Sesso Denaro Potere

Il sesso del Cav è una questione politica
di Stefano Ciccone Pubblicato su "Gli Altri" 28.01.2011

Chi l’avrebbe detto che quando, come Maschile Plurale abbiamo scelto di tenere il nostro incontro nazionale sul nesso tra rapporti di prostituzione e immaginario sessuale maschile affrontavamo un tema che di lì a pochi giorni sarebbe stato al centro della politica italiana? L’uso da parte de Premier del proprio potere economico e politico per disporre liberamente di corpi femminili.

La politica, soprattutto il centro destra ma con molte eccezioni mirabili di sindaci “sceriffi” di centro sinistra, quando parla di prostituzione lo fa per alimentare campagne “d’ordine “ e xenofobe di ripristino del “decoro delle città”. Al contrario, se sei un uomo di potere che usa la cosa pubblica come propria, la polizia non ti farà la multa sulla tangenziale ma garantirà la scorta. Ma anche in questo caso, le ragazze coinvolte nel caso “Ruby” vengono invitate ad andarsene dai loro appartamenti di via Olgettina perché rappresentano un danno al “decoro” del condominio. Sei in salvo solo finché resti nell’ombra o nel cono di luce che ti associa al potente.

Ha ragione Pia Covre a denunciare la feroce ipocrisia con cui in questi giorni si calpestano le vite delle donne coinvolte. Lo stigma resta sulla prostituta, l’uomo con lei si “sputtana”, lei resta il ricettacolo della vergogna. La scissione di Berlusconi “buon padre di famiglia” nelle biografie recapitate a casa degli italiani e “puttaniere” di notte è lo specchio della scissione vissuta da 9 milioni di uomini italiani: non quella tra “puttane” e donne per bene ma tra una sessualità giocata al buio perchè inconfessabile e una nobilitata dall’amore coniugale e dalla finalità procreativa.

Sentite come suona diverso? “Gran puttaniere” è come “simpatica canaglia”, “puttana”,”troia” è una condanna senza appello, toglie ogni cittadinanza: come la Repubblica Italiana che, ridando il voto a tutti i “cittadini” ritardò un po’ a riconoscerlo anche alle prostitute.

Ma rifiutare di esprimere un giudizio morale sulle donne che scambiano rapporti sessuali in cambio di denaro o di opportunità di carriera, rifiutare di ridurle a vittime o complici deve voler dire distogliere lo sguardo, affermare l’insignificanza politica e culturale dell’uso del potere politico ed economico per disporre di corpi femminili?

C’è un’alternativa tra l’indignazione venata di moralismo e l’indifferenza che relega la sessualità (e dunque le relazioni di potere tra i sessi, le rappresentazioni di donne e uomini) all’insignificanza pubblica e politica?

Noi abbiamo detto (anche nel supplemento Queer che Gli altri ha proposto) che è necessario mettere al centro di una riflessione collettiva le forme della sessualità e l’immaginario maschile che sono alla base della domanda di prostituzione e farlo può divenire un punto di vista per rimettere in discussione l’asimmetria tra donne e uomini.

Asimmetria nel desiderio, asimmetria nel riconoscimento di soggettività e dunque nel potere. Perché potere, denaro e desiderio sono al centro non solo dei rapporti di prostituzione che si consumano nelle strade ma segnano le relazioni tra i sessi e le istituzioni di genere che regolano la nostra quotidianità. Un unico desiderio, un unico soggetto, quello maschile che esercita il potere sul mondo e sul corpo femminile essendo le donne ridotte a corpo muto, privo di un desiderio e di una sessualità autonoma. La dote (e il destino) delle donne è il corpo, la loro sessualità è sessualità di servizio, cura: quella che il premier invoca riferendosi alla sua necessità di relax dopo i propri impegni di governo.

Nella resistenza di molte e molti agli appelli di questi giorni c’è anche il sospetto che inseguano la speranza che dove non ha potuto il conflitto sociale, l’opposizione politica possa, come con l’arresto per evasione fiscale di Al Capone, una repentina ondata di indignazione, e che magari le gerarchie ecclesiastiche scarichino chi ha imposto leggi liberticide in nome della morale cattolica ora che è screditato.

Non mi convince però chi, sulla base di questo sospetto, afferma che non si tratta di una questione politica, che “ben altri” sono i motivi per cui Berlusconi dovrebbe cadere o che al massimo, il problema politico sarebbe la sua ricattabilità e dunque inabilità al governo conseguente dal continuo scandalo sessuale.

Anche questa esposizione di un uomo di governo al rischio ad andare in giro con un equivoco mediatore di favori sessuali, un giocatore d’azzardo e donne che scelgono (più o meno liberamente) di vendere prestazioni sessuali è paragonabile con gli uomini che chiedono alle prostitute di strada di fare sesso senza preservativo (quasi che la mediazione del denaro promettesse l’illusione dell’anonimato e dell’invulnerabilità, un preservativo simbolico).

No. Io credo non solo che la questione della rappresentazione dei rapporti tra i sessi e l’affermazione di modelli di genere siano pienamente politica. Ma anche che il consenso che Berlusconi continua a raccogliere non sia altro dal suo continuo richiamo a questi riferimenti. E la sua stessa aggressività misogina, le sue battute omofobe sono tutt’uno con la sua ostentazione di virilità bulimica.

