Gen 2012 "Identità maschile... Non so!"
di Ivan Cavicchi
già pubblicato su zeroviolenzadonne

Dovrei scrivere sull’identità maschile… ma come faccio a parlarne senza riflettere sulla mia ammesso di averne una definibile discernibile e connotabile? Gli esseri maschili ontologicamente parlando non sono esattamente degli uomini. Gli uomini sono delle strane creature, sono più complessi

cioè essere maschili con in più delle sovrastrutture culturali organizzate in varie forme di potere ma che spesso incomprensibilmente si esprimono come se appartenessero solo ad esseri sessuati facendo coincidere il potere con la propria genitalità.

Non so... di quale identità parlare... quella degli esseri maschili o quella degli uomini. Non so se oltre ad essere un essere maschile sono anche un uomo. Presumo di essere entrambi ma non  posso negare che i loro rapporti soprattutto negli ultimi trent’anni non sono stati facili. Mi trovo a disagio come un mio amico che avendo una lunga barba, una volta gli fu chiesto dove la mettesse, andando a dormire, se sopra o se sotto le coperte. Come io non ho mai pensato alla mia identità maschile lui non aveva mai pensato a dove mettere la barba. Così divenne insonne e per disperazione se la tagliò. Come lui anch’io, lo confesso, ho smaniato parecchio cercando dentro di me e fuori di me questa fantomatica identità maschile e oscillando tra uomo e essere maschile, ho trovato a dir il vero una grande confusione.

Secondo la logica della differenza di genere dovrei supporla ambivalente cioè simile a quella di altri esseri maschili e degli altri uomini e diversa a quella di altri esseri femminili e delle altre donne, e quindi speculare. La mia identità è così? In realtà non credo, forse era così per mio padre e per mio nonno, adesso è tutto molto più complicato. Oggi questo abbinamento tra identità maschile e ruoli sociali è molto più instabile e dinamico di ieri e, in cuor mio, nel bene e nel male non mi sento né di fruire di una identità di genere così inequivocabilmente maschile e né di essere così inequivocabilmente diverso da altri esseri femminili.

Oggi, io parlo per me, maschile e femminile restano aggettivi tutto sommato limitati a certe caratteristiche mentre gli uomini e le donne, come ho già detto, tendono ad essere realtà più complesse che si estendono ben oltre le loro supposte identità. Oggi il maschile resta un termine significativo nella discendenza paterna, in certi adunanze fatte da soli uomini, da certi luoghi ad essi riservati, a certo abbigliamento tipico, a certe tipicità somatiche e psicologiche, ma  per il resto, almeno nel mio caso, esso si specifica di volta in volta nelle sue relazioni soprattutto con il femminile sapendo che il femminile è complesso e variegato forse più del maschile.

Ma ammesso di avere una identità maschile cosa di essa mi renderebbe simile agli altri esseri maschili e agli altri uomini a parte il mio genitale? Se la differenza di genere è una sovrastruttura ideologica discriminante, la mia identità maschile dovrebbe essere il prodotto di tale sovrastruttura, che giusto per darle un nome potrei chiamare in contrapposizione a femminismo,  maschilismo, intendendolo come un persistente comportamento sociale adottato in genere da tutti gli uomini con la mia stessa identità. Ma anche questo non mi convince del tutto. Sono uno che collocherei per ragioni anagrafiche nella postmodernità, e che ha voluto, non dovuto, ricontestualizzare la sua eredità maschilista, nelle battaglie per l’emancipazione, per i diritti, per la lotta di classe, con le lotte sindacali, con il ripensamento, la riflessione filosofica, certe scelte di vita.

Oggi come oggi lo confesso, questo vecchio maschilismo ereditato in me lo sento certamente indebolito invariante e mutevole allo stesso tempo, come se fosse sopravvissuto ai ripensamenti difficili, vissuti più con la testa che con la pancia, imparando a mediare, incivilendosi quel tanto che basta  diventando se possibile più amabile. Se per Gramsci il maschilismo può essere paragonato in un certo senso al dominio di classe, nel mio caso è un dominio che comunque nella mia esperienza ha dato di meno di quello che ho avuto con ben altri tipi di relazioni sociali. Quindi non ho rimpianti e non penso di aver perso un’eredità. Ma il mio maschilismo edulcorato comunque non mi sembra da solo onestamente capace di definire la mia supposta identità maschile. Anzi proprio perchè oggetto continuo di ripensamenti per certi versi me l’ha incasinata costringendomi a ridefinirla in tanti modi. Il risultato è che oggi non ho proprio chiaro, a parte certe ovvietà, come si debba comportare un essere maschile.

Mi è più chiaro come si dovrebbe comportare un essere civile. Se la mia identità è il mio essere me stesso, non so bene cosa voglia dire per un uomo essere se stessi a parte certe abitudini, certe continuità, certe invarianze e abiti mentali? Cosa vuol dire essere se stesso? Fare i lavori pesanti? Ragionare in modo freddo e razionale? Pagare il conto al ristorante? Correre dietro alle donne? Essere onesto? Avere disprezzo del pericolo?

