’autocritica: è presa di coscienza, necessaria e utile per il cambiamento. Ma essere coscienti non è sufficiente. Occorre agire di conseguenza, con impegno, su tutto ciò che si desidera cambiare di se stessi e accettare (anzi chiedere, sollecitare) di essere misurati sui risultati concreti (dalle persone con le quali siamo in relazione, da quelle più vicine). Altrettanto richiede di essere pazienti verso se stessi, le proprie fragilità che permangono. Il conflitto con se stessi non si risolve, si vive nella fatica e nella  continuità di crescere sempre, ad ogni età e fase della vita;

prendere coscienza dei nostri conflitti interiori, evitando le autogiustificazioni, anzi riconoscendole, ci porta su un cammino di sofferenza che possiamo portare/manifestare nel/al gruppo quale luogo di analisi profonda di come stiamo nelle relazioni. Questa consapevolezza è possibile anche frequentando “la politica” che porta ad occuparsi degli altri[2];

su conflitto e giudizio: spesso nel conoscere una realtà (dei fatti e delle persone) usiamo i criteri del giudizio e del catalogare per interpretarne il senso. Altra cosa, però, è introdurre il giudizio nelle relazioni per leggerne la qualità dei rapporti, e una cosa è farlo quando si tratta di rapporti di forza e di potere, dove posso agire o subire un giudizio (azione unidirezionale), un’altra è con un amico al quale chiedo e mi sento di esprimere un giudizio su di lui o sulla relazione con lui (azione di reciprocità).

 

2) Travasi di senso: dall’intimità alla vita pubblica

l’esigenza di “espandersi” dall’intimità del gruppo alla dimensione politica pubblica quali travasi di senso richiede? E, in questo caso, quale distinzione è possibile tra privato e pubblico? Sono domande che richiedono un approfondimento nella cornice di una analisi tra l’esperienza personale del quotidiano, quale spazio delle relazioni dirette, con quella collettiva (per il cambiamento sociale) dove le relazioni sono mediate dai soggetti organizzati con i quali si interagisce (gruppi , associazioni, partiti, sindacati…);

la discussione nei gruppi non avviene per argomenti programmati (modalità guidata) ma su ciò che ciascuno porta in quel momento e spesso sono i vissuti rispetto a dinamiche di conflitto e di aggressività in famiglia, sul lavoro, con le donne…; questa modalità spontanea determina lo spazio dell’intimità del gruppo e le dà senso. E’ anche una modalità di apprendimento di una pratica relazionale immediata, schietta, genuina, che può riverberarsi nella vita  pubblica di ciascuno di noi;

partire da sé, rifiutando approcci intellettualistici, è il chiodo fisso, la pietra angolare del vivere l’esperienza nel gruppo che difficilmente può travasarsi in uno spazio pubblico, dove le interfacce (intimità e azione pubblica) producono scarti[3]. E poi cosa abbiamo da dire? Non abbiamo una linea, un pensiero dicibile come fosse un programma politico, non possiamo parlare in nome e per conto del gruppo ma, eventualmente, solo per se stessi;

la ricerca intima che avviene nel gruppo, che ha come presupposti l’ascolto che sa sospendere il giudizio e la non aggressività ecc…, è un allenamento, una palestra di senso, pratiche e valori che si riversano anche fuori, senza avere l’atteggiamento di chi vuole catechizzare una società, ma di chi desidera cambiare a partire dal come si vivono e si instaurano le relazioni in ogni contesto;

nel gruppo c’è qualcosa di prezioso che non è facile portar fuori, anche se è possibile; sono competenze nelle modalità relazionali capaci di stare nelle “verità sacre” delle persone (pur contrastanti a volte) in modo creativo e utili per poter affrontare i grandi problemi del mondo. Sono competenze maturate dalle nostre pratiche orientate al cambiare noi stessi, i nostri bisogni radicali di senso. Competenze che possono aiutare a cambiare i contesti (associativi, di gruppo, di movimento…) nei bisogni radicali di nuovi sistemi etici e valoriali. Sono competenze educative che non s’impongono (come avviene nella scuola) ma lasciano “libera crescita” (soggettiva e collettiva) in mondi di senso, di dialogo e valore condivisi;

