Sesso Denaro Potere

Paranoia senza fine
Marco Mancassola - il manifesto 20 gennaio 2011

«La cosa che mi sconvolge», confessa un amico trentenne commentando le notizie degli ultimi giorni, «è l'idea che alla sua età si possa essere ancora così lontani da una qualche forma di pacificazione. Lui e il suo amico Fede, un settantacinquenne e un ottantenne, in quel teatrino sessuale tutte le sere, come se fossero costretti, come una macchina infernale, senza sosta e senza fine». È anche in questo senza fine, in questa idea di prestazione disperata e replicata all'infinito, la portata politica della bulimia senile-sessuale del premier.

La sessualità e il potere ridotti entrambi a esercizio senza termine, macchina infernale che non lascia tregua. Ancora una volta, Berlusconi non è un'anomalia ma il compimento della natura intima di un sistema. Un iperliberismo parossistico, spettacolare, criminale, piduizzato, strutturalmente bisognoso di eccesso. Senza fine nel senso di privo di conclusione, sfiancante, nonostante la sua crisi che a sua volta diventa sistema, macchina infinita - e nel senso di ormai senza scopo, oltre quello del proprio automantenimento e della performance sfrenata, sempre più distruttiva. A suon di corruzione o di apposite pillole.

In modo più o meno esplicito, la retorica berlusconiana ci dice che stupirci di questo è moralistico. La vecchia storia della sinistra che diventa conservatrice di fronte al godimento sfrenato di questa destra. Berlusconi sembra pensare a se stesso come a una grande figura tragica e nietzscheana, peccato che la sua orgia non abbia nulla di liberatorio, nulla del senso ancestrale del dionisiaco: è pura paranoia tecnica. La paranoia di un anziano dittatore che spia con smania verso la vertigine più indicibile, la possibilità della perdita del potere e della morte - due cose che per uomini come lui vanno spesso insieme.
Che tutto questo avvenga, secondo una ricetta storicamente italiana, condito di farsa e di aria di barzelletta, non toglie alla scena la sua sottile, latente tensione totalitaria. Il feticismo delle divise da poliziotta o da infermiera pronte a essere indossate dalle ragazzine nei bunga-bunga party ci fa ridere. Ridere di questo vecchio drago calvo che da decenni pretende di ingoiarci tutti è la prima arma di difesa. Ma quando il feticismo trionfa come modello di potere, il risultato è il devastante delirio politico e sociale in cui abbiamo vissuto per anni.

Come in un romanzo di Brett Easton Ellis, privo però di glamour, l'uomo fluttua in un limbo fatto di orgette, lap-dance, luci basse, teatrini finto-lesbo, senso di irrealtà, telecamere, studi televisivi, sessioni di trucco, riunioni dei ministri dove lui si addormenta, scivolando in chissà quali allucinazioni. Tutto senza soluzione di continuità. Un lungo effetto onirico dove gli elettori, non soltanto le minorenni dei festini, non possono che diventare comparse tra le comparse, fantasmi tra i fantasmi, oggetti da gestire, da solleticare o da consumare. Berlusconi ha dedicato la vita a forgiare i suoi stessi oggetti di consumo: ha forgiato con la televisione i suoi elettori, e l'estetica dei corpi delle ragazzine-letterine che oggi divora. Il suo disturbo narcisistico è diventato un delirio grande quanto un paese. Lui è il Titanic e intende affondare con noi dentro.