Perché allora è oggi così difficile costruire non solo una riflessione ma anche un’iniziativa pubblica? Come mai non c’è una reazione? Perché, forse, quello di Berlusconi è un comportamento smodato ma tutt’altro che trasgressivo. In realtà il sogno a cui allude sembra corrispondere alla mediocrità dell’appiattimento del desiderio che propone e insegue. Quello che Christian Raimo definisce “democratizzazione del sogno erotico”.

Proprio in questa ambivalenza di “autoritarismo permissivo” o di trasgressione omologata sta la forza e la debolezza del Berlusconismo. Proporre un’idea asfittica di libertà che è “essere liberi di corrispondere a un modello tradizionale senza freni ma senza alcun margine di libertà per trasgredirlo”. Non a caso proprio il Premier delinea qual è lo spazio ristretto della propria trasgressione quando afferma che “è meglio amare (magari un po’ smodatamente) le donne che essere gay”. La trasgressione che ci propone il premier assomiglia molto a quella dell’adolescente che rutta o dice schifezze davanti alle ragazze per affermare la sua virilità sempre sotto osservazione e in attesa di conferma.

La trasgressione per gli uomini è sempre un obbligo, a patto che non metta in discussione i veri contorni della gabbia. I limiti della libertà, la trasgressione sono fissati nell’immaginario del bagaglino e di Alvaro Vitali, ma se sgarri dai canoni della virilità tradizionale la scure moralista è ferrea.

In che relazione è lo scenario di scambio soldi e potere per sesso con questo modello dominante di virilità?

Un manifesto delle donne del Partito Democratico esplicita in modo chiaro questo richiamo quando afferma che “un uomo ingovernabile e che non rispetta le donne non può governare”.
 L’esercizio della capacità di autogoverno e di autocontrollo è a fondamento dell’autorevolezza maschile nell’esercizio del governo al pari della sua vitalità sessuale come misura della sua intraprendenza politica.

Il dibattito apertosi sul rapporto del CENSIS sulla crisi di un “ordine del padre” nella nostra società rimanda a questa riflessione. Non a caso il CENSIS parla anche di crisi di desiderio e non solo di capacità di governarlo.

Tentando di agire come uomo un conflitto contro i modelli dominanti e tradizionali di mascolinità, sento sempre con un certo allarme il rischio di ritorno di una “nostalgia” per l’ordine del Padre. In cui i dirigenti politici e gli statisti avevano una dignità e un rigore. Forse, ad esempio, sarebbe utile capire quanto in quelle forme di rigore politico non ci fosse (solo) un esercizio di autodisciplinamento ma anche la percezione di essere dentro una rete di relazioni di senso, e non in quella autonomia separata della leadership che avrebbe dovuto garantire funzionalità alla politica.

E la pulsione del potere a svincolarsi dai limiti non è nuova e non è figlia necessariamente di una crisi del patriarcato. Credo sia stato significativo in questo senso che qualcuno in rete abbia richiamato il film di Pasolini “Salò o le 120 giornate di Sodoma”. L’arbitrio, l’esercizio del potere senza limiti, la rimozione dell’altra come prima rimozione. La propria libertà come assenza di relazioni significative e di limiti. Il limite rappresentato dal desiderio e lo sguardo dell’altra che non è solo a servizio, il limite in ciò che posso avere e consumare. Il Foglio, più o meno consapevolmente, ha ricordato come l’arbitrio del premier sia contiguo a un immaginario del sultano, l’harem, le 77 vergini: corpi di donne mute e disponibili. la rimozione del desiderio e della sessualità femminile. Come ci ricorda però Fatima Mernisssi l’immagine di un Harem abitato da donne mute è una proiezione dell’uomo occidentale che non corrisponde alla narratrice delle Mille e una notte.

Al sogno rattrappito di un mondo di infinita disponibilità femminile preferisco quello più concreto (e certamente che trasgredisce l’ordine dominante), di un mondo abitato dal desiderio femminile. Non corpi muti a servizio di un bulimico e autistico, ma storie, sguardi, desideri di donne con cui mettere in gioco il mio desiderio.
 Sarà più faticoso ma non dovrò passare le mie serate con Emilio Fede e Lele Mora. E questo è già qualcosa che, anche se non potrà mai confessarlo, Berlusconi mi invidia.

 

Il Padre osceno
di Alberto Leiss 28 gennaio 2011 pubblicato su http://www.donnealtri.it/

Voglio rispondere intanto brevemente all’osservazione di Anna Bravo: a uscire devastata dal Rubygate è l’immagine maschile, e nessun uomo ha sentito il bisogno di difendere la dignità del genere maschile.

Sono d’accordo sulla prima parte dell’osservazione. Berlusconi, con i suoi amici (Fede, Lele Mora, Rossella…), e tanti altri uomini di potere e di affari, stanno mettendo in scena una immagine oscena, molto avvilente e deprimente del maschile. Sono convinto, e ho cercato anche insieme ad altri e altre di argomentarlo e comunicarlo, che lo spicco spettacolare e simbolico che da qualche tempo ha assunto il ricorso alla prostituzione nei luoghi del potere è un altro segno della generale fase di crisi e tramonto delle forme tradizionali dell’autorità maschile. Qualcosa che ha molto a che fare con la crisi o la fine del patriarcato. Non per caso, intorno alla recente pessimistica analisi del Censis, si è tornati a parlare di “evaporazione del padre”.

