Giu 2000 “Io: un uomo di fronte alla guerra” di Claudio Vedovati


foto di James P. Blair

Giu 2000 “Io: un uomo di fronte alla guerra”
di Claudio Vedovati
pubblicato sulla rivista Marea: donne ormeggi, rotte approdi n.2, 2000

Ho partecipato alcuni mesi fa ad un convegno a Bari sulla guerra nei Balcani e mi ha colpito un’osservazione di Pasquale Voza sulla necessità, nel parlare della guerra, di metterci della passione. Ma mi ha anche colpito come quest’idea della passione si risolvesse risolta tutta nel significato d’emotività. A me la passione ha preso in senso diverso e mi ha portato per tutt’altra strada: la passione intesa come connessione intima con le cose, come compromissione. E mi sono chiesto che connessione c’è tra analisi e passione, che passione c’è nelle nostre analisi, in altre parole in che rapporto entriamo con le cose attraverso le nostre analisi.

È da questo sentire, che è anche un punto di vista, che mi appaiono poco convincenti i nostri discorsi, quelli che abbiamo fatto o letto sui giornali e sulle riviste della sinistra, non perché non concordi nel merito delle singole analisi: sono solide e diciamo che possiamo differenziarci solo per piccoli scarti. Non è questo il punto: io non parlo delle analisi, ma delle rappresentazioni. Le rappresentazioni non sono solo immagini della realtà, sono anche un modo con il quale parliamo di noi stessi. Attraverso le rappresentazioni noi ci collochiamo nelle cose, diciamo qualcosa di noi. Entriamo in relazione e diciamo chi siamo e cosa vogliamo. Parliamo delle nostre passioni, diciamo – e ci diciamo – cosa abbiamo dentro, che cosa abbiamo alle spalle, che idea del futuro abbiamo, anzi che idea del futuro siamo. Le analisi invece stanno lontane da noi, dai nostri corpi e dal nostro sentire, ne prescindono. Sembrano stare già nelle cose ben oltre la relazione che abbiamo con esse.

Le analisi ci sono, vecchie o nuove, convincenti o meno. Quello che manca, qui a sinistra, è un discorso su di noi. Credo sia utile capire, nel momento in cui parliamo della guerra nei Balcani (così come abbiamo parlato altre volte di guerra o parliamo di tante altre cose nel nostro fare politica), come ci rappresentiamo e stiamo nella realtà, cosa diciamo di noi stessi. È da qui, da questo che è un interrogativo, che noi possiamo ragionare sui nessi che ci sono tra ordine politico, ordine sessuato, sessualità maschile.

Torno ancora a Pasquale Voza, che nel suo intervento riprendeva in termini critici quella grande tradizione della soggettività moderna che ha posto individui atomizzati e astratti a fronte di un universalismo altrettanto astratto, e che ha prodotto quei modelli di razionalità che permettono oggi di parlare, assurdamente, di guerra umanitaria per giustificare il ritorno della guerra nella normale prassi della politica. È questa tradizione, che oggi critichiamo e sentiamo stretta per la nostra soggettività, che ci permette di parlare di cittadini, individui, proprietari, contratto sociale, pubblico e privato, costituzioni, rappresentanza. Bene, io non credo che noi ci collochiamo in maniera asimmetrica rispetto a essa, non ci mettiamo a distanza da questa tradizione, da questa idea della politica e delle soggettività, nel momento in cui rappresentiamo la realtà fingendo che ci sia o possa esserci distanza e una non passione, una non compromissione con le cose, una non contiguità tra il soggetto che parla, noi, e l’oggetto che analizziamo, la guerra.

Io sento che queste nostre analisi, in cui parliamo di globalizzazione, egemonie mondiali, economia di guerra e così via, tengano dentro di sé una distanza che è anche una finzione della rappresentazione: c’è una realtà che sta lì e noi che stiamo qui, c’è una realtà con cui possiamo confliggere ma senza esserne in qualche modo compromessi, che non ci interroga e non dice nulla di noi. Non ne facciamo parte fino in fondo. La denuncia è un rito, sincero, con cui fingiamo la nostra estraneità: noi siamo da un’altra parte. Ci sono i soggetti e gli oggetti e non c’è relazione tra le due cose.

Io credo invece che se il discorso sulla guerra non coglie la connessione intima che c’è tra i soggetti e la guerra di cui parlano allora non c’è sinistra, non c’è possibile ragionamento sulle cose. Non c’è sinistra nel senso che non c’è il soggetto che parla. Questo soggetto che finge di non esserci, d’essere estraneo alle cose di cui parla, ricorda non casualmente le forme della soggettività maschile.