travasi di senso: avvengono già nell’esperienza del gruppo in quanto realtà aperta e non chiusa su se stessa, nella quale ognuno porta dentro e porta fuori i suoi valori, principi, desideri, attese, ma anche inquietudini, sofferenze, sconfitte… C’è da chiedersi però se ogni gruppo è o vuole essere anche una esperienza che si radica nel suo territorio, ne diventa un’espressione culturale, di riferimento, seppur minoritaria, scambiando sistemi di valori e pratiche di trasformazione;

travasi di senso: il primo sta nel nostro coraggio (anche dopo molti anni) di parlare ad altri uomini del nostro disagio e incamminarci tutti sul “sentiero della consapevolezza”; il secondo riguarda il gruppo, dove è importante non tanto corrispondere al pensiero e alle attese femministe, ma trovare la felicità di vivere nuove relazioni tra uomini e imparare a viverle con le donne (il sentiero delle pratiche); il terzo è nella possibilità delle contaminazioni che ciascuno di noi può fare verso altri singoli uomini (anche di potere) attraverso un dialogo che sollecita la sostituzione di dinamiche competitive con quelle collaborative e orientate al bene comune (il sentiero della comunanza);

c’è una tensione tra interno ed esterno al gruppo difficile da risolvere se non dentro ciascuno di noi che, acquisendo forza dall’intima relazione con il gruppo, rafforza le ragioni del suo impegno nel sociale;

il gruppo non può bastare, è una esperienza che deve aprirsi per stare nella mescolanza delle contraddizioni (sociali e individuali), anche perché non avrebbe senso acquisire, grazie al gruppo, coscienza delle nostre contraddizioni se poi fuori ci si comporta esattamente come prima[4].

Nell’impegno pubblico la forza ricevuta dal gruppo ci porta, anche negli ultimi anni della nostra vita, ad occuparci dei grandi conflitti sociali partecipando ad un movimento che dal basso interroga le giovani generazioni sul futuro del mondo;

nella solitudine degli uomini, di un maschile silente, le nostre esperienze trovano risonanze e attenzioni sociali, ma non promuovono movimento negli uomini, non travasano sufficiente forza; siamo voci… nella solitudine;

conflitti di senso interiori: a volte chiamiamo conflitti ciò che sono altro, sono più delle disarmonie, delle scontentezze, delle frustrazioni verso noi stessi per lo scarto tra ciò che desideriamo essere e ciò che siamo, tra i nostri valori e i nostri comportamenti (dis-valore), come per esempio nel desiderio di pace, di vivere nella pace, e l’essere invece protagonisti/partecipi di relazioni conflittuali, di lotte…

 

3) Il gruppo: cambiamento e trasformazione

nel gruppo affrontiamo le nostre sofferenze (di una vita) parlando di noi e ascoltandoci con fiducia e garanzia di riservatezza; nell’intimità protetta dal gruppo “ti puoi buttare” e il suo kit di sopravvivenza (effetto paracadute) permette l’accettazione di noi stessi, delle nostre turbolenze non dicibili (i nostri “vizietti”) perché l’ascolto amorevole degli altri è tutela dello spazio personale;

non giudico nel gruppo, giudico me stesso; imparando a parlare delle cose più difficili mi permetto il cambiamento che sta nel riconoscimento reciproco delle positività di ciascuno

grappolo di domande: il gruppo nella pratica di autocoscienza critica rischia un eccesso? Quante volte ci siamo soffermati nella ricerca di ciò che di buono, di bello, di positivo c’è in noi come uomini (maschi)? Come l’esperienza del gruppo ci aiuta a riconoscere i nostri carismi? Oltre all’autocritica cosa possiamo dire di noi? Quale possibile riconoscimento di positività reciproche attuiamo come pratica di nuove relazioni tra uomini? Esiste una sapienza maschile? Una positività del nostro genere che ci avvicini nel dialogo con tutti gli uomini? E i nostri gruppi che sapienza esprimono?

