Dopo Attraversare la violenza: gli atti

Dopo l’interessante e stimolante incontro del 19 maggio a Roma ci riproponiamo in questo articolo di raccogliere alcuni testi che riprendono integralmente o in parte le relazioni presentate. Questa è quindi una pagina in aggiornamento a cui può contribuire chiunque abbia partecipato all’incontro, anche con riflessioni e pensieri.

ROMA 19/05/2017 – Attraversare la violenza maschile. Giornata dedicata al lavoro con uomini autori di violenza

 

  1. Cresce il numero dei centri per gli uomini maltrattanti. Ecco perché sono importanti –  ILARIA DIOGUARDI (RETISOLIDALI)  
  2. Intervento di apertura -STEFANO CICCONE (MASCHILE PLURALE)
  3. Lavorare con gli uomini autori di comportamenti violenti: il contributo di LUI – GABRIELE LESSI E JACOPO PIAMPIANI (LIVORNO UOMINI INSIEME)
  4. Sintesi dell’intervento del Cerchio degli Uomini di Torino – DOMENICO MATAROZZO 
  5. Centri per uomini che agiscono violenza contro le donne in Italia: un quadro d’insieme – MARIA MERELLI (LENOVE –STUDI E RICERCHE SOCIALI)
  6. Perché lavorare con gli autori di violenza e come (LAURA STORTI – CONSULTORIO IL CORTILE)

CRESCE IL NUMERO DEI CENTRI PER GLI UOMINI MALTRATTANTI. ECCO PERCHÈ SONO IMPORTANTI
Non basta tutelare le donne vittime, occorre prevenire la violenza, che nasce anche da fattori culturali. E intervenire sui percorsi degli autori
di Ilaria Dioguardi
dal sito Retisolidali

 

Un incontro organizzato a Roma dall’associazione Maschile Plurale, nello Spazio culturale polifunzionale Moby Dick, è stato un’occasione di confronto ed approfondimento tra tutte le esperienze impegnate nel contrasto alla violenza maschile contro le donne, sul tema del lavoro con uomini che agiscono violenza, più in generale sulle iniziative per prevenirla e per trasformare la cultura che la genera. Alla giornata hanno partecipato molte associazioni, per contribuire al dibattito attorno al Piano antiviolenza iniziato tra i soggetti che partecipano all’Osservatorio presso il DPO (Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri).

«Il fatto che Maschile Plurale non gestisca servizi indirizzati agli uomini, ma si ponga su un piano diverso, raccogliendo esperienze e professionalità, permette di svolgere una funzione di stimolo e di riflessione con più libertà», afferma Stefano Ciccone dell’Associazione Maschile Plurale. Il supporto alle donne vittime di violenza e il lavoro con gli uomini violenti sono parte di un’unica attività di contrasto dello stesso fenomeno.

Il lavoro con le donne e quello con gli uomini

«Il punto di partenza, condiviso tra chi si occupa di violenza maschile, ma non ancora nella società in generale, è che la violenza non possa essere attribuita a soggetti con devianze o patologie, ma abbia solide radici in una cultura condivisa e in modelli di relazione tra i sessi basati su una disparità di potere tra donne e uomini, che viene confermata da istituzioni e rappresentazioni dei media», dice Ciccone. Non è possibile affrontare il tema della violenza limitandosi alla repressione dei colpevoli. «La discussione dell’ultimo periodo su questo tema ha chiarito un punto: il fenomeno della violenza tra i sessi è un fenomeno complesso, se vogliamo contrastarlo non è sufficiente intervenire nel supporto alle vittime per sostenere i loro processi di autonomia e fuoriuscita da dinamiche di violenza, ma dobbiamo anche intervenire sui comportamenti degli autori e non solo a posteriori, quando la violenza è compiuta”.

Il lavoro di supporto alle donne vittime di violenza e quello con gli autori vanno considerati come parte di un’unica attività di contrasto dello stesso fenomeno. «Il problema che vogliamo affrontare è lo stesso: la violenza maschile verso le donne, nelle sue tante forme, possiamo affrontarla aiutando le donne a liberarsi di una relazione violenta e ad uscire dalla violenza subita, ma anche lavorando con gli uomini per prevenire che quella violenza si verifichi o si ripeta: possiamo sostenere le donne in un percorso di autonomia e accompagnare gli uomini a misurarsi con l’autonomia femminile e a non percepirla come una minaccia per la propria identità», continua Ciccone. Non è possibile affrontare il tema della violenza limitandosi alla repressione dei colpevoli. «La discussione dell’ultimo periodo su questo tema ha chiarito un punto: il fenomeno della violenza tra i sessi è un fenomeno complesso, se vogliamo contrastarlo non è sufficiente intervenire nel supporto alle vittime per sostenere i loro processi di autonomia e fuoriuscita da dinamiche di violenza, ma dobbiamo anche intervenire sui comportamenti degli autori e non solo a posteriori, quando la violenza è compiuta”.

Le tre P della convenzione di Istanbul

Il 1 agosto 2014 è entrata in vigore la Convenzione del Consiglio d’Europa (Coe) sulla “Prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e contro la violenza domestica”, approvata nel 2011 a Istanbul, firmata da 32 Paesi e ratificata da 13. È uno strumento internazionale giuridicamente vincolante per gli Stati, che mette chiarezza sulle strategie da adottare, riassunte nelle 3 P: Prevenzione, Protezione, Punizione. Con un unico obiettivo: eliminare ogni forma di violenza e sopraffazione nelle relazioni di genere.
Lavorare con uomini che agiscono violenza non significa prospettare una riduzione delle pene o attenuare la disapprovazione sociale per la violenza di genere.

«Noi crediamo sia proprio il contrario: l’invocazione della pena porta a delegare alle forze dell’ordine o ai sistemi repressivi la gestione di un problema e, quindi, a marginalizzarlo». Nel rapporto con gli autori di violenza si pone, ad esempio, il problema della formazione. «La storia ci dice che i centri antiviolenza sono nati a partire da una storia politica del movimento delle donne e sappiamo che l’empatia e la solidarietà sono una risorsa che integra e qualifica le professionalità delle operatrici nel loro rapporto con le donne che si rivolgono ai centri. Per i centri per gli uomini maltrattanti, il riferimento a un movimento di riflessione critico sulla mascolinità diffuso e consolidato è, ovviamente, più difficile ed è dunque più forte il rischio di nascita di esperienze improvvisate», spiega Stefano Ciccone. Se la violenza è fatta dagli uomini nei confronti delle donne è anche nell’interesse delle donne la costruzione di un intervento rivolto agli autori.  «Non ha alcun senso considerare i centri che lavorano con uomini violenti come iniziative “a favore degli uomini”. Così la scelta di porre gli uomini al centro non vuol dire marginalizzare le donne, ma accettare che i comportamenti maschili sono l’origine del problema da affrontare». Si corre il rischio di una specularità: da una parte, i Centri Antiviolenza per le donne, dall’altra i Centri Uomini Maltrattanti per uomini violenti. È importante la verifica della qualità degli interventi in materia per evitare superficialità, e considerare i Centri Antiviolenza e i Centri Uomini Maltrattanti come parte di un percorso integrato, non in concorrenza, come si rischia a volte che accada.

I dati sui centri per gli uomini maltrattanti

Non si parte da zero, esistono elaborazioni e ricerche e si sono già realizzate numerose occasioni di scambio. LeNove è un’associazione che sta seguendo, da alcuni anni, l’apertura e lo sviluppo dei centri per gli uomini maltrattanti e degli spazi di ascolti che si rivolgono agli uomini maltrattanti. «Si tratta del terzo censimento, ma manca un’anagrafe completa e sistematica di questi servizi, andrebbe fatta al più presto” spiega Maria Merelli dell’associazione LeNove. «Il fenomeno è in crescita, nel 2011-12 i centri, spazi e servizi in Italia erano 18, nel 2014 sono saliti a 29, nel 2016 ne abbiamo contati 44. Si registra una presenza di spazi e centri per gli uomini maltrattanti soprattutto nel Nord Italia. I soggetti promotori sono, in 26 casi su 44, enti privati, ma la tendenza è un aumento delle iniziative di enti pubblici (soprattutto Asl)».
Tutti i dati della ricerca verranno presentati alla Casa Internazionale delle Donne di Roma, il prossimo 26 maggio alle ore 10. «Forse è arrivato il momento di una maggiore regolamentazione in materia, i Centri per gli Uomini Maltrattanti rappresentano un’opportunità per gli uomini che agiscono o hanno agito violenza, per le loro famiglie e per la comunità intera».«Si tratta del terzo censimento, ma manca un’anagrafe completa e sistematica di questi servizi, andrebbe fatta al più presto” spiega Maria Merelli dell’associazione LeNove. «Il fenomeno è in crescita, nel 2011-12 i centri, spazi e servizi in Italia erano 18, nel 2014 sono saliti a 29, nel 2016 ne abbiamo contati 44. Si registra una presenza di spazi e centri per gli uomini maltrattanti soprattutto nel Nord Italia. I soggetti promotori sono, in 26 casi su 44, enti privati, ma la tendenza è un aumento delle iniziative di enti pubblici (soprattutto Asl)».


 

Intervento di apertura
di Stefano Ciccone (Maschile Plurale)

 

Lavorare con gli uomini che agiscono violenza

Abbiamo proposto questo incontro per affrontare un ambito controverso ma rivelatore della complessità del tema della violenza maschile contro le donne. Ci interessa affrontarlo non solo perché rappresenta un ambito di intervento ancora poco sviluppato e definito, ma perché sollecita riflessioni più generali.

Per questo motivo vi proponiamo un confronto che non si focalizzi sui singoli aspetti metodologici o di gestione ma che parta da questi per cogliere spunti politico culturali per una riflessione più ampia. Prima di giungere a un confronto sugli aspetti normativi, sul quadro dei finanziamenti e sulla definizione di metodologie e standard serve, secondo noi, il tempo e lo spazio per una discussione sui presupposti politico culturali del lavoro sulla violenza nelle relazioni di intimità. In questo crediamo che il lavoro svolto dai gruppi uomini in questi anni possa essere una risorsa utile da mettere in relazione alle competenze professionali e ai saperi disciplinari. Il fatto che Maschile Plurale non gestisca servizi indirizzati agli uomini ma si ponga su un piano diverso può aiutare a svolgere questa riflessione con più libertà.

Le radici culturali della violenza

L’assunto di partenza, largamente condiviso tra chi si occupa di violenza maschile, ma non ancora nel contesto sociale più largo, è che questa non possa essere attribuita a una frangia deviante o patologica, ma abbia solide radici in una cultura condivisa e in modelli di relazione tra i sessi basati su una disparità di potere tra donne e uomini che viene confermata da istituzioni e rappresentazioni mediatiche.

Se si tratta di un fenomeno culturale, un approccio meramente repressivo è inadeguato e insufficiente. È possibile affrontare il tema della violenza limitandosi alla repressione dei colpevoli degli atti di violenza?  La violenza è questione che riguarda le donne e che dunque deve limitarsi a un impegno di donne a sostegno di altre donne vittime? O chiede anche un’assunzione di riflessione degli uomini in generale e un intervento che si rivolga agli autori della violenza?