Da questo punto di vista non condivido tanti discorsi che sento fare, a sinistra, sul potere immenso di corruzione delle coscienze di Berlusconi e del berlusconismo: ne stiamo vedendo ora tutta la pochezza grottesca, già segnalata con inesorabile concisione dalla moglie Veronica. Semmai bisognerebbe interrogarsi di più sul perché i critici del berlusconismo non riescano a mettere in campo una visione e rappresentazione diversa e più efficace della realtà italiana. Credo che ciò avvenga, in parte, perché partecipano sia pure con modalità diverse della medesima crisi di autorità (si pensi al ruolo della Chiesa: quando ha alzato qualche obiezioni critica a Berlusconi qualcuno dei suoi ha subito rinfacciato al Papa lo scandalo della pedofilia…).

Penso invece che non sia del tutto vero che nessun uomo ha sentito il bisogno di “difendere la dignità maschile”. Certo metterla proprio in questi termini è difficile: infatti non credo esista più una forma certa di questa dignità, proprio perché i mutamenti radicali nel rapporto tra i sessi provocati soprattutto dalla rivoluzione femminile hanno destrutturato identità e ruoli maschili codificati. Si tratterebbe di prenderne atto e di intraprendere una nuova costruzione del sé maschile. Senza rimuovere il fatto che i comportamenti di Berlusconi alludono a un immaginario sessuale maschile che non rappresenta certo un’eccezione.

Credo però che una qualche consapevolezza si stia allargando tra gli uomini. Alcuni maschi che hanno uno “statuto spettacolare” cercano ormai di fare un discorso critico sul maschilismo e sui suoi riflessi sulla politica e il potere. In forme naturalmente più o meno condivisibili. Da Gad Lerner a Adriano Sofri (vedi l’articolo uscito su Repubblica mercoledì 26 in risposta a Ostellino e Ferrara), fino ai duetti di Fabio Fazio con Luciana Litizzetto e a Antonio Albanese con il suo più che tempestivo Cetto Laqualunque. Gli esempi potrebbero continuare: ormai esiste con una certa ampiezza quella che si potrebbe definire una letteratura maschile “postpatriarcale”.

Da alcuni anni, inoltre, si è ritrovata in Italia – ma esperienze simili sono diffuse anche in altri paesi - una rete di uomini che si riferisce in vari modi al nome e all’associazione “maschile plurale”, che sta cercando di sviluppare un’autoriflessione critica sui modelli maschili, e che si impegna su terreni difficili, quali la presa di coscienza sulla violenza maschile contro le donne, l’interrogazione sulla diffusione della prostituzione, la ricerca di nuove pratiche politiche rispetto a quelle dei partiti, così condizionati dalla prevalenza di un ceto maschile in drammatico declino.

E’ il frutto soprattutto di scambi intensi tra uomini e donne del femminismo lungo alcuni decenni: uno scambio che forse andrebbe ulteriormente sviluppato.

Per aggiungere ulteriori considerazioni pubblico qui sotto un articolo più lungo in cui recentemente ho rielaborato altri brevi scritti su questi argomenti e, a parte, un articolo di Stefano Ciccone dal sito maschileplurale.it, che dovrebbe apparire oggi anche sul settimanale “Gli Altri”.

Il Padre osceno (*)

Per Marx nel moderno la soddisfazione è solo volgare – Nel “laboratorio” trash italiano: la prostituzione nel potere metafora del declino dell’autorità maschile – Un seminario sull’”oscuro soggetto del desiderio” svolto da Maschileplurale – Il dibattito aperto dal Censis e sviluppato sul “manifesto”: il “discorso del capitalista” e l’”evaporazione del padre”- Un conto aperto dal ’68 per gli uomini di sinistra.

(*) Questo testo, pubblicato sul n.6 – 2010 di “Critica marxista” con il titolo “Politica senza desiderio” , riprende e amplia un articolo per la rivista Leggendaria n.85/2011.

E con labbra di zinco, quale tenerezza mai sarà possibile? E se ai poveri si offrono torte di marmellata di bulloni, chi non si vanterà di essere ricco?
Henry Michaux

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Riascoltiamo Marx, quando in quel “testo dentro il testo” che, all’interno dei “Grundrisse”, si sofferma sulle forme di produzione precapitalistiche. Da un lato fornisce alcune definizioni di “ricchezza” come il “dispiegarsi assoluto delle capacità creative” dell’uomo, certo storicamente determinate, ma in quanto “sviluppo di tutte le forze umane in quanto tali, non misurate da un metro già dato”, e, ancora, una condizione nella quale “l’uomo non si riproduce entro una qualche determinatezza, ma produce la propria totalità”, dove “non tenta di restare qualcosa di divenuto, ma è nel movimento assoluto del divenire”.