Eppure, una "cultura politica" che pensa ai cittadini non come a persone ma come a cose, massa di pubblico o di comparse, fantasmi in un'allucinazione sempre più grottesca, non spiega abbastanza. Il dramma ulteriore è quello che appare come in uno specchio: la metà dei cittadini di un paese nutre a sua volta un feticismo verso il capo, e ad ogni occasione continuerà a votarlo. Qualunque sia lo scandalo del giorno. Un feticismo del popolo per il capo e per il suo corpo di nano-superuomo, erotizzato, miracoloso, potere fatto carne. Un attaccamento infantile e isterico a un capo-feticcio.
Abbastanza chiara la genesi di questa perversione: un senso di abbandono originale, il venire meno di una politica alternativa e credibile, di una proposta per gestire lo spavento della contemporaneità. Quello che appare meno chiaro, ma di cui non smettiamo di avere urgente bisogno, è come realizzare il ritorno in campo di un pensiero alternativo, non per dispensare giudizi moralistici ma per riprovare a dirci qualcosa sui rapporti sociali, tra uomini e donne, tra giovani e anziani, tra parti sociali. Oltre i feticismi e oltre il consumo, oltre il potere senza termine e cioè senza l'altro, senza rapporti veri tra i soggetti.

 

Il cine berluscone
Marco Giusti - il manifesto 20 gennaio 2011

Il bunga bunga sono io!», «Io sono il suo culo», «Provo per quest'uomo un amore vero». Anche se tutti noi, come ha dichiarato la stessa Ruby a Kalispera!, avremmo voluto una vita parallela, dove però non sentir parlare almeno per il un giorno di bunga bunga e delle scopate di Berlusconi, va detto che erada anni chenonci divertivamo così tanto a seguire tutte le storie legate al Rubygate al bunga bunga connection. Intercettazioni, dichiarazioni,mezze interviste, perfino la ricerca della fidanzata (e tutte: «Sono io! Sono io!»). 

La geniale trascrizione della rubrica telefonica della brasiliana Michelle Conceiçao, l'amica di Ruby («Papi Silvio Berluscone », «Rubby Troia», «Sandro Frisullo Pulitico», «Joao Paulo Autista Berluscone», «Amigo Rai»). La commovente difesa a oltranza di Sabina Began, supporter e possibile compagna («Compagna? Dipende da cosa si intende per compagna. Posso essere per lui qualsiasi cosa!»), della quale ricordiamo il grande esordio cinematografico in coppia con Antonella Troise in Chiavi in mano. E le pellicce, gli occhiali, le borse, gli occhiali firmatissimi delle ragazze che escono da via Olgettina? E le scarpe basse, quasi ciavatte, della Boccassini immortalate sul Corriere?

Per non parlare poi delle canzoncine su You Tube, il Waka Bunga, il Ruby Baby, di Marco Travaglio che fa 154.000 contatti parlando per ben 51 minuti di Ruby, della puntata di Ballarò di martedì sera che con il 21 per cento ha sbaragliato Amici di Maria De Filippi e ha lasciato Vespa con Avetrana (ormai chi se la fila più...) al 13 per cento e Serena Dandini con l'ultimo libro di Pier Luigi Celli (boh?) all'11 per cento. Aggiungiamoci l'apparizione di Ruby da Signorini ieri sera in versione quasi virginale, «Mai fatto l'amore con il premier!», ma anche con la storia vespiana della povera bambina violentata a nove anni dai due zii paterni (per fortuna che solo sei anni dopo era in salvo a Arcore con Fede e Lele Mora). E stasera viene tutto ripassato in padella da Santoro e Travaglio, mentre geni come Signorini, Sallusti, Santanché, Ghedini studieranno chissà quali mosse mediatiche. 

È il trionfo della commedia all'italiana, a livelli di cinismo e di immoralità che né Risi né Monicelli si sarebbero mai sognati. E a livelli di comicità che nessun Checco Zalone e nessun Cetto La Qualunque possono eguagliare. E non si capisce perché il nostro pubblico vada al cinema a ridere di un'Italia che non esiste (ma quale «bella giornata» abbiamo avuto in questi ultimi anni?), quando quella della realtà è molto più comica e grottesca. Della realtà poi... diciamo di una realtà costruita tra giornali, internet e televisione. 