Il richiamo alla necessità di evitare di ridurre la violenza maschile contro le donne a patologia, devianza criminale o alterità culturale è dunque finalizzato a contrastare una tendenza a rimuovere la necessità di un cambiamento sociale nella relazioni tra i sessi.

Perché lavorare con uomini che hanno agito o potrebbero agire violenza?

Se la violenza tra i sessi riguarda anche gli uomini, ha senso pensare a interventi che affrontino il maschile come ambito culturale e anche i singoli autori di violenza?

La discussione di questi mesi ci pare abbia chiarito almeno questo punto: il fenomeno della violenza tra i sessi, nella sua complessità, è un fenomeno organico, se vogliamo contrastarlo non è sufficiente intervenire nel supporto alle “vittime” per sostenere i loro processi di autonomia e fuoriuscita da dinamiche di violenza, ma dobbiamo anche intervenire sui comportamenti degli autori e non solo a posteriori, quando la violenza è compiuta.

Il lavoro di supporto alle donne che hanno subito violenza e quello con gli autori vanno dunque intesi come parte di un’unica attività di contrasto dello stesso fenomeno e che deve comprendere anche l’attività di mutamento cultuale più ampio.

Il problema che vogliamo affrontare è lo stesso: la violenza degli uomini verso le donne nelle sue tante forme che vanno dallo stupro, al maltrattamento familiare, alla persecuzione, al ricatto sessuale, alla svalutazione sistematica, fino all’uccisione. Possiamo affrontare questo problema aiutando le donne a liberarsi di una relazione violenta e ad uscire dalla violenza subita ma anche lavorando con gli uomini per prevenire che quella violenza si verifichi o si ripeta, possiamo sostenere le donne in un percorso di autonomia e consapevolezza e accompagnare gli uomini a misurarsi con l’autonomia femminile e a non percepirla come una minaccia per la propria identità.

Complessità vs radicalità?

Il lavoro con gli uomini coinvolti in dinamiche violente nelle relazioni è spesso oggetto di un sospetto di attenuazione della radicalità nella condanna della violenza. Più in generale la complessità appare come un’apertura all’ambiguità.

Ma radicalità non vuol dire tagliare con l’accetta e fermarsi alla condanna o all’indignazione.

È, anzi, necessario produrre una critica delle relazioni di violenza e dominio tra i sessi più radicale proprio perché capace di misurarsi con la complessità e la profondità di questi meccanismi.

Radicalità, vuol dire andare alla radice della violenza e non limitarsi a una sua condanna superficiale. Andare alla radice vuol dire riconoscere nessi, complicità, resistenze e resilienze di un complesso universo di aspettative, rappresentazioni, modelli relazionali, costruzioni simboliche che legano la presunta “normalità” di ognuno e ognuna di noi con la violenza che tendiamo invece a rappresentare come un corpo estraneo.

Proprio sulla violenza scopriamo come la facile indignazione e la ricerca della condanna che non si misuri con la complessità del sistema che sottende alla violenza, portino ad affermazioni e letture del tutto contraddittorie e spesso complici del sistema culturale che produce la violenza stessa.

Frasi come: “Io sono contro TUTTE le forme di violenza”, “Gli uomini che fanno violenza sono MOSTRI!”, “Nessuna tolleranza, mettiamoli in GALERA e buttiamo la chiave”, “La violenza non ha nulla a che fare con l’AMORE” o “chi fa violenza non è un vero uomo”, sono spesso pronunciate per mostrare la propria radicale condanna della violenza, ma rischiano di occultare la specificità della relazione di dominio tra i sessi rispetto a una generica violenza diffusa nella società e a riproporre modelli stereotipati che sono parte del contesto in cui la violenza si genera.

Si riduce chi opera violenza a fenomeno estraneo senza mettere in discussione una cultura diffusa e una condivisa rappresentazione delle relazioni d’amore, di complementarietà tra i sessi o un modello di virilità basato sull’autocontrollo e sulla superiorità rispetto a un femminile rappresentato come privo di questa capacità. Oria Gargano, tra gli altri, ci ha proposto di ricercare una “rappresentazione non convenzionale della violenza”. E Lea Melandri ci invita a ricercare i nessi tra la nostra idea di amore, l’immaginario diffusamente associato al legame, al desiderio, alle dipendenza e vulnerabilità, e le dinamiche di controllo, rivalsa, le aspettative messe in gioco nelle relazioni e la violenza.

Eppure, quando discutiamo di uomini autori di violenza il fantasma della complicità ci induce a esprimere la nostra  indignazione con un’apparente intransigenza che taglia corto e non vuol sentire troppi discorsi.

Sembrerebbe inutile chiarire qui, ma forse non lo è, che intraprendere un lavoro con uomini che agiscono violenza non significa prospettare una riduzione delle pene o attenuare la riprovazione sociale per la violenza di genere. O un’accondiscendenza verso gli autori.

Anzi, noi crediamo, si tratta proprio del contrario: l’invocazione della pena porta a sollevare la società dalle sue complicità e dunque dalla necessità di agire un conflitto in essa, porta a delegare alle forze dell’ordine o ai sistemi repressivi la gestione di un problema rappresentato come estraneo a sé e dunque a marginalizzare il problema.

Se la violenza la fanno gli uomini e colpisce le donne è anche nell’interesse delle donne la costruzione di un intervento indirizzato agli autori? Così la scelta di porre gli uomini al centro, in questi interventi, non vuol dire marginalizzare e tacitare le donne ma assumere che i comportamenti maschili sono l’origine del problema da affrontare.

Patologia individuale? Cultura e dimensione psichica.

La seconda conseguenza del riconoscimento della radice della violenza in un contesto pervasivo  che incide sulle relazioni, le rappresentazioni e le soggettività, è il rifiuto di una sua “psicologizzazione” la sua riduzione a “patologia” individuale da “curare”.

È uno dei tanti meccanismi che finiscono col marginalizzare la violenza e rappresentarla come fenomeno che non mette in discussione la “norma” delle relazioni e della cultura diffusa ma può essere delegata e relegata a un intervento specialistico repressivo o terapeutico. Carmine Ventimiglia più di 20 anni fa osservava che la violenza sessuale non ha a che fare con la trasgressione a un ordine ma con la sua riconferma, seppure esacerbata.

Come Maschile Plurale da sempre opponiamo questa consapevolezza alle tentazioni di psicologizzare la violenza occultandone così la dimensione sociale e culturale e con essa la necessità di un processo di cambiamento e di conflitto.

Ma anche la distinzione tra dimensione psicologica e culturale della violenza è valida se si evitano semplificazioni schematiche e ideologiche. Quando affrontiamo il lavoro con gli autori di violenza questa consapevolezza richiede di essere espressa in termini, di nuovo più complessi e consapevoli. E ci chiede di fare riferimento a strumenti teorici e politici più articolati.

Proprio il femminismo ci ha insegnato che parlare di cultura non vuol dire limitarsi a un ambito superficiale di “usanze” o convenzioni ma affrontare un sistema che penetra nelle coscienze, plasma i desideri e i corpi. La cultura non riguarda mere consuetudini sociali e il sistema patriarcale non è una mera istituzione culturale, ma un contesto che struttura pervasivamente l’esperienza corporea e la dimensione psichica.

La costruzione culturale dei ruoli sessuali, delle attitudini attribuite ai due sessi, la rappresentazione dicotomica tra attivo, passivo, razionale emotivo, mente corpo propria della costruzione di genere della realtà e che attraversa sessi e orientamenti sessuali, giunge a plasmare l’esperienza psichica, la dimensione inconscia e la stessa esperienza corporea senza restare mero riferimento esteriore.

Il femminismo non ha dunque limitato la propria azione a una critica “culturale”, ma si è cimentato con la necessità di “decolonizzare” l’inconscio, il corpo, la sessualità, il desiderio.

Ed è a partire dal femminismo, e dalle riflessioni di autori e autrici come Foucault, come Bourdieu, Butler o Lea Melandri, che vediamo come una rigida distinzione tra dimensione psicologica e dimensione “culturale” sia riduttiva e artificiosa.

È necessario dunque guardare alla dimensione psichica e a quella culturale e politica in una dimensione integrata e approfondire la rappresentazione che abbiamo del potere, non come mero dominio, né come esclusiva costruzione istituzionale, ma come rete di relazioni che costruisce desideri e aspettative, e trasforma l’esperienza corporea. Anche delle donne coinvolte nelle dinamiche di abuso, controllo e violenza.

Professionalità e consapevolezza

Qui emerge la necessità di affiancare a una competenza professionale una consapevolezza politico culturale senza la quale ogni intervento risulta monco o controproducente.

La storia ci dice che i centri antiviolenza sono nati a partire da una storia politica del movimento delle donne e sappiamo che l’empatia e la solidarietà tra donne sono una risorsa che integra e qualifica le professionalità delle operatrici nel loro rapporto con le donne che si rivolgono ai centri.

Per i centri che lavorano con gli uomini autori di violenza il riferimento a un movimento di riflessione critico sulla mascolinità diffuso e consolidato è ovviamente più difficile ed è dunque più forte il rischio di nascita di esperienze improvvisate o limitate a un approccio medicalizzante prive della necessaria consapevolezza culturale.

Qui si pone, forse, un tema più complesso e controverso: come deve porsi chi sceglie di lavorare, a vario titolo, con gli uomini sulla violenza? Può porsi solo come “esperto”? Nel dialogo con gli uomini autori di violenza come si pone il tema della costruzione di un ascolto consapevole? È possibile porsi in una posizione meramente normativa e giudicante, in un distacco tra esperto e “deviante” che ci rassicuri ma rende spesso sterile la comunicazione?

Ma come costruire un ascolto “vero”, capace di empatia che non offra il richiamo collusivo, alla manipolazione e alla complicità? Le donne dei centri conoscono la problematicità della relazione con una donna vittima e della necessità di elaborare le proprie resistenze a un rispecchiamento con quella condizione. Ogni persona impegnata in questo ambito deve affrontare in modo consapevole un’esigenza diffusa e profonda di distanziamento dall’effetto perturbante della violenza. Come è tranquillizzante per gli uomini la descrizione del violento come un deviante che nulla ha a che fare con la loro normalità, è forte la tentazione femminile, di fronte a una violenza, di trovare nel comportamento della vittima una causa della violenza che risulti rassicurante: “io non avrei accettato un passaggio a quell’ora, non sarei restata per dieci anni con un uomo evidentemente violento, non avrei lasciato fraintendere le mie intenzioni in discoteca”.

In questo caso la competenza professionale può fare da ostacolo a questo processo di consapevolezza e offrire l’illusoria opportunità di “porsi fuori dal problema”: un camice bianco, un habitus e un sapere tecnico che ci protegge dal rischio di essere “invasi” dalla violenza.

Per l’operatore è importante avere consapevolezza della propria implicazione nel sistema di significati propri dell’autore di violenza.