Dall’altro lato Marx paragona il mondo precapitalistico, in cui comunque l’uomo restava il fine della produzione, a quello moderno, dove questo rapporto appare invertito: “Nell’economia politica borghese – e nell’epoca della produzione ad essa corrispondente – questo completo dispiegarsi dell’interiorità dell’uomo si manifesta come un assoluto svuotamento, questo universale oggettivarsi si manifesta come un’estraneazione totale, e la soppressione di tutti i fini unilaterali determinati si manifesta come il più grande sacrificio del fine autonomo a vantaggio di un fine completamente esterno. Per questa ragione, da una parte, il puerile mondo antico appare come un che di più elevato; e, dall’altra, esso lo è ogni qualvolta si tenti di rinvenire un’immagine compiuta , una forma e una delimitazione posta. Esso è soddisfazione da un punto di vista limitato; mentre il mondo moderno lascia insoddisfatti, oppure, dove esso risulta soddisfatto di sé, è volgare”.(1)

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Gemein ist. “Ciarpame senza pudore, tutto in nome del potere”, Veronica dixit. Sembra in effetti che il panorama italiano sia quello in cui più platealmente e spettacolarmente si dimostra vera la “volgarità” di chi oggi si dichiara soddisfatto. Una certa soddisfazione della sessualità maschile per mezzo della prostituzione ha finito per assumere una particolare valenza simbolica, in un contesto in cui domina il trash. La notizia più recente, mentre scrivo, proveniente dal mondo politico - giornalistico italico, è la nuova intervista (falsa? vera? comunque rappresentativa di uno “standard linguistico” ormai canonizzato) di una signorina che si presenta come escort e che dice di aver avuto rapporti con Gianfranco Fini. Nel contesto c’è anche l’ipotesi-minaccia di un falso attentato al presidente della Camera. Lui nega e querela.

Ha osservato la direttrice del “Secolo d’Italia”, Flavia Perina: «una volta nei passaggi politici più delicati scoppiavano le bombe, oppure venivano rapiti gli statisti, oggi si videoregistrano non meglio identificate escort: il salto di qualità democratico è evidente. Niente vittime, niente sangue, niente dispendiose operazioni di depistaggio, rischi penali bassissimi: l'effetto è lo stesso, ma tutto è molto più pulito, economico, light. E se era difficile giustificare la liceità costituzionale di una P38 o di un timer ora si può dire con leggerezza commentando la nuova offensiva di Libero e del Giornale: è libertà di stampa, perché vi offendete?».

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Alcuni stralci da un’intervista data da Lucia (alias “Rachele”), la escort che dice di essere andata con Fini, pubblicata dal sito di Reggio Emilia “4 minuti.it”, oggetto della querela da parte del presidente della Camera:

Ma faceva già la escort quando è venuta a Reggio?
No. L’ho deciso una volta arrivata qua. Mi sono messa a tavolino e mi sono chiesta che cosa potevo fare per fare qualche soldo.
Che cosa l’ha spinta a dire quelle cose su Fini?
Sono una persona di sani principi e di morale, che mantiene quello che promette.
E quindi?
Quindi Fini mi aveva fatto delle promesse.
Che tipo di promesse?
Che si sarebbe interessato per farmi entrare al Grande Fratello, cose così.
Che tipo di clientela ha? E’ prevalentemente reggiana?
No, molti vengono da fuori.
Che tipo di persone sono?
Professionisti.
Le piacciono le vele di Calatrava?
Certo, sono la cosa più bella di Reggio.
Prima parlava di morale. E’ morale fare la prostituta?
E’ secondo lei è morale tradire la moglie per andare a prostitute?

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Forse un uomo è considerabile come sempre “ricattabile” quanto al suo avere a che fare con la prostituzione. Quando Berlusconi ha detto “non sono un santo”, ha in un certo senso “sdoganato” una parte considerevole, e del tutto “normale”, del genere maschile. La destra italiana è forte perché da una rappresentazione spettacolare amplissima del modo di essere “popolare” – non a caso si è letto che il Cavaliere pensi ora di ribattezzare il suo partito così: “Popolari”, in un’accezione evidentemente molto distante da quella del povero Don Sturzo. Qui si va dal bigottismo familistico più integralista al libertinismo da night-club e da club-privé.

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La prostituzione diventa – forse in parte lo è sempre stata – uno specchio centrale per l’immagine delle nostre vite. Nella tratta di donne straniere si concentra il massimo di violenza, e il massimo di radicalità nell’incontro-scontro con l’altro, con l’altro di sesso diverso. I Comuni emettono ordinanze che puniscono clienti e prostitute per difendere “decoro” e “ordine pubblico”. Ma la clientela è indecorosamente e disordinatamente larga, e non si lascia troppo demotivare dagli agguati del vigile urbano.

Nel protagonismo delle “escort” nelle avventure del ceto politico-affaristico, balzate per mesi e mesi all’”onore delle cronache”, si riflette l’abisso in cui è caduta l’autorità maschile. Una faccenda, questa, che riguarda i luoghi del potere politico, ma anche altre istituzioni che dovrebbero svolgere una funzione “ordinatrice” della vita della società: dalla Chiesa, all’università, al mondo dei media.