Dice Maria Luisa Boccia, una donna, che bisogna mettersi in relazione con l’evento a partire da sé e che fare questo è un porsi in contraddizione con tutte quelle rappresentazioni che cancellano le diversità e le differenze. Tra queste rappresentazioni ci sono certamente anche i discorsi maschili sul genere. E la guerra – sua volta – interviene anche sul terreno della diversità.

Perché e in che senso, allora, la guerra ci riguarda, e ci riguardano i bombardamenti intelligenti, le pulizie e gli stupri etnici, le armi umanitarie? Non semplicemente perché il nostro paese sia stato coinvolto in prima persona in questa guerra o perché essa si sia svolta a poche decine di chilometri dalle nostre coste, né perché ci sia un sentire in noi, civile ma astratto, che ci fa essere parte in causa d’ogni ingiustizia. Tantomeno, credo, perché il nostro discorso politico, che denuncia le asimmetrie dei poteri mondiali e le forme, vecchie o nuove,  d’imperialismo, parli di processi che, ovviamente, ci coinvolgono tutti.

La guerra ci riguarda in maniera del tutto diversa, e secondo me meno semplicistica, se pensiamo a noi stessi come soggetti, se ci interroghiamo sulla soggettività come cosa non astratta, quindi anche sessuata.

Esiste un filo che lega la sessualità maschile e la guerra? La sessualità maschile e le pratiche del conflitto? La sessualità maschile e le forme del potere? Queste sono le domande che mi voglio porre come uomo. Io credo che esista, indipendentemente dal mondo che potremmo immaginarci se esso fosse nelle mani delle donne come questo lo è stato in quelle degli uomini, un mondo senza eserciti o guidati da donne invece che da uomini.

Esiste ed è un filo complesso, che va rintracciato nella storia del corpo maschile, nella storia delle rappresentazioni che questo corpo ha fatto a se stesso e di se stesso, nel modo in cui è percepito e vissuto il rapporto tra corpi e potere potenza, violenza. È un filo complesso che ci chiede di avere della sessualità un’idea ricca, che non riguarda esclusivamente i comportamenti sessuali e sessuati – utilizzando una parola che evoca già un orizzonte più ampio – ma che è in relazione con l’organizzazione della realtà, con il modo di pensare. Un filo in cui il corpo è anche una metafora non innocente (si fa corpo, in altre parole si sta insieme; c’è il corpo della società, i corpi separati dello stato, l’esercito come corpo, il corpus delle leggi), che richiede di essere indagata nella sua materialità e nella sua forza simbolica, ovvero guardando alla capacità che l’idea di corpo ha di costruire società, di regolare i legami sociali, di mediare tra le cose.

Di cosa è fatta dunque questa storia del maschile e del suo corpo? Lo dico a partire dalla mia esperienza, ovvero dal modo con cui insieme con altri uomini mi sono messo in relazione con la storia del mio genere: questa è una storia d’impotenza e di rimozione del desiderio, una storia misera (uso apposta una parola forte, “rubata” all’esperienza delle donne e al pensiero della differenza sessuale). Misera non perché il corpo maschile sia biologicamente misero e impotente, ma perché così, contro le tante apparenze, gli uomini lo hanno storicamente e sottilmente rappresentato prima di tutto a se stessi: un corpo incapace di fare alcune cose, che può essere messo da parte, oltre il quale è necessario andare. Un corpo che può essere portato in guerra e sacrificato, che lavora prescindendo dai propri tempi e bisogni, che finge di non esserci anche nella politica, che può farsi invisibile, che non sa o non può dare spazio pubblico a certe emozioni, che si pensa come soggetto astratto. Un corpo che viene abitato e che costringe a trovare identità solo proiettandosi al suo esterno, in quella società, in quei saperi, in quella politica, nel cui nome poi si parla e si agisce.

Questa rappresentazione cela quanto il corpo maschile sia il risultato di stratificazioni storiche, di costruzioni sociali, di relazioni, e l’imprigiona in un’immagine tutta biologizzata, immanente: un corpo maschile che è uno stato di natura, un corpo intrusivo, violento, in cui la potenza non può che esprimersi se non come aggressività e distruttività. Quel homo homini lupus che non a caso la filosofia moderna ha posto a fondamento della società umana. Un corpo che è dunque un ostacolo oltre il quale andare.

Questa rappresentazione è appunto una prigione, una trappola terrificante per il maschile stesso. Questa idea biologizzata del genere lascia infatti come unica alternativa ciò che abbiamo chiamato la civiltà, la cultura, e inteso come addomesticamento degli istinti primordiali, come civilizzazione. Non c’è dunque via d’uscita per il maschile, ma una perenne miseria in cui la vita sociale del corpo è contenimento dell’istinto, imparare a non essere violenti, resistere alle tentazioni.