Il modello di un sapere astratto, razionale, che in quanto tale si emancipa dal corpo e dalle emozioni e dunque afferma la propria autorevolezza è alla base della formazione di molte professioni tecniche e del ruolo degli “esperti”, ma non è neutro: è parte di una costruzione storica che produce anche una gerarchia tra femminile e maschile. Questa problematicità di relazione è amplificata nel confronto con un uomo autore di violenza e va elaborata. È dunque un tema che riguarda chiunque si misuri con la violenza ma in particolare gli uomini per i quali il richiamo a questo modello è più radicato e l’esigenza di distanziamento dall’autore di violenza più forte e al tempo stesso più ambigua.

Proprio questo modello di uomo che si emancipa dalle proprie emozioni, peraltro, è alla base di una dinamica di estraneità da queste, di “invisibilità a se stessi”, di incapacità a riconoscere, a mettere in parola, a elaborare e condividere con altri le proprie emozioni legate alla dipendenza, alla vulnerabilità, alla frustrazione. Un elemento molto diffuso nella storia degli autori di violenza.

Il sospetto di accondiscendenza e le sue conseguenze.

Al centro delle difficoltà che s’incontrano nel pensare un lavoro con uomini che agiscono dinamiche violente nelle relazioni è certamente il timore che questo possa rappresentare un’attenuazione della condanna della violenza maschile o, peggio, uno spostare l’attenzione dal sostegno alle vittime alla comprensione degli autori.

Uso la parola comprensione che evoca un’ambiguità perché pare adombrare una sorta di accondiscendenza, di atteggiamento comprensivo per le ragioni che portano un uomo ad agire violenza.

A ciò si aggiunge un’errata percezione di specularità con l’esperienza dei centri antiviolenza: questi ultimi sarebbero dalla parte delle donne mentre il lavoro con gli uomini autori di violenza sarebbe, in qualche modo a loro supporto. Si perderebbe così la distinzione necessaria tra vittima e colpevole.

Le motivazioni e l’approccio di quanti oggi lavorano con uomini violenti non va confuso con quelle voci, per fortuna molto limitate come esperienze organizzate e come esplicite teorizzazioni ma purtroppo molto più diffuse del previsto nel senso comune, che tendono a opporre alla violenza contro le donne un pregiudizio sociale subito dagli uomini.

Una malintesa “equanimità” e la già citata fuorviante affermazione “contro tutte le violenze” mira a nascondere la realtà di una disparità di potere tra i sessi e l’oggettivo fenomeno sociale della violenza maschile sulle donne con un ambiguo vittimismo maschile alla base di molti movimenti revanscisti. La radice della violenza è in un sistema di potere e in un ordine gerarchico, questa radice causale non va dimenticata in nome di una generica condanna della violenza.

Ma il bisogno di rispondere a questa diffidenza può anche avere esiti problematici. Cito, solo tra parentesi il tema controverso dell’informazione della donna coinvolta sulla partecipazione dell’uomo a un percorso per affrontare le proprie modalità relazionali violente. Questa scelta, fatta da alcuni centri, deriva, a ben guardare, dall’esigenza di esplicitare la propria “collocazione” nel conflitto, che non si sta facendo un’apertura di fiducia e credito incondizionata e che si è pronti a verificare le affermazioni e le ricostruzioni proposte dall’uomo: “ti ascolto ma sappi che non mi fido di te e che verificherò con la donna le tue affermazioni”. Prima di valutare nel merito l’utilità operativa e i rischi connessi a questa scelta è dunque utile notare come la preoccupazione di evitare un “sospetto” persistente attorno a queste esperienze abbia potuto generare potenziali contraddizioni nel loro operato.

Questa scelta ha sollevato molte obiezioni che sarà utile discutere nel seguito del lavoro. Molte evidenziano il rischio di esporre la donna a ulteriori rischi, o quello di un uso strumentale da parte dell’uomo della propria adesione al percorso per ottenere un riavvicinamento con la propria compagna. Al tempo stesso, quando si ravvisa un pericolo per la donna, in molte/i ritengono importante avvisare il centro antiviolenza o le forze dell’ordine oltre il “patto” di riservatezza stipulato con l’uomo.

Ma, dunque, al di là del merito e dunque del rischio che la condivisione con la donna della partecipazione dell’uomo al percorso possa essere uno strumento di verifica o al contrario comportare il rischio di un suo uso in una strategia di recupero di fiducia nella coppia e, magari di rimessa in discussione della scelta di allontanamento (“lo vedi? Sono cambiato, faccio un percorso”).

Un lavoro parte di un approccio più ampio.

Il lavoro con gli uomini autori di violenza è dunque parte, sia dal punto di vista operativo, che politico culturale, del più ampio impegno nel contrasto della violenza di genere e della cultura che ne è alla radice.

Il lavoro con gli autori di violenza, l’ascolto di uomini che vivono dinamiche violente in relazioni problematiche, il lavoro culturale indirizzato a un mutamento nel maschile sono dunque da considerarsi parte di un impegno integrato, della costruzione di reti territoriali per il contrasto della violenza, per la conoscenza delle sue cause e per prevenire la sua reiterazione. E per la promozione più complessiva di un cambiamento nelle relazioni tra i generi.

La collaborazione tra reti e la collaborazione tra equipe non può essere un obbligo ma è, crediamo, un utile strumento per far crescere e condividere competenze e consapevolezza e anche per evitare semplificazioni e improvvisazioni.

La necessaria costruzione di reti di collaborazione richiede che questa diffidenza venga esplicitata e affrontata in un confronto profondo senza il quale rischiano di generarsi ambiguità e contraddizioni.

Pluralità degli interventi

Va ricordato che le esperienze di lavoro sono molto diverse tra loro non solo per metodologia

e approccio ma anche per ambiti di intervento: ci sono esperienze in carcere con uomini condannati, esperienze con uomini in semilibertà, esperienze basate sulla partecipazione volontaria, ma anche esperienze che propongono un rapporto con uomini che non abbiano necessariamente compiuto già atti violenti o che siano stati denunciati o condannati, ma che scelgano volontariamente di rivolgersi a un numero telefonico per avviare un percorso di ascolto, confronto e riflessione. Queste esperienze si distinguono inoltre per il proprio retroterra di riferimento: alcune partono da associazioni di donne, altre da una pratica politica maschile in dialogo con maschile plurale, altre dall’impiego di competenze professionali e saperi disciplinari.

Le esperienze in campo sono oggi tra loro molto eterogenee e gli stessi operatori al loro interno hanno spesso scelte operative non strettamente riconducibili al modello scelto dalla struttura di appartenenza. Ciò mostra che esiste una ricerca ancora aperta e che, al contempo, iniziative che apparentemente si rifanno a modelli differenti condividono molto più di quanto appaia, nell’affrontare quotidianamente le scelte operative. Sarebbe necessario promuovere un contesto comune e largo di confronto e collaborazione tra tutte le esperienze di lavoro con uomini (stabili o basate su progetti mirati) e porlo in relazione stabile con i centri antiviolenza e più in generale con le iniziative politico culturali delle donne sulla violenza.

Prevenzione?

Il lavoro con gli autori non riguardano solo chi ha agito violenza, svolgendo un’attività di prevenzione della recidiva o di forme più gravi (eppure sappiamo bene che le uccisioni di donne raramente sono fulmini a ciel sereno ma sono precedute da minacce, persecuzioni, aggressioni,…) ma anche chi non ha agito violenza ma è in una dinamica relazionale e personale che può condurre alla violenza. Molte esperienze si basano sull’accesso spontaneo a gruppi o sportelli da parte di uomini che percepiscono di essere in una situazione che conduce alla violenza e di non disporre delle risorse relazionali e cognitive per affrontarla.

Si tratta in questo caso di un lavoro di prevenzione.

Quando si verifica una situazione segnata dalla violenza l’obiettivo dovrebbe essere interrompere la relazione e non tentare di recuperarla. Se per la donna l’obiettivo è recuperare la propria integrità e autonomia, per l’uomo è recuperare, attraverso un percorso di consapevolezza, assunzione di responsabilità e cambiamento, la possibilità di accettare la fine di quella relazione e la possibilità di costruirne di nuove su basi differenti.

La differenza tra recuperare una vita relazionale e recuperare quella relazione è fondamentale per evitare ambiguità e confusioni, rischiando di prefigurare una prospettiva di mediazione tra l’autore di violenza e la sua vittima.

Chiunque si occupi di violenza sa che le forme estreme che giungono fino all’uccisione sono, in genere, precedute da dinamiche di persecuzione, di violenze fisiche, verbali e psicologiche, che vedono spesso denunce per maltrattamenti, aggressioni etc. C’è dunque una lunga fase in cui può essere utile intervenire per leggere i segnali di rischio, mettere in atto scelte che tentino di prevenire violenze più gravi e che interrompano la dinamica di violenza in atto.

Le varie forme di prevenzione sono indicate con definizioni “tecniche” ma possiamo dire che può svolgersi a vari livelli: è prevenzione un lavoro culturale di contrasto di modelli relazionali che giustificano la violenza (con iniziative nelle scuole, campagne di sensibilizzazione etc), si può fare prevenzione migliorando la capacità dei servizi di far emergere il fenomeno e situazioni specifiche di rischio (formazioni alle forze dell’ordine, ai servizi sociali o agli addetti al pronto soccorso, per riconoscere situazioni di violenza e di agire prima che degenerino..), si può poi intervenire nella specifica situazione individuale per evitare che a una prima violenza ne seguano altre più gravi. I centri antiviolenza sanno che non di rado per una donna che riesce ad uscire da una relazione violenta, c’è un uomo che mantiene quel comportamento e quell’attitudine che può ripetersi con un’altra donna che giungerà in seguito a rivolgersi anch’essa al centro. Oltre ad aiutare il percorso di quella donna è importante dunque evitare ad altre donne di trovarsi nella stessa condizione con lo stesso uomo. Gli uomini che agiscono violenza sono, inoltre, in molti casi anche padri che, salvo casi estremi, mantengono la genitorialità. Se ogni relazione tra la donna e l’uomo che ha agito violenza si può interrompere, ciò non vale per la relazione tra il padre e i figli e dunque il lavoro con l’uomo ha anche una valenza di supporto e protezione per i minori coinvolti.

Per svolgere questa attività di prevenzione è utile pensare a un intervento di qualche tipo indirizzato agli uomini? Noi crediamo di sì.

Servono iniziative di lavoro culturale con ragazzi e ragazze nelle scuole, campagne di comunicazione indirizzate agli uomini, ma anche lavori di coinvolgimento con uomini autori di violenze o uomini che esprimono nell’ambito di relazioni problematiche pulsioni violente? Se riteniamo che una qualche forma di attività di prevenzione che parli agli uomini e anche che ne ascolti dinamiche relazionali, modalità culturali di relazione con le donne, possa essere utile allora il problema non è più se svolgere, o meno, questa attività, ma quali siano gli approcci corretti per realizzarla.