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All’inizio di ottobre 2010 una trentina di uomini, per iniziativa dell’associazione “maschile plurale”, si sono riuniti per due giorni a Torino, col proposito di aprire uno scandaglio su “quell’oscuro soggetto del desiderio” rappresentato “dall’immaginario maschile nella domanda di prostituzione”. Resoconti più ampi sono reperibili nei siti www.maschileplurale.it e www.donnealtri.it . Cito le idee che mi sono rimaste più impresse.

Bisogna presupporre una sostanziale continuità tra l’esperienza sessuale degli uomini, clienti effettivi o potenziali che siano. 
Tanto più che, come ha insistito in quel confronto Claudio Magnabosco, da anni impegnato con Isoke Aikpitanyi nell’attività dell’associazione “Le ragazze di Benin City”, nella lotta contro la tratta è decisiva proprio l’azione di clienti che solidarizzano con le giovani sfruttate che hanno conosciuto sulla strada. Un fenomeno che negli anni scorsi ha coinvolto migliaia di maschi in tutta Italia. Non senza contraddizioni significative: infatti il passo da cliente a innamorato, a marito protettivo e poi forse a “protettore” può essere breve.

Il denaro nella relazione sessuale – è stato osservato da molti - ha il ruolo di un “preservativo” rispetto al “rischio” di una vera intimità, di una messa in gioco nello scambio tra persone. Il denaro è anche medium di una complessa relazione di potere. C’è il dominio dell’acquirente maschio, ma anche la “malinconia” di una sessualità maschile incapace di riconoscere la possibile ricchezza del proprio desiderio. 
Naturalmente sono stati fatti fondamentali distinguo: gli uomini devono essere consapevoli che possono incontrare giovani minorenni e donne schiavizzate. Nessuna giustificazione per una rimozione di questo terribile aspetto della questione. D’altra parte esiste anche il caso di prostitute che scelgono “liberamente” questo tipo di rapporti, e altrettanto “libera” può essere considerata la scelta maschile di comprare un rapporto sessuale. Un tipo di relazioni analizzate acutamente da Roberta Tatafiore (2). Non può esserci “moralismo” – è stato però affermato, per esempio da Stefano Ciccone – “ma nemmeno indifferenza per la mercificazione”. La sessualità è un terreno per la “critica e il conflitto politico”.

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L’incontro è stato preceduto e seguito da riunioni di diversi gruppi in varie città. Partecipando a queste discussioni ho pensato che la diffusione – documentata in tante esperienze, testi, filmati ecc. – di relazioni basate sul meretricio e la loro estrema varietà (dalla velocità e indifferenza estrema nell’atto sessuale, alle perversioni, all’apertura di una relazione di scambio anche affettiva, in cui in genere la donna prostituta – o la trans – assume un ruolo di confidente e consolatrice) ci parla anche della “verità” che introduce nel rapporto lo scambio in denaro, con meccanica facilità e immediatezza. E’ un punto di partenza molto chiaro, sul quale poi è possibile la costruzione di relazioni assai diverse, in cui può anche venire in gioco un di più del desiderio e del carattere, magari normalmente rimosso o represso. Si potrebbe persino azzardare una certa contiguità col modello della relazione analitica.

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Questo ci riporta alla forza della mercificazione e del mercato capitalistico, anche se siamo di fronte a un patto “antico come il mondo”. Le stesse cose, come sempre, ritornano, ma - senza esagerare con gli storicismi - si presentano in modalità anche profondamente diverse. A Parigi, nei decenni che precedono il 1789, c’è una vera esplosione di canzonette, libelli, cartigli, pettegolezzi orali che si diffondono grazie a un capillare sistema mediatico e che prendono di mira i costumi dissoluti della corte. Protagoniste alcune favorite del re, come la Pompadour e la contessa du Barry, la cui origine sociale oggi potrebbe agevolmente rientrare nella categoria “escort”.
 Secondo lo storico americano Robert Darnton la moltiplicazione di questi “gossip mediatici” – da lui ricostruiti soprattutto grazie agli archivi della polizia (le intercettazioni dell’epoca) – ha contribuito al crollo della monarchia non meno delle rivendicazioni politiche e economiche del “terzo stato” (3)

E’ opportuno che gli scandali avvengano.
 Ci parlano delle modalità secondo le quali una certa autorità viene meno.

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Non è un caso che nell’Italia del “bunga bunga” si apra improvvisamente, per sollecitazione del Censis, un tentativo di intepretazione della società nazionale basata su concetti psicanalitici, come l’assenza della “legge” e del “desiderio”, o l’ “evaporazione del padre” di freudiana e lacaniana memoria, per spiegare una condizione in cui la “caduta dei desideri”, appunto, e la mancanza di una tensione creatrice con i valori della norma, porta “al primato del godimento e dell’edonismo di massa, alla serialità dei comportamenti, alla rassegnazione per la loro eterodirezione, al presentismo euforico, al rifiuto del tempo lungo e dell’accumulazione, all’eccessivo peso del mondo esterno rispetto alla coltivazione dei mondi interni. L’individualismo atomizzato cresce e si corrompe in un pericoloso vuoto sociale”(4)