Nella mia originaria cultura contadina essere maschile significava comandare le donne, adempiere alle funzioni riproduttive, arare i campi, falciare il grano, andare all’osteria a giocare a carte, fare il soldato, portare il cappello e fumare il sigaro ecc. Ma oggi che sono un moderato maschilista postmoderno sinceramente non ho proprio chiaro cosa voglia dire essere maschile. Potrei provare  a definire la mia identità maschile cercando di connotarla con quella che in tanti chiamano identità personale e collettiva, vale a dire ricavarla dalla mia collocazione sociale, dalla mia  tradizione di riferimento, dal mio contesto di vita. Ma proprio in ragione di tali identità situate, quel misterioso predicato “maschile” in me diventa sempre più misterioso e problematico.

La post modernità vuol dire ripensamento. Eppoi la mia presunta identità maschile per ragioni di lavoro, di impegno politico e di interessi personali ha attraversato tanti contesti e tante comunità tra loro diversissime. Per cui dubito che io possa dedurre linearmente la mia identità  da un certo contesto sociale.

Ma c’ è un dubbio del quale non riesco a venire a capo. Se l’identità è quella che dice Ricoeur cioè autocomprensione del se in relazione con... non ho ancora capito se la mia identità oggi è meno maschile, nel senso di essere meno tradizionalmente maschile, o più maschile nel senso di essere predicata, rispetto al passato, in tanti modi e forme diverse. La mia sensazione è che  ormai il predicato maschile dentro di me si sia come frammentato, moltiplicato fino a far coesistere non senza contraddizioni più “se maschili”.

Non ne sono sicuro ma a naso mi pare che l’autocomprensione del mio se maschile non sia altro che la comprensione dei miei rapporti con le tante forme di maschile in questa post-modernità in relazione con le tante forme di femminile che ho incontrato. Quindi è una autocomprensione non priva di contraddizioni. Appartengo ad una generazione per la quale l’impegno politico ha costituito un importante fattore identitario, ma se proprio devo essere sincero ricordo che le lotte per la parità dei sessi, per l’emancipazione delle donne, per l’interruzione volontaria della gravidanza, per i consultori, avvenivano in contesti come il sindacato, il partito, il movimento, dove il maschile, compreso il mio, era declinato nelle sue forme più arcaiche.

Insomma il dubbio che ho è che l’identità cosiddetta maschile non è la “scatola nera” che si crede, ma è una pluralità molteplice che si moltiplica in tante manifestazioni diverse soprattutto perchè, per fortuna, anche il femminile non è una scatola nera. Oggi per me spiegare ciò che sono è difficile perché ciò che sono dipende dai tanti esseri che sono stato e dai tanti esseri che ho incontrato e dai tanti esseri che spero di diventare incontrando altri esseri nei tanti mondi a molti mondi che vivo e spero di vivere.

Ma questa difficoltà a spiegare non mi sgomenta per niente, anzi mi da un grande senso di libertà. E’ vero sono confuso e incasinato ma non mi passa per la testa l’idea che io possa risolvere i miei problemi con una non meglio definita identità maschile. In più so che in nome dell’identità si fanno tante nefandezze, tante violenze, persino delle guerre, so che attraverso di essa si giustificano delle discriminazioni… e questo non mi piace.

Eppoi, magari mi sbaglio, ma dentro di me sento che sia nel maschile che nel femminile sussistono principi interni di distinzione, come li chiamava Leibniz, che ci appartengono e ci specificano, cioè sento che pur appartenendo sommariamente a qualche genere, vi sono delle differenze che ci rendono individuali quindi non facilmente assimilabili ad una identità di genere. Per questo mi viene meglio parlare più che di identità, di autenticità, intendendo l’autentico come qualcosa di profondo rispetto a ciò che è superficiale e come qualcosa di duraturo rispetto a ciò che è effimero.

In tal caso dovrei capire cosa di maschile sia profondo e cosa sia duraturo ora. L’autenticità per me è un divenire continuo quindi non un concetto assoluto ma relativo. L’autenticità dura e diventa… allora che cosa è così profondo da essere ancora immanente e attuale e che cosa è così duraturo da essere ancora presente?

Nel tempo che passa, me lo chiedo spesso, quando penso alle mie idee, ai miei sogni, ma anche  alla mia sessualità, ai modi di amare, al mondo del desiderio, alla ricerca inesausta del pensiero. Ma l’unica risposta che mi pare sensata va ben oltre gli orizzonti chiusi dell’identità ed è il mio sé in relazione con degli altri se contando sul fatto che saranno le relazioni con il mondo a decidere cosa io dovrò essere e diventare.

 

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