Giornata internazionale per l'Eliminazione della Violenza sulle Donne
Da uomo a uomo
Sono un uomo e vedo la violenza maschile intorno a me. Vedo anche, però, il desiderio di cambiamento di molti uomini.
Scelgo di guardare in faccia quella violenza e di ascoltare quel desiderio di cambiamento. So che quel desiderio è una risorsa per sradicare quella violenza.
Di fronte alle storie di mariti che chiudono le mogli in casa o le ammazzano di botte, di fidanzati che uccidono per gelosia le proprie ragazze, di uomini che aggrediscono o stuprano donne in un parco o in un garage, non penso "Sono matti, ubriachi o magari i soliti immigrati !", non mi viene da dire: "Quella se l'è cercata!". Tutto questo mi riguarda, ci riguarda.
Quando sento giudicare gli immigrati come una minaccia alle "nostre donne" ricordo che la violenza contro le donne non nasce nelle strade buie, ma all'interno delle nostre case, ed è opera di tanti uomini, italiani e non, che picchiano e uccidono le "proprie" donne.
Quando osservo l'ironia, il disprezzo, la discriminazione che precedono la violenza contro lesbiche e gay non penso: "Facciano quel che gli pare, ma a casa loro". So che mi riguarda, ci riguarda: quell'ironia e quel disprezzo li conosco fin da piccolo, sono una minaccia per chi non si comporta "da uomo".
La libertà di amare chi vogliamo e come vogliamo o è di tutti o non è di nessuno.
Quando penso alle donne, spesso straniere, costrette a prostituirsi, prive di diritti, alla ricerca di difficili vie di uscita, non penso che "rovinano il decoro delle città". Vedo nella loro vita l'effetto di un razzismo che avanza. La prostituzione, scelta od obbligata, parla innanzitutto dei nove milioni di clienti italiani e della sessualità maschile ridotta alla miseria dello sfogo e del consumo.
Credo che la violenza contro omosessuali e trans, la diffusa richiesta di ordine e sicurezza, la crescente ondata di disumanizzazione dei migranti, il razzismo, l'egoismo dilagante, abbiano a che fare con le relazioni tra i sessi: la paura e il disprezzo verso le differenze sono una tossina che avvelena la nostra società. Ogni giorno sento il richiamo verso ogni uomo ad essere complice di questa cultura e ad aderire all'ideologia della mascolinità tradizionale.
Sono stanco della retorica della patria, del nemico e dell'onore, della virilità muscolare e arrogante.
Quando assisto dell'ostentazione di sé da parte di chi usa soldi e potere per disporre delle donne, sento che quell'ostentazione è misera, squallida e anche triste. Sono secoli che gli uomini comprano, impongono, ricattano e scambiano sesso per un posto di lavoro o per denaro. La novità sta nel vantarsene, strizzando l'occhio agli altri uomini in cerca di complicità. Non ci stiamo, e non per invidia o moralismo. Non ci interessa l'alternativa tra il consumo del corpo delle donne e l'autocontrollo perbenista.
Al potere preferiamo la libertà, la libertà di incontrare il desiderio libero delle donne, compreso, eventualmente, il loro rifiuto.
Quando il disprezzo per le donne, l'ostentazione del potere e le minacce contro i gay e gli stranieri diventano modelli di virilità da usare a scopi politici, capisco e sento che devo e dobbiamo reagire: come uomini prima ancora che come cittadini.
Sentiamo la responsabilità di impegnarci, come uomini, contro la violenza che attraversa la nostra società e le nostre relazioni.
Non vogliamo limitarci alle "buone maniere" e al "politicamente corretto". Non ci sentiamo "protettori" né "liberatori". Sappiamo che le donne non sono affatto "deboli".
La loro libertà, la loro autonomia, nel lavoro, nelle scelte di vita, nella sessualità, non sono una minaccia per noi uomini e nemmeno una concessione da far loro per dovere. Sono un'opportunità per vivere insieme una vita più libera e ricca.
Non ci basta dire che siamo contro la violenza maschile sulle donne. Desideriamo e crediamo in un'altra civiltà delle relazioni tra persone, una diversa qualità della vita, libera dalla paura e dal dominio. Vogliamo vivere una sessualità che sia altro dalla conferma della propria virilità e del proprio potere.
Molti uomini hanno finora vissuto questo tentativo di cambiamento individualmente, cercando un modo nuovo di essere padre, una diversa relazione con la propria compagna, un modo diverso di stare con gli altri uomini, un rapporto diverso con il lavoro. Questa ricerca è però spesso rimasta solitaria e invisibile, senza parole. Vogliamo esprimerci in prima persona, vogliamo che il desiderio di libertà e di cambiamento di migliaia di uomini diventi un fatto collettivo, visibile, capace di parlare ad altri uomini.
il 21 novembre a Roma, in Piazza Farnese, dalle ore 15,30 alle 19,30
"Condannati" ad esibire mascolinità: pena la messa in ridicolo, l'umiliazione.