Un tema importante nei percorsi che si propongono agli uomini, è, ad esempio, la gestione e l’elaborazione delle emozioni: questo può essere affrontato nei termini comportamentisti dell’interazione, ma anche in un’ottica culturale, può limitarsi a “gestire” le proprie reazioni o puntare a leggerne le motivazioni più profonde. La dinamica emotiva dentro la relazione è frutto di aspettative culturalmente e individualmente costruite che vanno indagate in relazione ai modelli di genere di riferimento.

Un ulteriore elemento riguarda la conoscenza del fenomeno.

 Queste attività non hanno solo una valenza immediata ma anche il fine di acquisire conoscenza. Crediamo di sapere già tutto sulle dinamiche della violenza? O ci interessa ascoltare e capire? Conoscere dinamiche, motivazioni, rappresentazioni degli uomini che agiscono violenza può aiutarci ad affrontare una problematica sociale, relazionale e culturale così profonda e diffusa?

Come sappiamo i centri antiviolenza non si limitano a un supporto alle vittime o a un lavoro di sensibilizzazione sui territori, ma hanno accumulato negli anni una conoscenza più profonda delle dinamiche che generano la violenza nelle relazioni e sui loro effetti. Appare oggi sempre più necessario conoscere meglio le dinamiche psicologiche, relazionali e culturali che intervengono nella generazione e nello sviluppo dei tanti e diversi comportamenti violenti maschili nelle relazioni. Comprendere meglio la frustrazione vissuta a fronte di una separazione, ascoltare le forme di rancore e insofferenza maschile, le dinamiche di svalutazione della propria compagna, le forme della sessualità partendo dalle storie e dai racconti degli uomini può aiutarci a conoscere meglio le dinamiche che producono la violenza, l’abuso, il maltrattamento.

In questa discussione c’è anche un tema che è quello delle risorse.

In questo scenario si inserisce un altro elemento di diffidenza verso gli interventi di lavoro con uomini autori di violenza percepiti come iniziative che toglierebbero, di fatto, risorse ai centri antiviolenza.

Crediamo innanzitutto che si debba porre il problema sulle giuste basi e dunque mettere in discussione innanzitutto la riduzione delle risorse pubbliche e, in seguito, la loro distribuzione senza criteri di qualità. In secondo luogo è necessario osservare che il rischio di sottrazione di risorse alle esperienze più radicate e consapevoli si è rivelato derivare più dal fiorire di centri antiviolenza poco qualificati e basati su un approccio meramente di “servizio” offerto con competenze professionali prive della necessaria consapevolezza culturale delle radici del fenomeno.

La discussione tra le associazioni al tavolo promosso dal Dipartimento Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio sul piano antiviolenza ha condotto a definire che le risorse per interventi diversi di contrasto alla violenza non vengano poste tra loro in concorrenza ma attingano a fondi distinti e vengano considerate parte di un intervento integrato.

In ogni incontro discutiamo dell’utilità della costruzione di reti territoriali tra servizi, centri antiviolenza, forze dell’ordine, associazioni, professionisti… è utile che queste reti si completino con interventi mirati agli autori di violenza? Gli interventi indirizzati agli autori possono offrire strumenti e risultati utili al contrasto della violenza?

Se sì perché porli in contrasto con i centri antiviolenza? Perché non difendere e affermare un’iniziativa comune e integrata di contrasto alla violenza? La logica della competizione non ci pare abbia un senso.

Ma, come dicevo all’inizio, il nostro impegno contro la violenza è parte di un impegno più generale per un cambiamento nelle relazioni tra i sessi e nella costruzione sociale dei modelli di genere.

Crediamo che il dibattito attorno al lavoro con uomini che hanno agito violenza sia rivelatore di una più ampia e irrisolta diffidenza verso il senso di percorso maschile di cambiamento. Vorremmo che l’impegno maschile contro la violenza venisse percepito non come un impaccio, un fastidio o un’indebita invasione, ma come l’occasione per un passo avanti politico che interessi uomini e donne.

Su questo passo politico ulteriore dovremo continuare a discutere.

 


 

Lavorare con gli uomini autori di comportamenti violenti: il contributo di LUI
Avv. Gabriele Lessi e Dott. Jacopo Piampiani
(dal sito di Livorno Uomini Insieme)

 

Prefazione

Questo testo è un contributo al dibattito nazionale sul tema dei Programmi di carattere preventivo e di trattamento per “uomini che hanno agito violenza di genere nelle proprie relazioni intrafamiliari”. (Testo letto all’incontro nazionale, meglio specificato in calce, dal titolo “Attraversare la violenza” tenutosi a Roma il 19 maggio 2017, ndr).

Non si tratta di una dissertazione completa, bensì di un tentativo di chiarezza su alcuni punti cardine che riteniamo essenziali nell’approccio alla tematica. Non è neanche la presentazione del nostro metodo di lavoro livornese con gli uomini autori di violenza di genere, semmai è “l’humus” nel quale quest’ultimo si è formato nel tempo. E’ un’occasione di riflessione culturale, preliminare all’operatività. Con la certezza che le esperienze italiane sull’argomento siano davvero troppo contemporanee per ritenerle totalmente esaustive.

Livorno, aprile 2017.

Gli autori.

IL MODELLO ECOLOGICO

Nessun fattore, da solo, appare in grado di chiarire il motivo per il quale alcune persone si comportino in modo violento, così come esposto in altro tema da Urie Bronfenbrenner. Mutuando il Modello Ecologico da questi teorizzato – infatti – potremmo dire che la violenza è il risultato di una interazione tra più fattori. A nostro avviso questo tipo di approccio dovrebbe essere adottato anche nel lavoro di contrasto alla violenza maschile sulle donne.

Per chiarire meglio il “concetto della multifattorialità”, ci pare utile paragonarlo alla struttura di una Matrioska russa, in cui la bambola più piccola (detta seme) rappresenta l’autore di comportamenti violenti, mentre le bambole più grandi rappresentano – rispettivamente – la relazione di coppia, la famiglia affettiva, la comunità e la cultura di riferimento. Intervenire su una sola di queste Matrioske risulta inefficace e sterile: è necessario adoperarsi contemporaneamente su tutte le dimensioni ed i livelli coinvolti. E’ per questo motivo che associazione LUI ha scelto consapevolmente di intervenire sul tema del lavoro con gli uomini autori di violenza con una modalità multi-livello, non relegando gli interventi operativi ad un mero servizio a sé stante. L’esempio della Matrioska appena citato potrebbe, a nostro avviso, essere utile anche per orientare gli operatori/operatrici (di seguito operator*) dei Programmi di fuoriuscita dai comportamenti violenti. Allo stesso modo del maltrattante, infatti, chi cerca di facilitare il cambiamento altrui dovrebbe tener di conto dei propri livelli sovrastrutturali predetti, permettendo agli operator* di non sertirsi estranei dalla problematica, bensì anch’ess* parte di un problema ben più grande della singola persona, così fortemente radicato nella nostra cultura di appartenenza.

RICERCA E AZIONE

Per attualizzare quanto finora espresso, noi di LUI, riteniamo essenziale (e propedeutico) che gli operator* che desiderano avvicinarsi al tema in parola lo facciano tramite un proprio percorso di ricerca-azione. La genesi di associazione LUI – per esempio – è basata sulla condivisione dei vissuti degli uomini a prescindere dal servizio ad hoc che offriamo in tema di violenza maschile (chiamato PUM: acronimo di Programma Uomini Maltrattanti, ndr), prevedendo una costante dimensione condivisiva (chiamata “Gruppo di condivisione maschile”, ndr) che possa elaborare cambiamenti sociali. Tutte le attività, tutte le politiche ed i servizi che attuiamo hanno come centro gravitazionale la condivisione maschile, ovvero: so-stare insieme verso nuove consapevolezze e nuovi desideri maschili. A nostro avviso anche i facilitatori (rectius, operator*) dei Programmi per uomini maltrattanti non dovrebbero sentirsi esentati dal frequentare spazi laboratoriali culturali a causa di una qualsiasi competenza professionale di provenienza. Il proliferare, in pochissimi anni, di così tanti sedicenti “Centri per uomini maltrattanti” è un serio indicatore di come molt* si avventurino sul tema probabilmente senza aver attuato la suddetta premessa di ricerca-azione culturale. Tale modus operandi, oltre a poter nuocere all’operator*, rischia di minare alla base l’intero sistema del percorso svolto dall’utente.

Si parla spesso di un cambiamento culturale per contrastare la violenza, ma cosa significa in realtà cambiare la cultura?

La cultura non è un fattore estraneo alla nostra persona, anzi, è totalmente parte di noi, a prescindere dalle nostre conoscenze teoriche. Per questo cambiare la cultura significa cambiare il nostro modo di pensare-agire, in primis come persone, poi (eventualmente), come agenti del cambiamento altrui. Cambiare, con una consapevolezza ed una conoscenza che permetta di rintracciare stereotipi, credenze, semplificazioni, schemi e ruoli nascosti nelle pieghe profonde della società e delle nostre singole vite, così radicati nel nostro modo di essere da risultare quasi invisibili. La “rivoluzione copernicana” non sta, dunque, nel fatto che due o più professionisti si mettano insieme per “lavorare” con gli abuser, quanto piuttosto che due o più persone si mettano insieme per tentare un cambiamento culturale di genere che da personale si renda politico e che – solo eventualmente – sfoci anche in un servizio integrato specialistico in favore di terze persone.

LA INTERDISCIPLINARIETA’

Sulla base di quanto sopra, ben si comprende come il tema trattato riguardi discipline e saperi diversi che, però, dovrebbero accogliere e valorizzare vicendevolmente le singole specificità verso un fine comune. In tal senso è importante – ma non condicio sine qua non – la professione di provenienza degli operator*. Prendiamo atto dalle più recenti ricerche italiane sul settore (cfr. LeNove, Il lato oscuro degli uomini, CRS – Ediesse, aggiornamento 2017) che i “professionisti delle mente” risultano essere i più interessati al tema ma che ad essi si affiancano anche altre professionalità e saperi, seppur in numero decisamente minore. Questo dato di “prevalenza professionale” dovrebbe essere inteso solamente come uno “stato dell’arte” contemporaneo e non come una tendenza auspicabile o, peggio ancora, ineluttabile. La nostra visione sul tema ci orienta verso la realizzazione di una “tela” di rapporti di complementarietà, di integrazione e di interazione per cui discipline diverse convergono in principi comuni sia nel metodo della ricerca sia nell’ambito della costruzione teorica ed operativa. Noi, per esempio, professionalmente siamo uno psicoterapeuta ed un avvocato e portiamo con noi i nostri saperi, le nostre esperienze e le nostre peculiarità, senza però riproporli sic et simpliciter nel lavoro coi maltrattanti. Ecco perché anche un letterato, un barman, una musicista, una parrucchiera, etc., potrebbero essere risorse nel ruolo di operator*, se adeguatamente motivati e formati su temi trattandi, poiché ognun* porterebbe una differente sensibilità e un differente sguardo.