Sapiente è colui che sa (competente), trasmette (maestro), tace (parla con l’esempio) e noi , maschi (… in trasformazione…) di cosa siamo competenti? cosa sappiamo trasmettere di buono? e quando siamo di esempio? e per chi?

Siamo gruppi di ricerca, e non solo di discussione, per l’apprendimento di relazioni di qualità tra noi, con le donne, con il mondo; dobbiamo allora ampliare il nostro linguaggio per esprimere mondi più ricchi di senso, dentro di noi e tra noi e nella dinamica politica che ci appartiene;

l’empatia è un valore del gruppo che ci identifica come una comunità;

i nostri sono gruppi educativi che cambiano e ci cambiano;

il nostro “sol dell’avvenire” più che un risultato è un metodo per un cammino: quello di diventare uomini che stanno sulle proprie gambe;

IL GIOCO DELLE 3 SEDIE

A conclusione della giornata abbiamo dichiarato, attraverso il gioco, cosa ci è piaciuto/non piaciuto e le nostre proposte per continuare.

Riporto quelle che mi sono appuntato:

  1. a) mi è piaciuto: ascoltare e assorbire della buona energia; scoprire uomini diversi alla ricerca di senso e liberi dal bisogno; la spontaneità di parlare dell’amore; l’empatia che ci unisce; la definizione di conflitto come possibilità di lasciaci trasformare; l’esserci finalmente trovati insieme; aver sperimentato un incontrarci che ha ampliato le prospettive; ascoltare ricevendo cose da ruminare; l’emozione di aver incontrato visi conosciuti e quella di una densa umanità che avevo provato la prima volta che sono arrivato al gruppo; il gruppo allargato; il coraggio, la caparbietà e la tenacia del nostro lavoro; la relazione tra noi; l’invito a lavorare sulla sapienza maschile; l’invito a lavorare sul positivo maschile per incontrare altri uomini;

 

  1. b) non mi è piaciuto: lo spazio e il tempo ridotto, avrei preferito lavorare per piccoli gruppi; la pigrizia di venire (dissolta dopo essere arrivato); non aver mangiato la torta salata; l’aver già terminato; il poco tempo; niente non mi è piaciuto; lasciato alla fine e in sospeso il tema della sapienza;

  1. c) proposte: dare continuità allo scambio, per esempio con la comunicazione e la frequentazione tra gruppi;

                     comunicare per e-mail;

                     continuare con sincerità;

                     facendo i conti con le nostre fragilità dar valore a quel che facciamo lavorando sul lessico;

                     rincontrarci;

                     darci continuità, ma come?;

                     coinvolgere il nuovo gruppo uomini di Milano (il cerchio degli uomini di Milano);

                     rivederci a scadenze non ravvicinate;

                     rivederci a settembre;

                     attenzionare il tema della sapienza e ritrovarci a parlarne;

                     sapienza: rifletterci insieme scambiandoci i lavori nei gruppi;

                     perseveranza legata al coraggio dell’ironia…

[1]             frase complicata e non so se è stata pronunciata per il suo significato evangelico o (aggiungo io) si riferisce al concetto di A. Capitini sulla necessità di riconoscere e dare valore  all’altro/a, nella relazione con lui/lei, non per la sua esistenza ma per la sua presenza.

[2]             Interpreto questa affermazione come il fare un’esperienza politica votata all’impegno verso gli altri, che nel contempo può mostrare alcune contraddizioni personali e mi permette di prenderne coscienza.

[3]             Scarti di incomprensioni, dialogo,… non sono in grado di specificarlo, ma ho ritenuto comunque di riportare questa affermazione perché lascia aperta una questione importante

[4]             Dagli appunti mi è difficile chiarire meglio cosa effettivamente è stato detto

Maschile Plurale

"Raffina i sentimenti, trasgredisci i rituali"

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