Se Berlusconi ci ha abituato da anni a una politica da reality, dove ogni giorno c'è una prova da affrontare e un cocco che ti casca in testa, il Rubygate, come già in parte fu il caso D'Addario e ancor di più il caso Tulliani-Fini, va oltre, giocando tutte le carte dei media. Non a caso tutto si apre con una dichiarazione di guerra politica ai comunisti in cachemire a Saint-Moritz (e scarpe da 29 euro...) proprio di un Berlusconi telefonante a Kalispera! di fronte al suo principale spindoctor, cioè Signorini. Il vecchio trucco della voce di Dio già provato in tanti programmi dell'opposizione. È proprio a Kalispera!, tra un balletto con Belen, uno con Emanuele Filiberto, un'apparizione inutile di Orietta Berti, una pisciata del cane del conduttore, che viene trascinato da Italo Bocchino col cappello da cuoco per tentare una pacificazione coi finiani («Eddai, fate una bella maggioranza solida e non se parli più!»). Non funziona tanto, perché a Ballarò due giorni fa, con il Rubygate già nel suo massimo apice, Bocchino rimaneva il più vispo della compagnia a prendere per il culo Berlusconi con la geniale battuta sulla generosità del premier («mai per anziane senza tette»). È proprio dopo aver visto il disastro della sua squadra a Ballarò, con un ministro Alfano senza parole e l'apparizione dell'incredibile onorevole Bernini, vestita e truccatissima come una qualsiasi Nicole Minetti, che Berlusconi ha cercato inutilmente di prendere la parola con la solita telefonata furbacchiona (Floris lo ha rimandato alla puntata dedicata all'Aquila, dove non interverrà mai).

La vera risposta politica Berlusconi e Signorini l'hanno giocata con Kalispera!, che riunisce tutto il Berlusconi-pensiero, dalla tv gaia anni Ottanta al Costanzo Show, gettando in campo lì la povera Ruby, già un misto di puttana santa e di Belen marocchina pronta per Tim, Wind, Tre e qualsiasi altra telepromozione. Ma sanno che guerra riprenderà stasera con Santoro e Travaglio pronti al massacro. L'unico sollievo per Berlusconi, forse, arriverà con Sanremo, che farà scordare agli italiani per un po' le serate del Bunga Bunga. Mamancano ancora parecchi giorni.

 

Desiderio maschile e libertà delle donne
di Orazio Leggiero, dell'Associazione nazionale MaschilePlurale,
pubblicato sul mensile Report.m - Monopoli (BA)

Accade qualche volta di essere contenti e finanche di esultare quando si sbaglia una previsione. E’ accaduto a me la mattina del 13 febbraio, a Bari, quando mi sono trovato di fronte al serpentone composito e variopinto della manifestazione Se non ora, quando?  “Non è possibile!”, ho esclamato stupito e incredulo. “Ma guarda, ci sono anche tantissimi uomini”. Ed è proprio qui che si giocava la scommessa: sulla presenza maschile.

Finalmente gli uomini sono scesi dal marciapiede! Che vuol dire? Ve lo racconto rievocando una manifestazione femminista degli anni settanta a Roma. A quel tempo, quando le donne manifestavano portando gli indici e i pollici verso l’alto per rappresentare simbolicamente la vagina, gli uomini erano fermi sui marciapiedi e osservavano tra il divertito e il perplesso. Uno slogan scandiva: “Maschi, non state lì a guardare, andate a casa ché ci sono i piatti da lavare!”. Solo pochi avevano il coraggio di scendere dal marciapiede guadagnando furtivamente la coda del corteo.

Ma una volta rischiammo il linciaggio per davvero. Fu quando, di rimando a uno slogan delle femministe più radicali, “col dito col dito l’orgasmo è garantito”, uno sparuto gruppetto di uomini ebbe l’ardire di rispondere, “col cazzo col cazzo è tutto un altro andazzo”.