Sul piano soggettivo, gli operator* dei Programmi per uomini autori di comportamenti violenti dovrebbero quindi assumere un atteggiamento intellettuale e di ricerca concettuale, teso non alla mera applicazione degli strumenti professionali di provenienza, bensì teso alla formulazione di un “sapere nuovo”, che accolga e valorizzi la molteplicità e varietà delle conoscenze acquisite nella storia delle culture e delle civiltà, ed anche del progresso dei saperi scientifici. La professionalità di partenza è solo un valore aggiunto che rende unico e ricco il servizio offerto. Chiunque può fare la propria parte, purché sensibilizzato, formato sul tema attraverso una ricerca-azione ed una successiva formazione specialistica. Senza mai tralasciare l’importanza della reale capacità del singolo di cimentarsi in un lavoro tanto complesso. Stiamo parlando di un sistema che riproponga l’esperienza dei Centri Antiviolenza femminili in tema di operatrici interne, ovvero, soggetti che attivino la trasformazione culturale e che intervengano sulle dinamiche strutturali della violenza maschile sulle donne. Un percorso a partire dalle storie dei singoli, dai desideri di discontinuità dai comportamenti lesivi, costruendo una pratica politica di cambiamento che diventi “normalità” nella lettura sociale e nello storytelling.

Mutuando la preziosa esperienza dei Centri Antiviolenza, si auspica che nei Centri per uomini maltrattanti operi personale che sia politicamente, culturalmente ed operativamente formato, a prescindere dal profilo professionale posseduto, dove vengano valorizzati i saperi e le capacità, più che i titoli. Detto questo, “saper-fare” non sempre coincide con “fare-sapendo”, ergo, non basta un breve corso formativo per sentirci pronti e consapevoli di agire il cambiamento. E’ questo, a nostro avviso, il discrimine: la tipologia di visione più complessiva sul tema della violenza di genere ed il successivo discernimento personale. Ben vengano differenti modi per affrontare lo stesso tema, sebbene vi sia necessità della condivisione del caposaldo culturale anzidetto. Si può essere ottimi professionisti e, al contempo, pessimi operatori o viceversa.

LE RETI

Indubbiamente le singole realtà che agiscono sul tema in analisi non potrebbero farlo con efficacia se non nella “dimensione” di nodo di una Rete di Enti e relazioni umane. Non si è mai autosufficienti o autoreferenziali, sopratutto riguardo a tematiche che – come quella inerente i perpetrators – legano tra loro differenti profili e saperi: tutti necessari, tutti importanti. Ogni nodo della Rete è – per il settore e/o azione di propria competenza – parte integrante verso il tentativo di proporre politiche integrate e risposte efficaci nei differenti territori nazionali. Anche in questo caso, a nostro parere, non si può prescindere dalle relazioni umane avviate, soprattutto con le donne impegnate sul tema del contrasto alla violenza domestica, e dalla profonda conoscenza del luogo in cui si intende operare. Ecco perché nutriamo alcune riserve sulle esperienze di tipo quasi “affiliativo” di alcuni Centri per uomini maltrattanti: non si può costruire un servizio territoriale integrato usando un “franchisor” come “fornitore di know-how”, senza avere relazioni con gli attor* del territorio. Ogni Rete ha una storia a sé e sarà regolata da protocolli di tipo “sartoriale”, sulla base delle effettive esigenze e possibilità del singolo contesto. Essere Rete, a nostro avviso, significa collaborare con partner differenti e non solo con soggetti di identica matrice. Talvolta può essere produttivo – sia per l’utente che per la società civile – avere la possibilità di scegliere a quale modello far riferimento, a quale background culturale aderire, a quale tipo di Rete affidarsi, secondo i propri bisogni, sensibilità ed aspirazioni. Oltre ai legami con Enti istituzionali del settore, quali Forze dell’Ordine, Magistratura e Tribunali, UEPE, Comune, ASL etc., ci pare il caso di soffermarci in questa sede sulla essenziale relazione tra i Centri per uomini autori di violenza di genere ed i Centri Antiviolenza femminili.

La nostra visione, infatti, non può prescindere da questa virtuosa relazione di Rete – come ad esempio quella con la Rete Antiviolenza Città di Livorno, formalizzata ed operativa – essendo noi nati dalla “costola” dell’associazione Ippogrifo, Centro Antiviolenza ed Ente Responsabile del Centro Donna del Comune di Livorno. Una relazione prima di tutto umana e poi politica. Una relazione che fa perno sull’esperienza del femminismo, senza “invasioni di campo” ma che serva a costituire luoghi, Reti, dove operare sinergicamente sulle medesime tematiche, seppur in ambienti fisici diversi e con operator* ed utenti differenti. Operare sinergicamente con le donne, ognuno per il proprio profilo di competenza, rende più proficuo il lavoro sulle due facce della stessa medaglia. Siamo convinti che l’auspicabile superamento della cultura che non mette in discussione la logica delle violenze ed i soprusi contro le donne (e, più in generale, contro gli oppressi) potrà avvenire solo se ci sarà sincronia nelle azioni di genere maschili e femminili. In questo dogma ci sentiamo confortortati e sostenuti da una legislazione internazionale che, finalmente, ha recepito le migliori prassi, diritti e raccomandazioni. Adesso – dopo la formale ratifica italiana della Convenzione di Istanbul – non resta che attuare al massimo tali precetti e statuizioni.

I Programmi di carattere preventivo e di trattamento per uomini che hanno agito violenza di genere non sono altro che un ulteriore strumento di prevenzione e fronteggiamento della violenza di genere da attuare nel qui e ora, senza alcun margine di strumentalizzazione circa presunti intenti differenti dall’unico ed unitario obiettivo di combattere ed abbattere i comportamenti violenti degli uomini verso tutte le donne.

OLTRE LA VIOLENZA

Riprendendo la metafora iniziale della Matrioska, potremmo dire che ci stiamo accingendo a parlare della “bambola” più grande, quella esterna, quella che riguarda il contesto sociale e la comunità di riferimento. Lavorare oltre la violenza, per noi, significa non relegare il contrasto alla violenza ad azioni di solo sostegno tecnico-operativo, come per esempio i Programmi per uomini maltrattanti. Significa anche adottare pratiche che producano saperi sul fenomeno in parola, allargando l’ottica del “Ciclo della violenza” alla profonda comprensione delle sue dinamiche e delle sue fonti. In buona sostanza, si tratta di operare arando e seminando un terreno politico maschile di cambiamento, affinché i maltrattanti di oggi siano “contadini” di cambiamento del domani. Soprattutto intra-genere e nelle generazioni di novelli uomini e possibili futuri padri. Ci sembra rilevante che la violenza non venga “scorporata” dal contesto culturale ma, anzi, che quest’ultimo risulti il principale fattore che rende legittimi gli agiti violenti agli occhi di chi sceglie di porli in essere. Esiste una necessità di formulare nuove ipotesi di relazione tra i sessi a partire da un percorso politico maschile che guardi con occhi rinnovati la società contemporanea. C’è la necessità di muovere passi di libertà dai modelli stereotipati di “Uomini e Donne” che sono veicolati dai media. Bisogna prendere atto della necessità di mantenere aperti i campi della ricerca sui temi che ci interessano. Dovremmo far sì che il lavoro “oltre la violenza”, in tutte le sue forme e testimonianze, sia utile a far individuare e nominare agli uomini le emozioni provate, le resistenze non-dette, le aspettative tradite fino alle connivenze implicite ed ai modelli culturali non rispettati, che tanto influiscono sulla buona o cattiva riuscita di una relazione umana.

Appare importante, infine, dar rilievo a tutte quelle realtà – forse minoritarie – in cui l’impulso al cambiamento nasce all’interno del genere maschile, senza nulla togliere alle altre esperienze. Luoghi maschili dove si opera anche “al di là” dei singoli Programmi rivolti agli uomini autori di violenza. Spazi maschili dove si dà valore alla relazione come pratica politica centrale, dove l’utente possa orientarsi e trovare rudimenti per formulare proprie risposte, poli di riferimento per le istanze maschili più generali, in cui questi uomini possano diventare potenziali promotori di cambiamenti culturali a livello comunitario, oltre che personale.

(Avv. Gabriele Lessi e Dott. Jacopo Piampiani)

 


Sintesi dell’intervento del Cerchio degli Uomini di Torino
di Domenico Matarozzo

Come Cerchio degli Uomini aderiamo a questa iniziativa non solo perché siamo da sempre nella rete di Maschile Plurale ma anche perché da anni, noi come altri uomini, ci occupiamo di ciò che da sempre è stato trattato solo come un problema al femminile, quindi vorremmo interloquire in uno spazio di complementarietà e non di competizione con i Centri Antiviolenza proprio perché abbiamo una visione del fenomeno diversa e leggere il fenomeno con due linguaggi può aiutare ad affrontarlo meglio.

Da circa 20 anni pratichiamo settimanalmente la condivisione al maschile  e ci confrontiamo  sulla cultura patriarcale a partire dai nostri vissuti personali, promuovendo  anche diversi percorsi di condivisione mista e tra coppie per esplorare meglio le dinamiche nelle relazioni tra i generi.  Parallelamente a queste pratiche, siamo impegnati a livello sociale nelle reti locali (Coordinamento Cittadino contro la violenza alle donne e Il tavolo maltrattanti a livello metropolitano) con le associazioni femminili e tutte le realtà che si occupano di questa tematica. Un’importante impegno è anche quello degli interventi nelle scuole e le formazioni per chi  opera in questi ambiti (assistenti sociali, forze dell’ordine, medici, ecc.).

Abbiamo creato più di 8 anni fa il  Centro d’Ascolto del Disagio Maschile contro la Violenza alle Donne, facendo la scelta culturale/politica di rifarci al “disagio” non per giustificare il comportamento maschile ma bensì per dimostrare che dietro il disagio relazionale, vi sono idee e comportamenti che abbiamo ereditato e tendiamo a riprodurre a nostra volta, che rovinano le nostre relazioni anche con le donne e ci rendono infelici. Dopo tanti anni di condivisione ci siamo accorti della difficoltà maschile a riconoscersi nella parola violento o addirittura maltrattante, tendendo  a minimizzare o a giustificare i propri comportamenti o a rappresentarsi dei salvatori o cavalieri (altro aspetto di un’idea gerarchica delle relazioni con le donne).

In questa fase di urgenza dove è necessario dare una risposta il più efficace possibile al problema della Violenza Maschile alle Donne, stiamo provando a trasmettere l’importanza di un intervento radicale (dove per radicale intendiamo andare alla radice del problema) per promuovere un’efficace prevenzione.

Nelle nostre formazioni, cerchiamo di trasmettere agli operatori che incontrano questi diversi uomini che è necessaria una conoscenza critica della cultura patriarcale portatrice di valori tipo la gerarchia e la competizione (cercando di smascherare il meccanismo di chi pensa di avere più ragione di un altro/a), l’idea di possesso-potere (e la dipendenza da questa), su come mettiamo in atto questi valori (comportamenti violenti), quindi sviluppare capacità d’ascolto empatico e al tempo stesso il giusto distacco emotivo dai racconti che si ascoltano per evitare il giudizio che potrebbe estraniarci e allontanare l’uomo.