Sul “manifesto” si è sviluppata una discussione interessante, a cui hanno partecipato Ida Dominijanni, Giuseppe De Rita, Massimo Recalcati e altri. C’è l’idea di “perversione” che incarna la vicenda berlusconiana: “Con questo termine – ha scritto Recalcati – non ci si riferisce a quanto avviene sotto le lenzuola, ma all’attitudine a subordinare ogni cosa (la verità, i legami sociali, gli affetti più intimi, gli interessi generali di una comunità) al proprio godimento personale, vissuto come un imperativo incoercibile”. C’è l’avvertenza – sviluppata da Dominijanni – sul fatto che non può funzionare quella sorta di “appello civile” sollecitato da De Rita perché ritorni un desiderio capace di dare ordine e nuova vitalità a una società che vive il cambiamento con angoscia, anomia, se gli uomini – e le donne – non saranno capaci di riconoscere la forza di questo desiderio là dove già si manifesta, a cominciare dalla rivoluzione di pratica e di pensiero prodotta proprio dalle donne e dal femminismo. Da questo punto di vista ho trovato assai singolare che, nonostante la sollecitazione di Dominijanni, nel confronto proseguito tra Recalcati e De Rita (5) molto si invochi il “ritorno” di una qualche funzione “desiderante” e “ordinatrice” da parte di una perduta autorità paterna senza nominare mai ciò che è stato e viene pensato e agito, su questo terreno, da madri, figlie e sorelle (6).

Del resto poco si trova – da questo punto di vista – anche nel libro di Recalcati che è un po’ la “fonte” primaria di questo dibattito e della stessa analisi contenuta nell’ultimo rapporto Censis, “L’uomo senza inconscio” (7). Ci sono invece spunti molto interessanti, laddove si riattualizzano le definizioni di Lacan sul “discorso del capitalista” che, rovesciando le classiche tesi weberiane, colgono nel modo di produrre e consumare contemporaneo e nel regime linguistico simbolico che lo informa – l’analisi risale al 1972 – una tendenza che “esalta a senso unico la spinta del godimento contro ogni forma di legame”. Una tendenza anche profondamente autodistruttiva, osserva Lacan quasi presagendo le dimensioni della crisi attuale, prodotta dalla ricerca compulsiva del massimo e immediato guadagno finanziario, e dalla catastrofe dei beni acquistati indebitandosi spropositatamente.

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Mi era capitato di scrivere, per la verità prima che uscisse il rapporto Censis , che nella situazione italiana una ridefinizione del desiderio maschile e delle sue rappresentazioni simboliche sembra ormai essere una sorta di emergenza, di priorità politica e civile (8). Per noi uomini partire dalla situazione estrema, ma così normale, della prostituzione, è forse un buon esercizio per non rimuovere l’indispensabile radicalità del compito Un punto di partenza, per ripercorrere poi finalmente una genealogia del desiderio maschile e del suo rapporto con ciò che definiamo – sempre più incerti e angosciati – “politica”. Penso che si tratti, soprattutto per chi sta nella tradizione della sinistra, di un conto tuttora aperto con qualcosa che è accaduto ( o meglio, che non è accaduto) a ridosso del 1968 - fantasma sempre presente - quando per un attimo sembrò che la spinta del desiderio – di un “desiderio dissidente”, per dirla con Elvio Fachinelli (9) – prevalesse sulla logica dei “bisogni” e di una concezione già storicamente fallita del rapporto tra “masse”, “classe” e progetto politico. Un cammino da ripercorrere anche se si vuole contribuire davvero alla ricerca di “quel che resta del padre”, al di là della fantasmagoria oscena che sempre più spesso ce ne offre il Potere.

NOTE

  1. Karl Marx, Forme di produzione precapitalistiche, a cura di Diego Fusaro, Bompiani 2009.
  2. Tra gli scritti di Roberta Tatafiore, ricordo Sesso al lavoro, Il Saggiatore, 1994
  3. Robert Darnton, L’età dell’informazione. Una guida non convenzionale al Settecento, Adelphi 2007
  4. Rapporto Censis 2010, Considerazioni generali
  5. Ecco le date di uscita sul “manifesto” degli interventi qui presi in considerazione: Ida Dominijanni (4-12- 10), Massimo Recalcati (7-12), Giuseppe De Rita (8 - 12), Ida Dominijanni (12 - 12); Giseppe De Rita e Massimo Recalcati (4 – 01 -11); Chiara Zamboni (7 – 01 – 11)
  6. Sarebbe opportuna, tra l’altro, una rilettura dell’Appendice (oltre che del testo, naturalmente) che Luisa Muraro ha scritto all’edizione 2006 (Editori Riuniti) del suo L’ordine simbolico della madre, dove si riflette sul posto della madre e del padre nel simbolico.
  7. Massimo Recalcati, L’uomo senza inconscio. Figure della nuova clinica psicanalitica, Raffaello Cortina Editore, 2010
  8. Tra l’altro nell’intervento intitolato “Oportet”, pubblicato nel sito della rivista Alfabeta2 (www.alfabeta2.it)
  9. Elvio Fachinelli, Il bambino dalle uova d'oro, Adelphi, 2010. Si veda anche l’articolo di Lea Melandri, "L'altra sinistra di Elvio Fachinelli", su Alfabeta2, n.5
 

Il silenzio dei padri per le notti di Arcore
di Claudio Fava - pubblicato il 24 gennaio 2011