Questo è un modello culturale che il maschile usa come strumento di potere nelle relazioni di genere e che riafferma continuamente a se stesso con esercizi che non a caso ritroviamo anche nelle guerre, nelle istituzioni militari, nella costruzione delle gerarchie, nella politica. Secondo questo modello, e solo in apparente contraddizione con un’immagine biologizzata di sé, “uomini non si nasce, si diventa”, perché l’identità va continuamente accertata superando gli istinti e contemporaneamente riaffermando il loro carattere istitutivo.

Dobbiamo scavare molto profondo per trovare il nostro legame con la guerra. E lì troviamo il rapporto che il maschile ha con il generare, con il dare vita: il suo corpo non genera, e lo vive come uno scacco, una privazione. La storia del genere maschile è anche un continuo tentativo di recuperare terreno rispetto a questo scacco, senza però saper trovare dentro di sé altre forme di ricchezza, altre capacità relazionali, altri modi del generare la vita e il senso. Il rapporto tra la guerra e il generare non è casuale: l’idea di guerra è stata tante volte associata nella nostra cultura, anche a sinistra, con l’idea del generare, la guerra levatrice! Di questo legame ci parlano gli stupri etnici dei Balcani, che sono una forma complessa di controllo sul corpo femminile, incapacità di intervenire in altro modo su ciò che fonda il legame sociale, le relazioni che stanno intorno al generare.

È questo maschile che non sa fare i conti con il generare, che non sa darsi valore nel processo che produce la vita, che decide poi va con il proprio corpo in guerra, a morire nelle trincee o a lanciare bombe dai cieli. È lo stesso maschile che ha difficoltà di comunicazione emotiva, che è costruito da generazioni d’uomini che hanno paura di toccarsi se non con pacche sulle spalle e pugni, che è fatto di corpi che non sanno affidarsi l’uno all’altro, neanche nel rapporto tra padri e figli, e che per accedere ad altri ruoli non ha che la metafora del “femminilizzarsi”, come se non potesse contare su una ricchezza e una diversità propria e dovesse per forza attingere ad un’idea, biologizzata anch’essa, della donna.

Ridurre la guerra a un gioco maschile è troppo poco e io non sto dicendo questo. Il punto è tutt’altro e non può prescindere dal prendere in considerazioni gli stati, le nazioni, le culture, le politiche, gli interessi. La sfida è cogliere il legame e le tensioni che ci sono tra l’ordine sessuato e l’ordine politico. Proprio su questo terreno la sinistra è in difficoltà e riproduce spesso, nelle sue analisi, una scissione dei ruoli che serve solo a rimuovere. Mettere insieme i due ordini, sessuato e politico, mette invece in evidenza le tensioni che ci sono nell’idea di politica moderna, e le fa esplodere: parlo dell’idea di cittadinanza, di stato, di democrazia, parlo dell’agire politico, delle forme del conflitto, del diritto, della produzione e del lavoro.

La soggettività moderna che si fonda come astratta e universale, proprietaria e borghese, è la stessa che si finge neutra nel genere. E c’è un rapporto tra la storia del maschile, come esso ha pensato e praticato la soggettività moderna, e le democrazie che nascono con le guerre religiose ed etniche (l’esercito di Cromwell nel Seicento inglese, i cittadini della Rivoluzione francese), le nazioni che si mobilitano sul legame di sangue e la cittadinanza che si costruisce andando sui campi di battaglia. C’è perfino un legame evidente tra questa idea, che sembra avanzatissima, di guerra invisibile, defisicizzata, che non si vede, apparentemente senza corpi, e le strategie con cui il maschile rende invisibile, per affermarla, la propria soggettività. E ancor di più mi inquieta mettere in connessione la guerra che si trasforma in tecnica, a cui la politica demanda la soluzione dei conflitti che essa genera e non sa risolvere, la democrazia pensata come idea astratta, procedura che prescinde dai corpi, e infine la politica che diventa sempre più tecnica, amministrazione, gestione quotidiana.

A cosa dobbiamo richiamarci nel parlare di questa guerra? Da una parte ci sono gli stati che hanno dato vita alle democrazie moderne, costruite sull’idea di cittadinanza e uguaglianza, che si mobilitano per un ideale universalistico e astratto, cioè la difesa dei diritti umani, che però intervengono in un conflitto che definiscono “etnico” e per difendere una “etnia”, riconoscendo dunque un legame che è in contraddizione con i propri fondamenti. Dall’altra uno stato autoritario che si richiama all’idea di territorialità e di cittadinanza, fondativa dello stato moderno e della democrazia, ma che lo fa per fare pulizia etnica. Questo apparente scambio di ruoli, o cortocircuito del moderno, ci dice quanto il problema della guerra sia per noi ora connesso con le forme più profonde del moderno e non è dunque in un semplice richiamo a esse che troviamo la via d’uscita. La sinistra, che nasce dentro questa tradizione, rimuove con le connessioni anche se stessa. E non è quindi in grado di affrontare il nesso che c’è, tra il fare guerra e il pensare la realtà. In questo sistema di cortocircuiti che fa paura la sinistra rimane immobile e senza strumenti, oscillando tra condanna rabbiosa e impotente e partecipazione passiva o complice agli eventi. Due modalità che si risolvono in finzione, in esercizi di estraneità e lontananza.