Ho voluto ricordare questa piccola storia non solo per un piacere personale (allora eravamo giovani traboccanti di sogni e di miraggi!), ma anche per ricordare quanta strada abbiamo percorso lungo i pur difficili e tortuosi sentieri del progresso e dell’emancipazione. E’ facile, ancor più di questi tempi, lasciarsi prendere dallo sgomento, dalla paura di perdere gran parte di quanto faticosamente conquistato con le lotte nei decenni trascorsi. Ma la storia, a dispetto dei corsi e ricorsi, non torna mai indietro.

La presenza così massiccia di uomini nelle 230 piazze d’Italia racconta di una consapevolezza tutta nuova che finalmente si fa strada in questa metà del cielo. Certo, molti uomini erano presenti unicamente per gridare la cacciata del Caimano, ma voglio credere che molti di noi fossero lì, al fianco delle donne, per rompere un silenzio antico, che ci ha impedito di comprendere quanto gli stereotipi del patriarcato siano per noi una prigione di cui liberarci per riscoprire la nostra libertà,  le nostre emozioni, la  paternità, il nostro corpo, in una parola per riappropriarci del nostro Desiderio.

Pensiamo davvero che nelle notti di Arcore si celebrasse il sogno erotico maschile? O non è vero, piuttosto, che in quell’antro si consumasse il solo godimento fallico, che in quanto tale porta all’esclusione del desiderio e dell'amore?

Cito uno stralcio della lettera “da uomo a uomo”, scritta dall’associazione nazionale MaschilePlurale in occasione della giornata mondiale contro la violenza maschile sulle donne: “Quando assisto all’ostentazione di chi usa soldi e potere per disporre delle donne, sento che quell’ostentazione è misera, squallida ed anche triste. Sono secoli che gli uomini comprano, impongono, ricattano e scambiano sesso per un posto di lavoro o per denaro. La novità sta nel vantarsene strizzando l’occhio agli altri uomini in cerca di complicità. Non ci stiamo, e non per invidia o moralismo. Al potere preferiamo la libertà, la libertà di incontrare il desiderio libero delle donne, ed eventualmente il loro rifiuto”.

Quando riusciremo a comprendere che il nostro desiderio di uomini può incontrarsi soltanto con la libertà delle donne, potremo finalmente donare loro rispetto e amicizia.

 

Las curvas antes que el currículo
di Lucia Magi, pubblicato su El pais 25/01/2011

La mujer italiana es rehén de la imagen frívola que transmiten sus líderes y los medios - En plena causa por prostitución contra Berlusconi, cada vez más voces rompen el silencio ante el machismo

"¿Es su hija la nueva novia de Berlusconi?", le pregunta a un señor de mediana edad el reportero, ansioso por encontrar a la misteriosa pareja que Il Cavaliere declaró tener, como prueba de que no se acuesta con prostitutas menores de edad. "Ojalá lo fuera", contesta el hombre. Una chica de veintipocos años y un hombre de 74. No es precisamente lo que un padre soñaría para su hija. Pero en Italia, a veces, los deseos naturales -que una hija estudie, encuentre un buen trabajo, crezca sana, se enamore, sea feliz...- se tuercen de forma perversa.

La investigación de la fiscalía milanesa a Il Cavaliere por delitos de prostitución de menores agravada y abuso de poder sobre un funcionario ha dejado al descubierto el estereotipo femenino del Belpaese: mujeres esbeltas, con curvas bien posicionadas, bolsos de Louis Vuitton grandes como maletas, gafas de sol que cubren medio rostro. "Piensan que el éxito es eso. Lo piensan porque es lo que han visto y oído, es lo que proponen el ejemplo del poder, su televisión y sus líderes", comenta Concita de Gregorio, directora del diario izquierdista L'Unità.

Con la telebasura de Mediaset, con los chistes machistas utilizados como declaraciones públicas e instrumento de consenso electoral, con una conducta privada salpicada de escándalos, Silvio Berlusconi está detrás de una denigración y frivolización de la imagen de la mujer que la ha convertido en su rehén. Y, en los últimos tiempos, ha logrado agitar el movimiento de gentes que dicen ¡Basta ya! Un vivero de colectivos y asociaciones femeninas se ha plantado y ha iniciado un rescate cotidiano, lejos de las cámaras, que sitúa de nuevo el debate sobre la identidad de género en el centro de la actualidad.