Non solo il cavaliere, non solo le ragazzine, non solo le maitresse e gli adulatori, non solo gli amici travestiti da maggiordomi, le procacciatrici di sesso, i dischi di Apicella e la lap dance in cantina: in questa storia da basso impero ci sono anche i padri. E sono l’evocazione più sfrontata, più malinconica di cosa sia rimasto dell’Italia ai tempi di Berlusconi. I padri che amministrano le figlie, che le introducono alla corte del drago, le istruiscono, le accompagnano all’imbocco della notte. I padri che chiedono meticoloso conto e ragione delle loro performance, che si lagnano perché la nomination del Berlusca le ha escluse, che chiedono a quelle loro figlie di non sfigurare, di impegnarsi di più a letto, di meritarsi i favori del vecchio sultano. I padri un po’ prosseneti, un po’ procuratori che smanacciano la vita di quelle ragazze come se fossero biglietti della lotteria e si aggrappano alle fregole del capo del governo come si farebbe con la leva di una slot machine… Insomma questi padri ci sono, esistono, li abbiamo sentiti sospirare in attesa del verdetto, abbiamo letto nei verbali delle intercettazioni i loro pensieri, li abbiamo sentiti ragionare di arricchimenti e di case e di esistenze cambiate in cambio di una sveltina delle loro figlie con un uomo di settantaquattro anni: sono loro, più del drago, più delle sue ancelle, i veri sconfitti di questa storia. Perché con loro, con i padri, viene meno l’ultimo tassello di italianissima normalità, con loro tutto assume definitivamente un prezzo, una convenienza, un’opportunità.

Ecco perché accanto ai dieci milioni di firme contro Berlusconi andrebbero raccolti altri dieci milioni di firme contro noi italiani. Quelle notti ad Arcore sono lo specchio del paese. Di ragazzine invecchiate in fretta e di padri ottusi e contenti. Convinti che per le loro figlie, grande fratello o grande bordello, l’importante sia essere scelte, essere annusate, essere comprate. Dici: colpa della periferia, della televisione, della povertà che pesa come un cilicio, della ricchezza di pochi che offende come uno sputo e autorizza pensieri impuri. Balle. Bernardo Viola, voi non vi ricordate chi sia stato. Ve lo racconto io. Era il padre di Franca Viola, la ragazzina di diciassette anni di Alcamo che, a metà degli anni sessanta, fu rapita per ordine del suo corteggiatore respinto, tenuta prigioniera per una settimana in un casolare di campagna e a lungo violentata. Era un preludio alle nozze, nell’Italia e nel codice penale di quei tempi. Se ti piaceva una ragazza, e tu a quella ragazza non piacevi, avevi due strade: o ti rassegnavi o te la prendevi. La sequestravi, la stupravi, la sposavi. Secondo le leggi dell’epoca, il matrimonio sanava ogni reato: era l’amore che trionfava, era il senso buono della famiglia e pazienza se per arrivarci dovevi passare sul corpo e sulla dignità di una donna.

A Franca Viola fu riservato lo stesso trattamento. Lui, Filippo Melodia, un picciotto di paese, ricco e figlio di gente dal cognome pesante, aveva offerto in dote a Franca la spider, la terra e il rispetto degli amici. Tutto quello che una ragazza di paese poteva desiderare da un uomo e da un matrimonio nella Sicilia degli anni sessanta. E quando Franca gli disse di no, lui se l’andò a prendere, com’era costume dei tempi. Solo che Franca gli disse di no anche dopo, glielo disse quando fece arrestare lui e i suoi amici, glielo urlò il giorno della sentenza, quando Filippo si sentì condannare a dodici anni di galera.

Il costume morale e sessuale dell’Italia cominciò a cambiare quel giorno, cambiò anche il codice penale, venne cancellato il diritto di rapire e violentare all’ombra di un matrimonio riparatore. Fu per il coraggio di quella ragazzina siciliana. E per suo padre: Bernardo, appunto. Un contadino semianalfabeta, cresciuto a pane e fame zappando la terra degli altri. Gli tagliarono gli alberi, gli ammazzarono le bestie, gli tolsero il lavoro: convinci tua figlia a sposarsi, gli fecero sapere. E lui invece la convinse a tener duro, a denunziare, a pretendere il rispetto della verità. Tu gli metti una mano e io gliene metto altre cento, disse Bernardo a sua figlia Franca. Atto d’amore, più che di coraggio. Era povero, Bernardo, più povero dei padri di alcune squinzie di Arcore, quelli che s’informano se le loro figlie sono state prescelte per il letto del drago. Ma forse era solo un’altra Italia.

 

 

Quelle prostitute di palazzo Grazioli
- il manifesto 21 gennaio 2011

Nel gennaio del 2002 Berlusconi fece un gesto che suscitò un piccolo strascico di polemiche: regalò due buste con cinquemila euro ciascuna a due "schiave del sesso", una ventenne bulgara e una minorenne albanese, a palazzo Grazioli. Lo fece alla luce del sole, davanti a don Oreste Benzi, sacerdote da sempre in prima fila, come si dice, nella lotta alla prostituzione. Tutto il racconto della storia da parte delle due ragazze, rapite a 14 anni dalle famiglie d'origine, commosse fino al pianto Berlusconi.