Io ho imparato – proprio insieme ad altri uomini che avevano bisogno di mettere in discussione l’identità di genere ereditata, perché avevano con essa un rapporto difficile, critico, conflittuale, doloroso – che è importante non avere paura della passione, delle connessioni profonde che ci legano alle cose, soprattutto a quelle che vorremmo tenere lontano. Che qui nascono nuovi spazi in cui dar vita al futuro. Noi partimmo dallo stupro, non solo quello etnico che viene praticato in guerra, ma quello quotidiano, che accade sotto i nostri occhi – lo stupro dei padri, degli amici, dei fratelli – per capire cosa dicesse dell’identità e della storia del nostro genere. Lo stupro, come la guerra, non è un oggetto su cui esercitare le proprie capacità analitiche, ma un evento con cui entrare in rapporto a partire da un bisogno di libertà. La guerra, come lo stupro, non richiede una “illuminata solidarietà” ai corpi di chi subisce violenza, ma la messa in discussione di modelli storici, di connessioni profonde. La sinistra che parla della guerra e si mobilita contro di essa, ma dimentica di dire di sé e ha paura di vedere quanto di queste guerre la riguardino profondamente, ricorda tanti uomini “illuminati” per cui lo stupro è solo l’opera di un mostro, ricorda gli uomini della medicina che fingono di non avere un corpo quando agiscono sui corpi altrui, ricorda gli uomini del diritto che credono di esercitare in nome di una astrazione e vogliono regolare con l’astrazione ogni forma di relazione, come fanno anche gli uomini della politica usando l’idea di rappresentanza e quelli di scienza quella di neutralità.

La soggettività sessuata è un grande scandalo del moderno, scandalo nel senso originario della parola, un ostacolo. Sono i corpi che non si possono cancellare. Una visibilità che il maschile ha cercato di rimuovere ma che continua a confliggere, a fare tensione. Questo conflitto è un’opportunità grande, un’opportunità politica, non solo privata. Che anzi fa esplodere il modo in cui ci rappresentiamo il pubblico e il privato, il sessuato e il politico. Far vivere questo conflitto nelle analisi vuol dire anche viverlo dentro di sé. Quando evochiamo solo i grandi processi, così forti e potenti, così non nostri, e noi così deboli e impotenti, stiamo invece sottraendoci lo spazio per questo conflitto, lo spazio per stare, dirci, esserci. Non c’è più possibilità di entrare in relazione con le cose. Perché il conflitto diventa tutto esterno, fuori di noi: è la rivoluzione passiva che invocavano alcuni interventi.

Io invece credo che il luogo del conflitto c’è e sta anche dentro di noi, dentro i singoli soggetti, nelle relazioni della sinistra, nel modo in cui si è sinistra, si fa sinistra, si fa politica, nella forma che si da alle cose. Qui lo spazio c’è, qui non possiamo nasconderci dietro un avversario potente e immenso contro il quale non c’è nulla da fare se non attrezzarsi a resistere. Non vedo futuro nel resistere: noi dobbiamo anche imparare a cambiare noi stessi.

Nei momenti di crisi cambiano le forme delle cose e il rapporto che si ha con esse. Per costrizione o per scelta. La contiguità che sento tra alcune cose – la mia identità maschile, la guerra e la crisi della sinistra – mi permette di guardare senza impotenza all’impasse di culture, di pensieri e di pratiche che sono state dominate proprio dal maschile. Posso usare ciò che serve e abbandonare il resto. Il partire da sé, un sé che la sinistra maschile proprio non vuole pronunciare, non è una fuga nel soggettivismo, nel privato. No, perché è questo sé che ha fondato il moderno, definito il pubblico e il privato, deciso le forme del conflitto. Questo è un lavoro politico e collettivo, che gli uomini, noi maschi per essere chiari, dobbiamo fare collettivamente, trasformando le nostre relazione a partire dal riconoscimento della differenza sessuale, di noi come soggetti sessuati, guardandoci negli occhi per capire cosa scegliamo che ci accomuni, cosa riconoscere della nostra storia di genere e che fratture ci sono invece necessarie. Per darci delle opportunità. La storia della sinistra sarà fatta anche da queste scelte, e agli uomini che non capiscono, che pensano che partire da sé, soggettività sessuata, differenza, sia “parlare arabo” io vorrei dire che su questo possono cominciare a riflettere, sul rapporto che potrebbe esserci tra questo “non capire” e la crisi.

Maschile Plurale

"Raffina i sentimenti, trasgredisci i rituali"

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