"Quizá en forma menor, pero también en otros países, la publicidad transforma a la mujer en producto. El problema es que en Italia la política misma es marketing. No existe otro modelo, ni exterior ni de valores", considera Michela Marzano, profesora de Ética en la Universidad parisina René Descartes, autora de Sii bella e stai zitta (Sé guapa y cállate). "La estética se ha moralizado: construyes tu identidad, tu posición social, sobre tu físico, puedes triunfar solo si eres atractiva, si eres un cuerpo acallado, complaciente, que se amolda a presuntas fantasías masculinas". Y la política funciona como la televisión.

En este casting continuo no valen mucho la preparación, las habilidades, las horas de estudio, las becas, los saltos mortales para llegar a recoger a los niños, hacer la compra y entregar un informe en el trabajo. "Las mujeres vienen elegidas y premiadas no conforme al mérito, sino a otros factores que poco tienen que ver con la profesionalidad, el empeño, la inteligencia", se indigna Giulia Bongiorno, abogada, madre, presidenta de la comisión de Justicia en el Congreso, en una carta al diario La Repubblica. Es algo que subrayaba Sofia Ventura, analista de Fare Futuro (web-magazine cercana al derechista Gianfranco Fini) cuando en 2009 lanzó su j'accuse a la política y a su vicio de elegir avelinas (bailarinas) para cargos importantes: "El uso instrumental del cuerpo femenino denota un escaso respeto para los que se han ganado un espacio con sus capacidades y trabajo", escribió.

"Las nuevas generaciones han sido envenenadas por lo que llegaba de la televisión. Mientras, con el mismo esquema estético-moral se hacía política", sostiene Lorella Zanardo, autora del documental El cuerpo de las mujeres, emitido en canales nacionales, 20 minutos de cuerpos casi desnudos, la mujer como mero objeto de deseo. "Se ha impuesto un ideal homologado. Alguien se considera guapa si es igual a las otras, si es de plástico. La cirugía garantiza el acceso al éxito", glosa Tommaso Ariemme, profesor de Estética en Perugia y Lecce y autor del ensayo Contra la falsa belleza.

Sepultada bajo la mujer de plástico, que exhibe su boca hinchada como se esgrime el diploma de un máster o el certificado de conocimiento de un idioma extranjero, a la italiana de carne y hueso le cuesta marcar sus pautas. Le cuesta que la política atienda sus necesidades y le cuesta que en la cultura colectiva, se aprenda a tratarla con justicia.

En Italia, una de cada dos mujeres no trabaja fuera de casa y tiene menos hijos que en el resto de Europa (1,3 frente a 1,51 de media), porque hay que esperar años para que el empleo sea estable. Y, cuando llega el primer bebé, una de cada tres debe abandonar su puesto. No hay guarderías, así que mejor que siga trabajando el hombre, que gana más.

El Eurobarómetro de 2008 y otros indicadores dan más argumentos sobre la primacía en este país de estereotipos machistas. Los italianos, indica la encuesta europea, se sentirían menos cómodos con una primera ministra. Y, según el World Values Survey, el 80% de la población piensa que el hijo sufre si la madre trabaja mientras el pequeño no va al cole. Pero hay otro dato significativo. En Italia, puntera en el mundo por las luchas feministas de los setenta, los periódicos, los telediarios, y los ciudadanos, siguen hablando de "móvil pasional" en los crímenes de violencia machista.

"Son problemas institucionales y culturales: llevamos 20 años sin políticas serias de conciliación e igualdad y la gente no acepta la efectiva emancipación, en el hogar y en el empleo", dice Daniela Delboca, economista de la Universidad de Turín, quien asesoró a Gabinetes de centroizquierda.