Noi accogliamo sia uomini che volontariamente vogliano provare a cambiare un comportamento problematico nelle relazioni, sia uomini spinti dalle loro compagne o dai servizi sociali dopo aver agito violenza per recuperare una relazione compromessa, sia uomini ormai separati, denunciati e/o condannati dalla giustizia sapendo che in questa gradualità può crescere anche una motivazione strumentale.

Per la nostra esperienza è importante proporre all’uomo migliori strumenti per gestire nell’emergenza la relazione con la sua partner ma è poi fondamentale capire la visione che si ha delle relazioni con le donne in generale e cosa ha determinato quel comportamento. Di fronte ad un racconto su una relazione specifica, noi interveniamo sia a livello comportamentale per trovare insieme delle soluzioni positive all’emergenza, sia con approccio culturale, per capire l’origine di questo comportamento (Assunzione di responsabilità- riconoscimento dell’altra e del danno arrecato anche ad eventuali figli e cambiamento che passa dal riconoscendo dell’asimmetria di potere che si è creato).

Riteniamo fondamentale lavorare in rete, soprattutto con i centri antiviolenza per poter conoscere meglio il problema e inviare, dove è possibile, donne che hanno bisogno di sostegno e che sono pronte a chiederlo.

Per tutti questi motivi insieme al Centro Antiviolenza gestito dall’ Associazione Donne & Futuro (rete DiRe), a Torino abbiamo stimolato e portato avanti un confronto approfondito su ciò che ci unisce e ciò che ci differenzia. Questo confronto è durato 4 week end e ha coinvolto diverse realtà che si occupano a livello nazionale di queste tematiche, Centri che si occupano di uomini che agiscono violenza (coinvolgendo anche il CAM di Ferrara), altri Centri Antiviolenza della rete DiRe, il gruppo Le Nove di Roma e Maschile plurale per iniziare un’utile confronto, che potrebbe essere riproposto localmente.

Abbiamo provato a creare un percorso di fiducia fra noi affrontando paure, rischi o problemi sul confronto, tutto questo percorso è difficile descriverlo in una sintesi scritta, quindi riporterò solo alcune domande e alcune considerazioni.

Questo confronto è iniziato con delle “semplici” domande che abbiamo cercato di sviluppare nei 4 incontri:

  • È possibile confrontarsi senza paura di perdere l’autonomia?
  • siamo profondamente d’accordo che il cambiamento è possibile, anche negli uomini che hanno agito violenza?
  • È giusto che ci siano Centri che intervengano su uomini maltrattanti che commettono reato? Inserendo di fatto percorsi riabilitativi per il reo, al di fuori del percorso penitenziario, si depotenzia il reato. È giusto questo a livello politico? In questo modo il problema diventa culturale e non criminale.
  • Deve esistere per forza una relazione tra Centri Antiviolenza e Centri per Uomini?
  • Quali sono gli strumenti per poter promuovere il cambiamento?
  • Riusciamo a tenere insieme il presupposto con l’azione?
  • Siamo in contatto anche con le paure che abbiamo di lavorare con uomini violenti?
  • Potremmo affrontare insieme il tema della genitorialità?
  • Metodologia nei percorsi paralleli e scambi di informazioni, come e quali?
  • La donna deve essere contattata dal Centro per uomini?
  • In che modo lasciamo che siano le due parti a giocarsi la protezione?
  • Chi fa la “protezione”?

Come ci poniamo di fronte all’istituzionalizzazione dei Centri per uomini da parte delle ASL come è successo per i Centri Antiviolenza in passato? Come questi si rapporteranno con i Servizi Sociali? Il fantasma della mediazione è sempre presente.

Vi è stato poi un interessante e complesso confronto sul contatto partner tra noi che non lo facciamo per la nostra specifica storia (anche se il tema è dibattuto), il CAM di Ferrara che lo fa e i Centri Antiviolenza che ne sono contrari.

Noi del Cerchio degli Uomini ci siamo posti la domanda se chiedere all’uomo il telefono della partner per eventualmente passarlo al Centro Antiviolenza (se lei non fosse già seguita) per metterla al corrente delle opportunità che può avere ma ci sorge il dubbio che questo possa condizionare il comportamento dell’uomo in direzione strumentale. Nei casi però in cui abbiamo ravvisato un pericolo per la donna, abbiamo avvisato le FFOO.

Rimangono aperte alcune domande, se percepiamo un pericolo per la donna e avvisiamo le FFOO, rischiamo di metterla più in pericolo? Se è seguita dal Centro Antiviolenza possiamo interfacciarci con loro e in merito a che cosa? Se non è seguita e facciamo in tempo, possiamo chiedere un confronto col Centro Antiviolenza prima di avvisare le FFOO?

I Centri per Uomini che fanno il contatto partner, potrebbero solo fornire alla donna il numero del loro centro e darle la possibilità di chiamarlo solo quando se la sente?

Queste e tante altre sono le domande aperte che andrebbero sviluppate.

Abbiamo terminato con una scaletta di obbiettivi che si potrebbero sviluppare:

  1. Paure e limiti: relazione tra aree
  2. Asimmetria nella relazione tra uomo e donna e analisi dei costrutti
  3. Figura operatore/operatrice e opportuna formazione
  4. Sperimentazione con un confronto concreto su: percorsi, genitorialità, contatto partner, figura dell’operatore, linguaggio appropriato, conformazione nell’equipe reciproche
  5. Esperienza
  6. Divulgazione del lavoro: come, con quali mezzi e con chi.


Centri per uomini che agiscono violenza contro le donne in Italia: un quadro d’insieme
Maria Merelli (LeNove –studi e ricerche sociali)

 

Sono oramai sei anni che l’associazione LeNove è impegnata nella rilevazione delle strutture  rivolte agli uomini che agiscono violenza contro le donne in Italia; corredata dal contributo di numerosi studiosi/studiose e operatori la prima è stata pubblicata nel 2013 nel volume Il lato oscuro degli uomini. La violenza maschile contro le donne: modelli culturali di intervento. Volume la cui recente terza edizione ha in allegato il terzo censimento dei Centri, aggiornato al 2016[1], che è oggetto del presente contributo. Non per caso l’associazione LeNove è arrivata allo studio di questo tema: avendo lavorato per anni a fianco dei Centri Antiviolenza (prima fra tutte l’attività di gestione del 1522 dal 2006 al 2012 insieme a LeOnde di Palermo), è apparsa una continuazione di tale impegno rivolgerci al “versante maschile”: per sondare le radici culturali/patriarcali dell’esercizio della violenza materiale e simbolica contro le donne, per esplorare la realtà dei Centri rivolti agli autori (realtà che stava muovendo i primi passi) quale tassello delle azioni di prevenzione messe in campo ai diversi livelli territoriali, istituzionali e associativi.

Nel corso di questi anni è cresciuto il numero dei Centri[2] (tale denominazione comprende anche spazi di ascolto, sportelli, servizi), con un processo avvenuto in parallelo con il cambiamento della cornice istituzionale e legislativa sulla violenza di genere da un lato – Convenzione di Istanbul, legge 119/2013, leggi contro la violenza di alcune Regioni, Piano nazionale straordinario sulla violenza sessuale e di genere – e dall’altro con la maggiore consapevolezza, nel discorso pubblico, della centralità della cultura patriarcale e della responsabilità degli autori degli atti violenti.

Il censimento 2016 di cui vengono presentati i dati più significativi per tratteggiare un quadro di insieme ( successivo a quelli del 2012 e 2014), consente anche di registrare, insieme alla crescita quantitativa, una serie di indicatori capaci di delineare a grandi linee le caratteristiche principali dei Centri, di mostrarne elementi comuni, differenze e aspetti critici.

In sintesi: se nel 2012 sono state individuate n. 18 strutture, nel 2014 n. 29 (comprendendo come nel caso precedente le esperienze in carcere), nel 2016 sono stati registrati 44 Centri/sportelli(escludendo in questo caso le esperienze carcerarie di cui sarebbe necessario un censimento ad hoc). E’ un processo  nel quale alcune esperienze generalmente legate a un progetto che non è stato rifinanziato (vedi il caso di Solidea di Roma per la cessazione della Provincia) non sono più attive, e allo stesso tempo nuovi Centri sono nati; e anche nel 2017 cominceranno l’attività altri che  da mesi stanno facendo il necessario lavoro di impianto, a cominciare dalla formazione del personale.

Come mostra la figura, vi è uno squilibrio notevole nella distribuzione territoriale: essi si addensano dalla Toscana (qui è sorto il primo a Firenze, CAM/Centro Uomini Maltrattanti) al nord, più sguarniti sono  il centro e il mezzogiorno. E benché si registrino anche qui nuove recenti strutture, rimane tuttavia un gap nell’offerta di questo servizio che diviene un gap di opportunità nella lotta alla violenza non solo per gli autori stessi, ma anche per le loro partner e l’intero contesto sociale.

Una prima, importante differenziazione riguarda  (insieme all’anno di inizio) il percorso di nascita e le caratteristiche dei soggetti che li hanno promossi:  è di gran lunga più numeroso il settore del privato sociale (n. 26 fra associazioni, cooperative sociali, fondazioni), 7 sono sorti per iniziativa di enti pubblici come Regione, Provincia, Comune, ASL, altrettanti vedono la collaborazione fra ente pubblico e organismo privato, 4 nascono per iniziativa di professionisti.

Distribuzione territoriale

NB: il pallino indica l’esistenza di uno o anche più Centri nella medesima località

(ad es. 2 a Napoli e a Torino, 4 a Roma e a Milano)

Negli anni recenti vi è una maggiore iniziativa degli enti pubblici i quali, dichiarando la violenza maschile un “bene pubblico”, se ne fanno responsabili verso l’intera collettività direttamente o in modo mediato in quanto,  laddove era già operante un centro privato, la stipula di una convenzione fissa i termini di una collaborazione  fra gli uni e gli altri.  Aumentata è la presenza di cooperative sociali che, già operanti nella cura di soggetti affetti da disagi di altra natura, aggiungono agli altri il nuovo servizio rivolto al recupero degli autori di violenza. Dunque, si tratta di un panorama molto variegato e questa differenziazione ha riflessi non solo sulla consistenza e la continuità delle risorse a disposizione, ma incide anche sulle modalità operative, sui programmi e sui percorsi di “trattamento” che solo un’indagine qualitativa può approfondire.

Quanto alle risorse finanziarie, un tema “caldo” – dato che molti/e pensano  che in gran parte siano sottratte al finanziamento dei Centri Antiviolenza –  quelle private dovute a donazioni, autofinanziamento, servizi a pagamento ed altro sono decisamente più consistenti di quelle pubbliche erogate da Regioni e enti locali. Una questione, questa, che ha riflessi anche su un altro tema rilevante, quello del personale che lavora nei centri, se e quanto retribuito o volontario.

