Per una sana lettura fondamentalista del Vangelo
di Beppe Pavan, pubblicato su Uomini in Cammino n° 1 - 2011



Quante volte abbiamo ascoltato, letto, meditato, discusso e pregato sul capitolo 5 del Vangelo di Matteo! [Non lo trascrivo per ovvi motivi di spazio. E’ quello delle “beatitudini”] Ricco, denso, stimolante... e problematico. Nella mia esperienza di credente riconosco che la problematicità, di questo come di altri brani evangelici, emerge solo grazie allo studio comunitario, collettivo, di gruppo. Chi predica dall’alto della propria cattedra, per quanto modesta e povera sia – perché solo a quello è stato formato -, ci potrà offrire un sacco di informazioni e di suggestioni coerenti e nuove, rispetto alla catechesi “legalista” di farisaica tradizione, ma difficilmente aprirà un capitolo intitolato “il Vangelo è soprattutto un invito alla conversione maschile”.

 

Ecco, ho detto la parola fatale: “maschile”. E mi sembra di sentire l’immancabile insofferenza di chi, a questo punto, smette di leggere. Eppure non potete chiedermi di tacere: sono convinto che nella cultura patriarcale e nelle modalità maschili di stare al mondo stia il nocciolo dell’ingiustizia contro cui il profetismo universale, non solo quello ebraico-cristiano, continua a predicare, invitando gli uomini alla conversione, al cambiamento di vita. In prima fila, da sempre, ci stanno le donne... ma chi le ascolta davvero?

 

Eppure, se c’è una ragione che giustifichi una lettura fondamentalista della Bibbia, in particolare dei Vangeli, questa sta, secondo me, nella chiarezza con cui non solo leggi e precetti, ma le stesse parole messe in bocca a Gesù sono indirizzate agli uomini di Israele. Le donne non contavano nulla in quella società – e oggi? - , erano solo serve e oggetti dei desideri maschili. I quali uomini erano anche gli autori materiali delle norme e i giudici che ne applicavano rigidamente la lettera, comminando le pene prescritte senza tanti riguardi, specialmente nei confronti di donne coinvolte in relazioni adulterine o cuoche un po’ distratte.

Gesù invita agli uomini ad andare oltre
E’ agli uomini, che la legge di Mosè autorizzava a ripudiare la moglie per futili motivi, che Gesù predica di vi-vere con piena responsabilità la relazione matrimoniale: “eccettuato il caso di concubinato”, quando, cioè, la relazione è ormai naufragata e lei è coinvolta in un’altra relazione d’amore... Certo, non era neppure previsto il contrario: che, cioè, nel caso che fosse lui il fedifrago, la moglie potesse consegnargli un “atto di divorzio”. Ma, almeno, Gesù è molto chiaro: non ha alcuna intenzione di “abolire la Legge” (v 17), semplicemente ci invita ad andare oltre, mettendo sempre al centro l’amore, convinto, serio, responsabile, coerente... Solo così la nostra giustizia “sorpasserà quella degli scribi e dei farisei”; solo questa è la strada che ci porta al “regno dei cieli” (v 20).

Non basta “non uccidere”, “non commettere adulterio”, “non spergiurare”... Amare, l’unico grande comanda-mento, è un verbo attivo, vuole pieno coinvolgimento, attenzione anche ai piccoli particolari nelle relazioni; ci chiede rispetto e cura sempre e con tutti, a cominciare proprio dalle relazioni più intime. Se imparo a non adirarmi e a non ingiuriare il mio fratello (vv 22-24), mi sarà possibile anche trovare la giusta mediazione con un mio possibile avversario (v 25): in questo caso eviterò, sì, la galera, ma in ogni caso la mia vita sarà più bella, intessuta di relazioni amichevoli e fraterne.

Se, poi, impariamo a vivere con rispetto e cura tutte le relazioni, anche quelle con persone che incontriamo occasionalmente e con le “autorità”, che bisogno avremo di ricorrere al trucchetto del giuramento? Il giuramento non rende vera la menzogna: è solo fumo negli occhi altrui. Viceversa, se ci esercitiamo alla sincerità, la useremo sempre e ci sarà più facile parlare sempre con verità: dicendo “sì” se è sì, “no” se è no (v 37).