Mai liberi di essere insicuri, di affrontare un rifiuto senza sentirsi falliti, annientati nella propria virilità. Mai liberi di vivere un rapporto serenamente senza doversi sottoporre al metro di giudizio di chi ti vuole dominante, conquistatore. L'imperativo è dimostrare quanto ce l'hai duro. Reagire come i cani di Pavlov al minimo stimolo, per il terrore di apparire "deboli", o "poco dotati". Ridere a comando alle battute sessiste, essere sottomessi a una complicità forzata, come chi, condividendo lo stesso interesse, va a pesca insieme e fa a gara a chi ha catturato il pesce + grosso. E' una competizione, ma molto cameratesca: in fondo si tratta di un hobby piacevole..
Essere identificati con il proprio organo riproduttivo, con l'uso che se ne fa, esattamente come accade alle donne, come se l'essenza stessa del maschio risiedesse nella ricerca di sesso - perché "la gnocca è sempre la gnocca, viene prima di tutto, non le si dice mai di no, senza non si può stare" (sbavate cani, sbavate, che suona la campanella...).
Vivere sotto il terrore di essere bollati con le etichette + infamanti: sfigati, gay, impotenti, cornuti. Queste sono le accuse più terribili, molto più gravi di: disonesto, superficiale, stupido, imbroglione, egoista, ignorante, violento, venale, persino assassino.
Rifiutare la debolezza, in noi e negli altri, è rifiutare la propia e altrui umanità.
A queste condizioni, oggi un fallimento non può che avere conseguenze disastrose: la perdita di autostima e di rispetto se "lei non te la dà"... (tanto si sa che le donne sono lì solo per essere prese, e se non ce la fai sei sfigato, non vali nulla).
E allora, quando le donne negano agli uomini il "sacrosanto diritto" di usufrutto del loro corpo, quando attentano al loro amor propio, devono essere punite, uccise, picchiate, stuprate: una tale onta non può restare impunita, un vero maschio deve dimostrare a tutti che sa farmi valere, che è il più forte, che domina.
Non potrei mai vivere così!
Mi hanno chiamato in tutti i modi, da gay sfigato a "quello che usa le donne" - ma è sempre stata l'opinione di chi mi voleva bene quella che contava.
cosa importa quel che vogliono o credono gli altri?
Non combattiamo la mascolinità, il nostro spazio personale, maschile, nella speranza di sconfiggere la violenza - come per il razzismo, la violenza si sconfigge con una forte identità. L'annullamento dell'identità porta alla paura del cambiamento, allo sradicamento, e alle ostentazioni, tutto per rinforzare all'esterno quel che vacilla all'interno: la coscienza di sé.
Questo è quel che credo.
ma perchè questa paura di perdere identità?
combattere la violenza, contrastare gli stereotipi, vivere il cambiamento e costruirlo perchè dovrebbe mettere in discussione la nostra identità? è così fragile da aver bisogno della conferma dei ruoli e del potere? mi pare che tu dica di no...
Stefano: quello che sostengo è che non è combattendo quella che per alcuni di noi è la caratterizzazione maschile che si risolve il problema del maschio-macho stereotipato... come spesso succede, non è il maschio con una forte coscienza di sé come _persona_ (intendiamoci: gay o etero o astinente, non ha alcuna importanza!!) che esterna con arroganza e violenza la sua mascolinità, ma è quello incerto e insicuro di cosa voglia dire essere maschio che cerca - con esagerazioni anche criminali - di trovare una direzione.
Il sopruso è un sintomo di paura, di debolezza, non di forza: chi è forte non ha alcuna necessità o bisogno di opprimere.
Non sto avocando un ritorno al maschio-macho: ognuno scelga per se cosa vuole essere. Dico però che non è negando le caratteristiche mascoline che diventeremo più maturi. E' un po' l'errore che hanno fatto le femministe tanti anni fa... che nello sforzo di rendersi _E_guali sono in parte diventate _U_guali: ma uomo e donna sono diversi, lo sono intimamente. Stesso valore, assolutamente, ma diversi :)
Non è adottando l'atteggiamento dell'altro sesso che si ottiene la giustizia... ci si infila soltanto in uno schema diverso, e ugualmente costrittivo. Io non voglio essere condannato al machismo, ma nemmeno essere condannato alla negazione dello stesso.