Le figure professionali “centrali” nell’organizzazione hanno competenze psicologiche e psicoterapeutiche, seguono councelor ed educatori, poi avvocati, sociologi: nel complesso delle strutture censite, prevalgono quelle volontarie e, rispetto al censimento precedente, le donne sono attualmente più numerose degli uomini. Le ragioni sono diverse (a cominciare dalla presenza preponderante di quelle femminili nel mercato del lavoro), ma senza dubbio questo mostra un nodo problematico che non è solo organizzativo, prima ancora è teorico, riguardando come maschile e femminile (e uomini e donne) interagiscono nel percorso di interazione con l’autore di violenza.  Se la presenza di figure femminili è necessaria perché l’autore si confronti – in particolare nel lavoro di gruppo – con il femminile, perplessità nascono di fronte a situazioni nelle quali  manca del tutto o è fortemente minoritaria una figura maschile. E’ dunque una questione che crea interrogativi e va ulteriormente approfondita.

Venendo ora all’impostazione del lavoro (“trattamento”) che viene fatto con gli autori, la realtà si connota per una varietà di modelli, di programmi che si rifanno a diverse metodologie teoriche cognitive e comportamentali; le stesse Linee guida europee del resto raccomandano che venga adottato un orientamento sperimentale, non chiuso. Mentre circa un terzo dei Centri  definisce il proprio lavoro come “psicoterapeutico” e una minima parte di orientamento psico-educativo, la maggior parte combina variamente elementi del primo e del secondo  (trattamento misto)[3].

Una pluralità teorico-pratica che caratterizza anche le modalità con le quali si effettua l’intervento, sia attraverso colloqui individuali che di gruppo, nei quali la possibilità per l’uomo di riflettere sui propri vissuti partendo da quello degli altri facilita la presa di consapevolezza. Sempre nella fase iniziale si privilegia il colloquio individuale (ma nel 55,9% esso dura per tutto il percorso), segue poi l’intervento in gruppo (nel 24% dei casi); ma non mancano  Centri che lo fanno a seconda delle situazioni (21,2%) e altri che non lo prevedono affatto (30%). Illuminante di questa varietà e complessità è la posizione di “Il cerchio degli uomini” di Torino: I nostri percorsi non sono standard e variano sia nel numero dei colloqui individuali sia per l’accesso al gruppo. Le realtà che si presentano sono abbastanza diversificate per cui facciamo percorsi caso per caso. Il percorso di gruppo è parzialmente standardizzato nella prima parte di ogni incontro tramite interventi frontali nei primi 6 mesi. Successivamente si lavora su quello che emerge dai partecipanti e su quello che viene stimolato dai conduttori.

Del resto occorre tenere conto anche del fatto che il lavoro di gruppo necessita di particolari risorse e di una formazione specifica e non tutte le strutture sono attrezzate, specie nella fase iniziale, ma lo introducono successivamente.

Continuando ad esplorare l’area del trattamento con l’autore di violenza, era importante capire come viene valutata la sua condizione anche in termini di pericolosità e rischio per la partner della quale va garantita per prima cosa la sicurezza (su questo punto i documenti guida internazionali non fanno deroghe). Una valutazione che riguarda tutto il percorso fatto dall’uomo, del quale comprendere passi e risultati nel cambiamento dei comportamenti. Quindi la valutazione del rischio di recidiva è (dovrebbe essere) un compito primario del personale che opera nei Centri, ma poco più della metà lo effettua (i sistemi seguiti sono diversi, si utilizzano questionari, interviste, metodi accreditati come l’ODARA); altri sembrano non porsi il problema (il dato non viene rilevato) o forse non sono attrezzati. E’ dunque un punto assai critico anche questo: se non si è in grado di rilevare la possibilità di ricadute nei comportamenti violenti, in quale modo si è poi in grado di valutare la “fine” di un percorso, di un trattamento? La sicurezza della partner? Non sono pochi comunque quelli (poco più della metà) che proprio per seguire l’autore in “che cosa succede dopo”, praticano un’attività di follow up che ha anche una funzione di sostegno e accompagnamento.

Ancora un punto delicato e controverso: la donna deve essere avvisata del percorso iniziato dal partner violento? In proposito ci sono opinioni divergenti: una gran parte dei Centri antiviolenza è contraria nel timore che questa notizia allenti la decisione della partner di seguire un percorso di fuoriuscita dalla violenza; o che la scelta fatta dall’uomo la induca a “perdonarlo”, rimettendo in gioco quel legame e interrompendo un percorso di allontanamento da una relazione violenta.  Tuttavia oltre la metà delle strutture prevede tale contatto (60,6%), così come praticata è la collaborazione – per oltre la metà stabile, per altri occasionale e solo per un 18% assente – con il Centro Antiviolenza locale. Benchè sia necessario un ulteriore approfondimento per comprendere come nei fatti si articola questa collaborazione, su quali contenuti e azioni, pare evidente che sul territorio, di fatto, molte delle diffidenze che i Centri Antiviolenza nutrono si stemperino e una certa collaborazione venga avviata. La sola conclusione possibile è che  su questo complesso e complicato problema si dovrà continuare a lavorare negli anni prossimi per aprire canali di dialogo e confronto.

Assai meno problematici appaiono invece i rapporti che i Centri stabiliscono con i molti servizi territoriali che a vario titolo intercettano la violenza di genere, riuniti nella Rete antiviolenza che nella maggior parte dei casi è formalizzata. Le relazioni sono in primo luogo con i servizi sociali comunali coinvolti nell’assistenza delle famiglie e dei minori del maltrattante, poi con le ASL e in buona parte anche con l’Uepe (Ufficio esecuzione penale esterna), la Questura e il Tribunale; se in Italia manca una regolamentazione fra sistema penale e servizi rivolti al recupero dell’autore di violenza come avviene in altri paesi europei, tuttavia in loco si stabiliscono collegamenti necessari perché l’informazione dell’esistenza di luoghi di recupero  venga data  a chi ne ha bisogno (non di rado anche attraverso una pressione indiretta). Il censimento rimanda infatti l’immagine di Centri non isolati per la maggior parte; probabilmente si tratta di  relazioni da implementare perché in molti casi sono da poco avviate e perché vi è la necessità di promuovere tutti i canali che possono influire sull’accesso degli autori di violenze i quali, in ultima istanza, si presentano “volontari”. È un’attività che si accompagna anche con la messa in atto, spesso congiunta con altri enti a cominciare dalle scuole, di azioni di sensibilizzazione volte a far crescere la consapevolezza sociale di quali siano le radici culturali e gli stereotipi di genere che sono alla base di relazioni violente così diffuse.

Se dunque la realtà consegnata da questo censimento 2016 è tutt’altro che ferma, anzi in crescita, forte si presenta la necessità di avere un’anagrafe completa e un monitoraggio ricorrente di tutti i Centri che accolgono uomini autori di violenza, della loro organizzazione, delle loro metodologie e pratiche di lavoro. Potrebbe/dovrebbe essere il Dipartimento per le pari opportunità a promuoverlo. Così come sarà necessario, in un futuro prossimo, che vengano definiti alcuni requisiti minimi di funzionamento insieme alla utilità di mantenere aperto il confronto su questioni centrali ma problematiche come la realizzazione dell’ ”approccio integrato” con i Centri Antiviolenza raccomandato dalla Convenzione di Istanbul. Poiché l’attenzione rivolta agli uomini, non va dimenticato, mira oltre che a far cessare i comportamenti violenti, alla trasformazione delle relazioni che, sul piano materiale e simbolico, regolano i rapporti fra i sessi e i generi e alla modifica delle culture patriarcali o postpatriarcali che,  non riconoscendo la libertà femminile, con la violenza cercano di ostacolarla.

Note

[1]A. Bozzoli, M. Merelli, MG.Ruggerini (a cura di), Il lato oscuro degli uomini. La violenza maschile contro le donne: modelli culturali di intervento, Roma, Ediesse, III edizione, aprile 2017. I contributi sono di: Anna Costanza Baldry, Michela Bonora, Marco Deriu, Monica Dotti, Francesca Garbarino, Paolo Giulini, Bruno Guazzaloca, Monica Mancini, Barbara Ma pelli, Massimo Mery, Cristina Oddone, Alessandra Pauncz, Giorgio Penuti, Stefania Pizzonia, Chantal Podio, Roberto Poggi, Michele Poli, Amalia Rodontini, Mario Sgambato, Claudio Vedovati, Maria (Milli) Virgilio..

[2] L’elenco completo dei centri rivolti agli uomini si trova sul sito www.lenove.org oltre che in appendice del volume citato.Al censimento 2016 ha preso parte anche StefaniaPizzonia di LeNove.

[3] Le percentuali della tabella come le altre citate nel testo riguardano i 33 Centri che hanno risposto al questionario inviato online relativamente all’attività espletata nel 2014 e 2015. Mentre alla fine del 2016, come si è detto, quelli  in funzione, sentiti con intervista telefonica, sono 44.


Perché lavorare con gli autori di violenza e come
Laura Storti (Psicoanalista, psicoterapeuta, Scuola Lacaniana di Psicoanalisi e Associazione Mondiale di Psicoanalisi, coordinatrice del Consultorio Il Cortile all’interno della Casa Internazionale delle Donne di Roma

Il lavoro del Consultorio di Psicoanalisi Applicata Il Cortile con gli uomini autori di violenza contro le donne e i/le minori nasce dall’esperienza che per otto anni (dal 2005 al 2013) abbiamo svolto, insieme ad altre associazioni, nella gestione del Centro provinciale per donne e minori in difficoltà La Ginestra, finanziato dall’Istituzione Solidea.

Un’esperienza sperimentale e innovativa dove il fenomeno della violenza sulle donne è stato affrontato utilizzando non soltanto l’approccio di genere (che da sempre è stato alla base dell’analisi e degli interventi in questo settore) ma introducendo alcuni elementi della psicoanalisi. Ciò ha permesso di introdurre una lettura non generalizzante del fenomeno, un approccio del caso per caso che ha messo a lavoro l’intera equipe delle operatrici.

L’obiettivo primario era creare le condizioni per un’accoglienza di donne e bambini/e che avevano subito o assistito ad atti violenti più o meno ripetuti nel tempo.

Inizialmente Il Cortile ha istituito e coordinato la riunione settimanale dell’equipe: creare una equipe fissa di lavoro e definire i momenti di scambio e di formazione è stato il nostro primo obiettivo affinché il clima all’interno del Centro perdesse, almeno in parte, la carica immaginaria che ogni istituzione, qualunque sia il suo indirizzo, produce con i suoi effetti o di esaltazione degli ideali (dalla parte dell’amore) o di irreparabile caduta (odio e aggressività).

L’altro polo che ci ha impegnate è stato l’accoglienza e il lavoro con i/le bambini/e che da subito sono stati individuati come soggetti separati dalle loro madri, portatori/trici delle loro questioni e dei loro traumi. Alla loro parola e alle loro elaborazioni abbiamo dedicato un tempo e uno spazio quello dei Laboratori. L’attenzione e l’ascolto rivolto ai minori ci ha messe al lavoro su vari fronti[1] tra questi il rapporto con i padri.