Los datos retratan a la italiana en una situación laboral y familiar que parece un cuadro antiguo. "La tasa de ocupación femenina es del 46% (según el Istat, el INE italiano), dice Paola Profeta, catedrática de la Universidad Bocconi. En España es del 55%. "Somos las últimas en Europa, solo Malta lo hace peor". Esta cifra creció hasta los noventa, se estabilizó con el nuevo milenio, en los últimos dos años ha bajado: las mujeres no solo no entran en el mercado del trabajo, sino que salen de él. Sin embargo, están más preparadas que los varones, como precisa Profeta. "De cada 100 jóvenes que acaban la carrera, 60 son chicas". Pero es algo que no se refleja en los puestos directivos. "Entre las empresas cotizadas [en Bolsa], solo el 5% tiene un miembro femenino en los consejos de administración; en el Congreso y en el Senado alcanza un escaso 20% -en España es el 36% y 28% respectivamente- y de los 24 ministerios, cinco están en manos femeninas [Juventud, Turismo, Medio Ambiente, Igualdad y Educación]". Con el embarazo, el 27% de las mujeres abandona su carrera, porque ni el 13% de los bebés acude a una guardería. El Estado social delega en la familia. Trabajan las que tienen cerca a los abuelos. "El país está paralizado porque excluye a la mitad de sus ciudadanos del mundo laboral. Si se colmara la diferencia de género, el PIB italiano aumentaría un 22%", resume Delboca, experta en economía de género.

La imagen de una mujer sometida al hombre de poder, rehén de la apariencia, de valores efímeros y superficiales, ahoga a la mujer real. Las chicas que según la fiscalía se prostituían en la mansión milanesa de Il Cavaliere han zanjado a su manera las reivindicaciones de igualdad: utilizan su cuerpo en lugar que su cabeza. La otra mujer, la de carne y hueso, no se ve, aunque está en el supermercado, en el pupitre de la universidad, en la cola del cine. La política se olvida de ella, en la crónica es un fantasma, en la publicidad una quimera. Pero existe. En este culebrón de bajo presupuesto, se indigna, vuelve a formar redes, anima debates, levanta la cabeza y estira la espalda.

La mortificación de la dignidad femenina, herencia más sangrante del berlusconismo, está siendo el motor de una nueva participación colectiva. Un transversal tropel de mujeres y, también de hombres, vuelve a poner sobre la mesa la identidad de género, se empeña en proporcionar una alternativa. En los últimos meses han nacido muchos grupos. Se reúnen en teatros prestados en la noche del cierre semanal, en librerías independientes que se llenan en pocos minutos. Son mujeres que compaginan casa, trabajo y niños, que lanzan sus peticiones en blogs y en Facebook. Parecen conspiradoras, empeñadas en un proyecto de urdidores clandestinos. Pero son sencillamente ciudadanas que no se conforman.

"Nos juntamos por una común desorientación: el país ha dejado de interpretarnos y representarnos. No se nos parece en nada", cuenta Renata Pepicelli del grupo Filomena, nacido en Roma hace año y medio. "No hay políticas para la mujer y, además, se proyecta de ella una imagen unidireccional, infame. Pensamos que era necesario dar visibilidad a las mujeres reales". Las componentes de Filomena, estudiantes, profesoras, periodistas, autónomas, de distintas edades y origen político-cultural, han difundido un videomanifiesto: "Numerosas mujeres contribuyen a la historia del país y le dan un alto perfil. Cada día escriben historias de dignidad y esperanza, pero quedan en la sombra. Aquí van algunas: Rita Levi Montalcini, premio Nobel de Medicina; Tina Anselmi, política; Elsa Morante, escritora; Emily, que para cuidar de mi anciana madre ha dejado a su hija en Filipinas; María, que ha tenido que renunciar a su trabajo porque la guardería era cara...". Una larga lista de nombres, famosos y desconocidos, "para decir que existe otra cara. Hay que enseñarla a los jóvenes", dice Pepicelli.