I ruoli sono un bel recinto magari chiuso, magari asfittico ma rassicurante. Anche le donne alla fin fine dopo trent'anni di pensiero femminista han paura di perdere la loro identità. A giudicare da come "si travestono" da donne, o meglio come cercano di innestare anche con la violenza del bisturi, sul loro corpo, quello che pensano sia l'ideale di femmina degli uomini: tra protesi al silicone e botulino scompare l'identità e l'unicità. O da come restano ancora rapite e affascinate dal machismo, (ahinoi) perché non riconoscono potere a se stesse ma solo all'uomo. Molte donne si fanno portatrici di "valori" antichi, perché é dura se per millenni hai costruito la tua identità sul desiderio dell'altro, venirne fuori. Ormai non é più questione di uomini e donne ma di uomini e donne che vogliono affermare la cultura del rispetto della differenza e uomini e donne aggrappati a modelli culturali morenti
Nadia
Non facciamoci troppo facili illusioni: ai due estremi del continuum maschio/femmina ci sono, a un lato, maschi che desiderano prede-vogliose-di-essere-predate e dall'altro lato donne che desiderano uomini-dominatori/dominanti. Più si procede verso il centro della distribuzione, più la vita diventa scomoda. Io "eccito" le donne se faccio esibizione di cultura, di intraprendenza, capacità tecniche e muscolarismi vari. Non le "eccito" (al massimo le intenerisco, ma non è la stessa cosa)se divento bambino giocando con i bambini, se sono fragile, se ho paura. Motivi biologici e/o culturali non so, ma tant'è. Molte donne che odiano il "maschio stronzo" non sanno forse quanto sono sottili i limiti.
In più: probabilmente la nostra cultura sessualizza (o, meglio, "genitalizza) troppi aspetti della personalità.
Ok....: rispettare le donne è un conto; non illudiamoci però che tutte le donne siano "buone".
Molte violenze sulle donne nascono da un tragico malinteso: vogliono l'uomo "forte" e non vedono che si mettono in casa solo un idiota violento.
Prevengo: non sono un senza-donne.
Confesso: sono un prigioniero del mio ruolo, ma non mi venite a dire che le/a donne/a mi amerebbe per come sono davvero.
Le femministe hanno fatto le donne uguali agli uomini, senza "liberare" nessuno (ma era possibile?...).
No, le battute sessiste non mi fanno ridere e lo dico.
No, non penso che gli uomini siano "migliori".
No, non penso di essere unico; penso di essere vicino al centro del continuum e qui c'è poca gente.
No, non sono nè gay nè bi, ma, "genitalmente" parlando, solo un banalissimo etero sessuale (per giunta senza perversioni degne di questo nome).
Carissima,
maschileplurale ha partecipato a moltissime tappe della staffetta dell'UDI costruendo con i tanti gruppi locali una riflessione approfondita sulla violenza e sulle sue radici culturali. Abbiamo pensato, però, che fosse necessaria un'assunzione di responsabilità in prima persona degli uomini. Pensiamo non basti più partecipare ad iniziative costruite dalle donne alle quali siamo invitati. Questo dialogo è decisivo ma, per essere fertile ha bisogno di un'iniziativa autonoma degli uomini. Abbiamo quindi deciso di costruire la nostra iniziativa "nazionale" per il 28, poi, proprio per la conclusione della staffetta dell'UDI il 21 a Brescia le donne promotrici della manifestazione delle donne a Roma (prevista originariamente per la stessa data) hanno deciso di fissare il corteo romano per il 28. A quel punto avremmo avuto due iniziative in contemporanea nella stessa città con un rischio di equivoci e fraintendimenti.
Abbiamo quindi scelto di spostare la data al 21 trattandosi di due città diverse. Nella nostra lettera proponiamo però che questi appuntamenti siano tra loro in relazione.
Noi, nella manifestazione romana ricorderemo l'appuntamento di Brescia e saremo felici di ospitare l'intervento di una donna dell'UDI per presentarlo.
niente da aggiungere, mi pare, la strada è questa partecipare, 'diffondere' una nuova cultura, sradicare la sopraffazione, l'ignoranza, occorre tempo e pevicacia, ma il cammino è intrapreso, quanto alle manifestazioni come questa di Roma: ben vengano. e chi non parteciperà, neppure idealmente, dovrà (e prima o poi accadrà) sentirsi in minoranza
verrei anche. prima di tutto perchè un mio amico me lo ha segnalato con forza.
ma perchè non formulate, oltre le intenzioni ideali, qualche indicazione su ciò che accadrà?
c'era se non sbaglio questa idea della lettura delle lettere...
perchè non lo dite in questo blog che è la trincea-base di questa iniziativa?
avete x caso fatto un evento facebook?