Il primo passaggio, non facile da far comprendere e accettare all’Istituzione, è stato quello di introdurre un operatore uomo all’interno dell’equipe affinché i/le bambini/e potessero avere un “modello maschile positivo” con il quale confrontarsi, consapevoli dell’aspetto puramente immaginario che rappresenta la differenza biologica del corpo, ma comunque rilevante in modo particolare per soggetti in formazione.

Abbiamo lavorato nell’affrontare la dicotomia che si produceva dal fatto che alcuni/e bambini/e ci confidavano di voler incontrare i padri (non tutti/e, ovviamente), alcuni/e ne sentivano il desiderio ma esprimevano anche il timore, altri/e si preoccupavano della reazione delle loro madri difronte a tale richiesta; sul versante delle madri molte, difronte alla manifestazione di tale desiderio, si sentivano “tradite”.

Sapevamo che era necessario sostenere le donne nel riconoscere il desiderio dei/delle propri/e figli/e come qualcosa “non contro di loro”, esplicitando che il loro trauma e le loro ferire non potevano essere le stesse dei/delle loro figli/e, e che il diritto di queste/i, diritto salvaguardato dalla legge, era quello di mantenere entrambe le figure genitoriali, là dove era possibile.

Mentre il lavoro con i/le bambini/e verteva nel sostenere il loro desiderio come legittimo, separandolo da quello delle madri.

In tutti i casi in cui non era possibile riprendere i contatti con i padri o comunque per il periodo di permanenza presso il Centro erano le/gli operatrici/ori che dovevano svolgere il ruolo di “terzo separatore” nella coppia madre-figlio/a che nei casi di violenza familiare si consolida enormemente producendo storture non indifferenti.

La psicoanalisi ci ha guidato nel lavoro e ci ha permesso di distinguere il piano immaginario da quello simbolico, al punto di non credere affatto nella necessità di reintrodurre “a ogni costo” il padre biologico nella relazione (ad es. imponendo la mediazione familiare in casi di violenza). Riconoscere l’importanza della funzione simbolica ci ha permesso inoltre, di liberarci di una certa “ideologia della supremazia materna”, dove figli/e sono più delle madri che dei padri e che loro meglio di chiunque altro saprebbero interpretare le loro necessità, idealizzazione della maternità che tanti danno produce nella vita delle donne e non solo.

A sostenerci in questo doppio lavoro non è stato soltanto l’ascolto delle parole dei minori ma anche la realtà che ci si poneva davanti, realtà che leggevamo nei decreti del Tribunale dei Minorenni, piuttosto che del Tribunale civile, quando i giudici emettevano disposizioni di incontri liberi tra figli/e e padri, anche là dove la violenza sulle madri, almeno quella verbale, veniva ancora agita davanti a loro.

Alla luce di tutto questo nel 2010 abbiamo aperto uno Sportello per uomini maltrattanti all’interno della Casa Internazionale delle Donne di Roma, dove il Consultorio opera.

Alcuni uomini sono stati inviati dai Servizi territoriali piuttosto che dai Tribunali o dal giudice, pochi inizialmente sono giunti di loro spontanea volontà. Solo ultimamente accedono al servizio alcuni uomini preoccupati delle loro reazioni eccessive difronte a eventi da loro stessi definiti non gravi, segno che forse qualcosa si sta muovendo.

Dal 2014, insieme a Ponte Donna, Associazione con la quale abbiamo collaborato durante gli anni della gestione del Centro e con la quale abbiamo condiviso elaborazioni e pratiche, abbiamo ideato e messo in campo un progetto finanziato dasll’8×1000 della Tavola delle Chiese Valdesi: Uomini Liberi dalla Violenza: contro la recidiva e per il recupero della responsabilità genitoriale.

Due differenti considerazioni ci hanno spinto a prendere in carico uomini autori di atti violenti: da una parte l’alto rischio di recidiva in questo tipo di reato.  Sappiamo che il carcere purtroppo, là dove svolge la sua funzione di luogo di segregazione, non riesce a garantire un percorso di messa in questione dei comportamenti che hanno prodotto la condanna e la reclusione. Alcune di noi appartengono alla generazione sconvolta dai “fatti del Circeo” e quindi sappiamo come in quel caso, dopo anni di reclusione di uno dei colpevoli, sia poi andata a finire. Non siamo dell’idea che tali reati debbano avere una pena che preveda la reclusione carceraria dell’autore con l’intento di “gettare la chiave”, come qualcuna a volte ha anche affermato in pubblico, pensiamo che la pena sia altro dalla vendetta. Dall’altra parte vediamo questi uomini nel loro versante di padri, di educatori quindi, di coloro che trasmettono modi di essere e di pensare. Scontata la pena ma a volte anche durante, questi uomini riprendono i rapporti con i/le figli/e, il rischio è che continuino a trasmettere mancanza di rispetto, rancore e odio nei confronti delle madri e modelli di prevaricazione e disprezzo nei confronti delle donne.

Il progetto che è in corso di attuazione, prevede uno Spazio di parola individuale e/o di gruppo presso il carcere e per il primo anno anche una casa di semi-autonomia dove chi aveva scontato la pena avrebbe potuto trascorrere un primo periodo senza sostenere le spese del canone di affitto e delle utenze e avrebbe avuto un accompagnamento nel reinserimento socio-affettivo e nel recupero della responsabilità genitoriale.

Cosa proporre e con quale l’approccio?

Premesso che la nostra formazione di psicoanalisti/e ci fornisce alcune chiavi di lettura del fenomeno della violenza degli uomini sulle donne senza nulla togliere alla lettura che di questo fenomeno ne fanno altre discipline o la stessa politica, pensiamo che questo fenomeno sia strutturale all’interno di tutte le società a livello mondiale e che molteplici siano i fattori che lo determinano. Solo per citarne alcuni: il differente potere contrattuale che uomini e donne hanno nella società anche a causa di disparità salariali e differenti opportunità lavorative, la divisione tra lavoro produttivo e riproduttivo, la differente posizione rispetto alla sessualità, l’illusoria complementarietà tra i sessi, la concezione dell’amore basata sul possesso e non sulla libera scelta, tutti elementi fortemente strutturati nell’inconscio di uomini e di donne. Il fatto che tale fenomeno sia trasversale e quindi colpisca uomini di ogni grado di cultura a qualunque latitudine supporta l’ipotesi che non sia sufficiente un approccio educativo/rieducativo. Consapevoli inoltre, che atti di violenza contro le donne non siano alla base di un qualsivoglia “disagio psichico”, non pensiamo si possa affrontare tale fenomeno con un approccio psicoterapeutico che abbia come obiettivo la “guarigione” del soggetto.

Pensiamo invece che l’aggressività sia una manifestazione umana ineliminabile seppure circoscrivibile e “addomesticabile” e per quanto detto sopra quella degli uomini contro le donne abbia radici profondissime che alloggiano nella storia del soggetto, uno per uno, e che pertanto ciò che si può proporre a ciascuno è l’opportunità di ripercorrere la propria storia per rintracciarne le origini, un processo di responsabilizzazione che apra al nuovo.

Ecco perché non siamo d’accordo nelle facili generalizzazioni che vorrebbero classificare e raggruppare gli uomini violenti in un’unica categoria, quasi a costruirne un identikit, né tantomeno nella costruzione di protocolli universalizzanti da applicare in modo generale. Pensiamo che tale universalizzazione portata avanti da un approccio scientista, un uguale per tutti, abbia come unico effetto la scomparsa della singolarità del soggetto e pertanto “produca mostri”.

L’inconscio ovviamente è frutto della cultura quindi importantissimo sarà il lavoro che si potrà svolgere con le nuove generazioni, fin dalla più tenera età, affinché si possa sviluppare una capacità di riconoscere e gestire le proprie emozioni, così come promuovere il rispetto delle differenze di cui quella sessuale è alla base del legame sociale.

Consapevoli che questa epoca che qualcuno appella post-umana, ci confronta con la paura della diversità che è alla base dell’ascesa del razzismo, il lavoro che ci aspetta è sicuramente impegnativo.

Il progetto Uomini Liberi dalla Violenza continua all’interno del Carcere di Regina Coeli e dopo una serie di colloqui con i detenuti dell’VIII braccio (sex offender) che ne hanno fatto richiesta, ha attualmente un assetto di lavoro in gruppo.

Dopo la proiezione del film di Ivano De Matteo La vita possibile dove viene affrontato il tema della violenza in famiglia con lo sguardo del figlio, si è dato un tempo (10-15 incontri settimanali), ove chi ne ha fatto richiesta ha potuto affrontare liberamente varie tematiche. Le due psicoanaliste che conducono il gruppo in qualità di facilitatrici hanno il compito di far circolare la parola tra i detenuti senza apportare i loro punti di vista o i loro pregiudizi.

Ogni incontro, a turno, un detenuto funge da segretario redigendo un verbale dove vengono riportati i vari interventi.

Si è deciso che alla fine degli incontri ciascuno potrà, se lo vorrà, redigere uno scritto, nella forma che riterrà più idonea, al fine di comporre una piccola pubblicazione.

Cosa ci proponiamo nel nostro lavoro?

Dare uno spazio di parola in un luogo come il carcere dove i detenuti possano, se lo desiderano dire qualcosa, dove la loro parola viene presa in conto, un luogo dove poter riflettere su ciò che li ha condotti all’acting-aut o al passaggio all’atto, causa della loro detenzione. Aprirsi, se possibile, agli interrogativi affinché possa sorgere una “responsabilità soggettiva”, primo e indispensabile passo per una reale messa in questione del proprio modo di pensare e di agire.

Alcune considerazioni rispetto alle domande che questa mattina Stefano Ciccone proponeva.

Lavorare con gli uomini necessita ascoltare anche le loro compagne per accedere alla verità?

Pensiamo che di verità non ce ne sia una sola, sicuramente c’è la verità giudiziaria, processuale, che lasciamo ai giudici, non è il nostro ruolo.

Ciascun soggetto è portatore della propria verità e nel nostro lavoro con gli uomini che hanno agito violenza cerchiamo di tenere lontana ogni altra verità, tanto più quella delle operatrice o degli operatori, per favorire che ciascuno nel percorso possa reperire la propria  verità e aprirsi alla responsabilità soggettiva che ci tengo a precisare è altro dalla colpa.

Pensiamo altresì sia determinante “scardinare la coppia carnefice/vittima” che oltre a non riconoscere, pensiamo sia assolutamente dannoso mantenere.

Non mi dilungo oltre e spero che avremo modo di sviluppare altri momenti di incontro e di confronto su tali tematiche.

 

[1] Storti, L., Strumenti di fronteggiamento della violenza sui minori: studio di una buona prassi, in Contro la violenza. I° rapporto dell’Osservatorio sulle vittime di violenza e i loro bambini della Provincia di Roma a cura di Deriu, F., Franco Angeli, Milano 2011.

 


Maschile Plurale

"Raffina i sentimenti, trasgredisci i rituali"

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