En la Red se persiguen peticiones. La impresión es que Ruby Robacorazones representa la última gota en un vaso ya repleto. Las diputadas y votantes del Partido Democrático (principal fuerza de oposición de centro-izquierda) piden la dimisión del primer ministro. La misma apelación llega de grupos de Milán, Turín, Nápoles, Bolonia, donde el colectivo Donnepensanti ha lanzado su campaña.

La tribuna de la directora de L'Unità ha logrado ya 37.000 adhesiones. 15.000 han compartido en pocas horas el artículo de Bongiorno, diputada elegida en el partido delpremier (ahora con Fini). Algo se agrieta hasta en las sólidas filas del berlusconiano Pueblo de la Libertad. Sara Giudice, 25 años, concejal de un barrio milanés desde 2006, recolecta firmas por "una cúpula del partido más ética". El independiente El Cuerpo de las Mujeres se ha convertido en todo un fenómeno. Su autora no para de recorrer la península para debates públicos y encuentros.

"Las mujeres vigilan la salud del país", reflexiona la profesora Profeta, que fundó otro grupo, Pari o Dispare, que presiona al Gobierno para que apruebe la ley de cuotas femeninas que está en el Parlamento. Actrices y rostros del espectáculo -pero no solo- dieron vida a Di Nuovo: "En Italia no existe igualdad de género. Mientras vemos a chicas que se forran por menear sus muslos, las mujeres normales trabajan, cuidan de los niños, de los ancianos, de la casa: estamos agotadas", dice Cristina Comencini, directora de cine, guionista y escritora. Según el Istat, en Italia una mujer trabaja 80 minutos más que un hombre cada día. En España, 54.

"Los hombres también debatimos sobre el uso del cuerpo femenino. Y no para sostener a las mujeres, sino porque nos sentimos ofendidos en primera persona", dice Stefano Ciccone, fundador de Maschile Plurale (Masculino Plural), que tiene grupos en las principales ciudades y organiza talleres en las escuelas. Si la imagen de ella está pisoteada, le pasa lo mismo a la de él: forzadamente machote, homófobo, frívolo, siempre -con cualquier edad y situación sentimental- ligón y sexualmente hambriento.

El documental Sisters of Italy, en el que los periodistas suizos Lorenzo Buccella y Vito Robbiani entrevistan a 101 mujeres desde Milán hasta Bari, ejemplifica este esquema en su arranque: dos chicas de Arcore -el pueblo en las afueras de Milán donde Berlusconi tiene su mansión- cuentan haberlo encontrado un sábado por la tarde en el centro comercial. "Él se acerca, nos aprieta las manos, sonríe y exclama: 'Hola, guapas', y se va".

"¿Qué le ha pasado al hombre? ¿De veras aspira a una pareja muda? Yo sueño con una sexualidad que no se configure como relación de poder, sino como encuentro del deseo emancipado de otra persona", explica Ciccone. "La reacción moralista es lo que más me molesta", continúa. "Se dice: 'todo el mundo desea a una chica joven, de pecho generoso, que cuando la llamo viene corriendo, o, mejor, me la traen a casa los amigos, sin perder tiempo en cortejos. Somos todos como él en el fondo. Yo no hago estas cosas porque no puedo (y entonces soy un pringado) o porque soy bueno (sé controlarme)".

Ciccone parafrasea un razonamiento que circula en la televisión de media tarde, en los reportajes de calle de los diarios y en la cafetería de la vuelta de la esquina. "Nos venden ese código como resultado de libertad e inhibición, pero a mí me suena falso, impuesto, me transmite un gran sentido de soledad y tristeza. No todos los hombres buscamos una sexualidad autista. Nosotros también vivimos atrapados en un estereotipo. Yo, y centenares de miles como yo, no somos así".

Yo no soy así: un mantra, un amuleto verbal, que se repite estos días en la boca de muchos italianos. E italianas.

 
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