Che nell'occasione volle anche rilasciare qualche dichiarazione in merito al gesto - un atto simbolico che voleva smorzare la sua uscita di qualche giorno prima nella quale si era dichiarato infastidito per la presenza di donne poco vestite sul ciglio delle strade italiane e aveva buttato lì una fantomatica ipotesi di riapertura delle case chiuse. Don Oreste premeva per un decreto legge che fosse punitivo nei confronti dei clienti e ottenne l'interesse di Berlusconi: «Lo Stato non può essere connivente con la prostituzione, non può mantenere l'appetito sessuale di dieci milioni di clienti».

La domanda che uno storico ingenuo potrebbe farsi è: cosa è successo in questi nove anni? Perché Berlusconi oggi non farebbe più un gesto del genere per riscuotere consenso? Sì, è vero, non sarebbe credibile, non potrebbe sicuramente farlo per questo. Ma. Proviamo a articolare meglio la questione: perché in questo decennio ha deciso di trasformare l'immagine di un vecchio saggio che protegge le ragazzine in uno che in fondo se la diverte?

Il punto forse è che Berlusconi non è cambiato, ma è cambiato il paese intorno al suo palazzo. Che un vecchio di settantacinque anni faccia sesso con una diciassettenne oggi, chiediamoci, è realmente per noi così scandaloso? È una cosa di cui nessuno di noi potrebbe tollerare il pensiero? È un'immagine che ci repelle dal profondo come quella di un tabù?

Alcuni altri dati ci raccontano un contesto sociale diverso. Ci raccontano un'Italia in cui il consumo di Viagra (uno solo dei farmaci sessuali) in questo stesso decennio è stato di 60 milioni e passa di pillole (solo in farmacia, senza l'on-line) e ha coinvolto all'incirca 300mila uomini la cui età media è 54 anni. Un'Italia in cui i siti di annunci personali hanno vari milioni di iscritti (meetic.it, il più diffuso, 2 milioni e 800mila) e quelli di annunci erotici li seguono a ruota (C-date un milione e 600mila registrazioni, Get-it-One un milione e duecentomila, Flirtfair 800mila, AdultFriendFinder un milione e 400 mila). Un'Italia in cui per esempio le scopate tra over-50 e teen-ager rispondono a categorie del porno ben precise: mature e MILF, e young/old e teen, il cui target acquista sempre più spazio - a chiunque di noi basta cliccare su google.
In questo senso quello del bunga-bunga è un rito orgiastico che - con tutta la nostra capacità di giustissima indignazione - possiamo, in definitiva, metabolizzare. La commedia scollacciata con Renzo Montagnani che insidia Gloria Guida si è tramutata in un filmato hardcore amatoriale: ecco, in questi dieci anni quello che è accaduto è che lo spettacolino delle ragazzine che neanche sanno parlare italiano, vestite da infermiere senza niente sotto non è più inimmaginabile. È diventato per noi immaginabile. È la democratizzazione di un sogno erotico: travestimenti, spogliarello, palpate. Questo Berlusconi lo sa. Sa per esempio che ognuno dei suoi telespettatori (a partire da quelli che guardavano Colpo grosso nella loro adolescenza a quelli che hanno aspettato ogni sera Sarabanda ogni sera, verso le otto, fino al momento della "Piscina" in cui Belen si spoglia, viene inquadrata da una telecamera ad altezza culo, e poi si butta in acqua) è capace di riconoscersi in questo rito.

Così, è sostanzialmente questo il cuore della sua linea di difesa. Il suo comportamento ci dice in fondo: Sono un pervertito, sono uno che dice ogni due minuti una verità diversa, sono uno psicotico, sono un dissociato, sono un malato. Ma perché, voi no?

La doppia morale che aveva ereditato dalla Prima Repubblica e che lo portava a accogliere a palazzo don Oreste Benzi con gli occhi lucidi, oggi si è frantumata in un prisma infinito di morali intercambiabili: nel giorno stesso Berlusconi può dire di avere una fidanzata e i giornali dietro che creano un dibattito apposta sul toto-fidanzata, può fare il pater familias con la stirpe di rampolli e rampollini riuniti a Arcore per la foto di Natale su Chi, può alla fine confessare candidamente «Mi diverto». Alla faccia vostra.
L'uomo sotto attacco ancora una volta non è lui. Non è lui quello a disagio. Ma coloro che avevano pensato che accettare l'invito nel suo mondo di fantasmagorie e mille morali, fosse un modo per accedere a Neverland senza per questo ritrovarsi trasformati in una nazione di voyeur compulsivi in attesa del prossimo spogliarello. Il disagio è il nostro. È il malessere dell'amica dell'università di Nicole Minetti, quella che studia, la signorina "doppia laurea" a cui era stato promesso di vedere «di ogni» e finisce col passare la serata in bagno, autoisolatasi per il disagio.

La sola libertà che abbiamo esercitato fin adesso è quella di rispondere - alla domanda che ci viene posta alla fine della festa, «Ti sei divertita?» - un diniego imbarazzato per il fatto che non stiamo omaggiando il padrone di casa e le sue abitudini di crapulone: «Non molto».
Non molto. Non è un granché come opposizione, ma è l'unico punto di partenza perché il nostro paese decida di passare il futuro in qualche altro modo.

 

 
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