Ma attenzione: non c’è un solo sì o un solo no, per tutti e sempre. Ognuno e ognuna di noi matura le proprie i-dee e le proprie convinzioni, che possono essere anche molto diverse, addirittura opposte, rispetto a quelle di altri e altre. Consapevolezza e responsabilità ci aiutano a rispettare queste differenze, a praticare lo scambio senza imporre né subire, ma parlando con sincerità e ascoltando con attenzione. Questa è la strada della mediazione, del meticciato e del cambiamento. Partire da sé per cambiare il mondo, per costruire una nuova civiltà delle relazioni.

Gesù ci invita a camminare sulla strada del cambiamento
Un’obiezione è spontanea, scontata, quasi banale: non è possibile vivere così, pienamente coerenti; sarebbe pre-tendere da noi una “santità” impossibile a creature fragili e parziali come siamo. Verissimo! Ma l’invito di Gesù è a camminare; dove e quando arriveremo non è dato saperlo. Il Regno dell’Amore si costruisce camminando: non è un “pacchetto tutto compreso” che riceveremo in regalo all’arrivo... perchè è una strada che non finirà mai, se non con la fine della nostra vita, del nostro personale e collettivo camminare. Camminando costruiamo giustizia e condivisione e relazioni di cura con chi cammina con noi: questo è il Regno. Ed è possibile, molto probabile, che chi è mite e povero nel cuore sia anche misericordioso e costruttore di pace, affamato di giustizia e malvisto da chi non tollera che si viva fuori dagli schemi sociali imposti. Ci è chiesto di camminare così: non verso la santità e la perfezione, ma verso relazioni d’amore.

Cos’è davvero importante, nelle parole di Gesù? Una richiesta formale di perdono (che so... alle donne, ai popoli indigeni, alle vittime della schiavitù, ai bambini abusati sessualmente, ai vari Galileo, Giordano Bruno, ecc...), per potersi dedicare ai culti e ai propri privilegi senza più quella palla al piede? O un riconoscimento consapevole degli errori commessi, accompagnato e reso visibile da pratiche coerenti di riparazione, di restituzione, di cura e, soprattutto, di cambiamento? Forse qui sta la “purezza del cuore” che ci viene richiesta: amore sincero, non gesti strumentali; cambiamento anche materiale di vita, non preghiere ripetute solo con le labbra.

Riconoscere il nostro desiderio
Il “desiderio”, infine (v 28). Gesù ci chiede di autoformarci a relazioni di riconoscimento e di rispetto, liberan-doci da quello sguardo predatorio, possessivo, che appartiene agli uomini che non devono chiedere mai, perché sono autorizzati, dall’appartenenza al genere dominante, proprietario, cacciatore, a prendersi le donne che vogliono. Aveva un antenato famoso per questo, Gesù, stirpe di quel re David che, per godersi in pace Betsabea, ne aveva fatto morire il marito mandandolo in guerra in prima linea.

Ma non solo le donne... anche il petrolio che vogliono, l’acqua che vogliono, le pellicce degli animali e il le-gname delle foreste pluviali e la salute e la vita degli operai... La predazione non accetta limiti: è il capitalismo, il trionfo della sete di ricchezza e di potere, il contrario delle beatitudini... Ai “successori di Cristo” offri denaro e garantisci privilegi e avrai la loro comprensione e amicizia benedicente. “Razza di vipere!” direbbe il Battista, parlando di chi fa le leggi e impone al popolo un giogo che loro si rifiutano di portare.

A noi, come a loro, è chiesto di andare oltre, interrogando il nostro desiderio, riconoscendolo, chiamandolo per nome: può essere un desiderio d’amore o un desiderio di rapina. La consapevolezza è il primo passo per resistere a questa tentazione e metterci in cammino sulla strada dell’Amore.

Credo che sia difficile negare che lo smodato desiderio di ricchezza, di potere, di dominio, sia soprattutto maschile; che il capitalismo, in tutte le sue varianti, sia storicamente un parto della cultura patriarcale... Allora, invitare gli uomini al cambiamento vuol dire amarli, volere il loro bene, non giudicarli e condannarli, come a volte mi viene rimproverato di fare. Questo rimprovero mi suona come la ricerca dell’ennesima scusa per evitare di prendere sul serio l’invito al cambiamento che io leggo nelle pagine del Vangelo e che cerco di tradurre, con mille incoerenze, in pratiche e parole nella mia quotidianità. Anche per questo sono riconoscente a Gesù: per il modello che incarna e per il calore della sua compagnia.

 

 

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