Nov 2007 “Donne contro una decrepita politica maschile” di L.Melandri

Nov 2007 “Donne contro una decrepita politica maschile”
di Lea Melandri
da Liberazione del 27 Nov 2007


Su quanto accaduto nel corso della Manifestazione del 24 anche tra i commenti apparsi su questo sito, si è sviluppato un dibattito sulla scelta separatista e sulla contestazione ad alcune donne del mondo politico e dei mass-media.

Ci sembra utile offrire come contributo a questa discussione l’articolo di Lea Melandri apparso su Liberazione  del 27 novembre 2007 con il titolo “Donne contro una decrepita politica maschile”

Nella sua virulenza liquidatoria di femminismi passati e presenti, fatti sparire dietro le etichette “infamanti” di “gruppi anarcoidi”, “centri sociali duri”, “estremismi fascistoidi”, Miriam Mafai (“La Repubblica” del 25 novembre 2007) ci ha comunque chiarito che cos’e’ per lei – ma c’e’ motivo di credere per molti e molte – “antipolitica”: tutto cio’ che a livello di iniziativa pubblica, collettiva, si muove fuori dalle forme organizzate della politica, che osa contestarne i contenuti e le pratiche.

Chi ha memoria degli anni ’70 sa che tali furono considerati, anche dai partiti di sinistra, quei movimenti antiautoritari che pensavano si dovesse ridefinire la politica “andando alle radici dell’umano”, interrogarla a partire dal suo atto fondativo, fonte prima di ogni scissione – tra donne e uomini, famiglia e societa’, natura e storia, barbarie e civilta’, norma e devianza.

Il separatismo dei gruppi femministi fu allora tutt’altro che “sterile”, come vorrebbe far credere Mafai: nasceva, insieme a una autonomia di pensiero sconosciuta a chi, come le donne, aveva dovuto far propria forzatamente la visione del mondo dettata da altri, l’idea che tutto cio’ che era stato considerato fino allora “impolitico”, naturalizzato e reso per cio’ stesso immodificabile – corpo, sessualita’, persona -, apparteneva da sempre alla polis, incuneato al suo interno come speranza di cambiamento e, al medesimo tempo, minaccia perenne di instabilita’. Oggi, di fronte alla ripresa di un movimento di donne piu’ articolato per eta’, collocazione sociale, nazionalita’, professione, orientamento sessuale, appartenenza ideologica, il rapporto con le istituzioni politiche si fa piu’ incalzante, carico emotivamente del peso di una lunga storia di delusioni, conflitti mai risolti, reso ancora piu’ radicale dalla messa a tema del sessismo, trasversale per quanto riguarda la denuncia del dominio maschile, ma non certo indifferente rispetto alle questioni di giustizia sociale, democrazia, modelli di sviluppo, ambiente, laicita’, migrazione.

E’ vero, come alcuni giornali hanno notato, che il femminismo che si e’ espresso per le strade di Roma sabato 24 novembre e’ piu’ “politicizzato”, se confrontato con quello degli anni ’70, anche nel senso che si da’ tradizionalmente alla parola “politica”.
Lo e’ nel dibattito tra i collettivi romani, e di alcune altre citta’, che ha preceduto e dato avvio alla manifestazione, nei comunicati stampa delle organizzatrici – la’ dove si sottolinea l’uso che viene fatto della violenza contro le donne per politiche sicuritarie e repressive, la volonta’ di salvaguardare l’autonomia del movimento rispetto al rischio di appropriazioni indebite di qualsiasi colore politico.
Ma lo e’ anche per la composizione eterogenea dei gruppi che hanno dato la loro adesione, condividendo un tema essenziale della manifestazione – una violenza maschile “che comincia in famiglia e non ha confini” -, ma chiedendo che si tenesse conto delle loro diverse pratiche politiche.

Da piu’ parti si chiedeva da tempo una parola pubblica che assumesse il rapporto di potere tra i sessi con tutto il peso che ha avuto e ha tuttora nella sfera privata e pubblica, nelle forme di civilta’ che si sono espresse nella storia, costruzioni di un protagonista unico.
Questa “parola” si e’ manifestata in un modo piu’ diretto ed esteso di quanto potevamo immaginare, come si puo’ vedere scorrendo sul sito www.controviolenzadonne.org i comunicati di adesione di consigli comunali, provinciali, regionali, gruppi sindacali, partiti, parlamentari, non meno numerosi e ampiamente motivati di quelli delle associazioni femministe.

Parole come “patriarcato”, “dominio maschile”, “violenza domestica”, sono entrate nei luoghi che hanno parlato finora soltanto al neutro, cancellando l'”invisibilita’” del separatismo maschile nella sfera pubblica, e mediatica in particolare.
Ma questo accomunamento, necessario se si vuole che la manifestazione sia solo l’inizio di una forza collettiva capace di produrre cambiamenti effettivi, dovra’ sopportare l’urto di conflitti, tra donne prima di tutto, e poi tra uomini e donne, associazioni e partiti, soggetti istituzionali e non istituzionali della politica.

Le polemiche, queste davvero sterili, con cui ogni forma di dissenso e di contestazione viene riportata dai media, sono la cancellazione del conflitto, l’appiattimento dentro schemi oppositivi – estremismo e moderazione, tolleranza e intolleranza, veterofemminismo e composta modernita’ femminile.
Questo significa anche che non si puo’ far finta che l’informazione non sia a sua volta ispirata da interessi economici e politici, preferenze ideologiche, segnata nel suo linguaggio, nei suoi valori, nella sua idea di democraticita’, da un senso comune maschile, gerarchico, competitivo, patriarcale e misogino, da cui non sono esenti per determinismo biologico le donne. Il “parapiglia” di Piazza Navona, contrabbandato come violenza e intolleranza, estremismo fascistoide o ingenuita’ di alcune “oche”, ha, al contrario, molto da insegnare.
Si e’ ripetuto, con una evidenza esemplare, direi quasi didattica, quello che abbiamo sotto gli occhi da anni e che in questo caso era stato previsto, prevenuto dalle organizzatrici: si era detto no al palco, per evitare quella specie di “erezione” conclusiva che fissa leaderismo, rappresentanze autorevoli, gerarchie note, appropriazioni indebite.

Le piazze si sono riempite senza palco negli anni ’70 e non sono mai state per questo meno parlanti e prive di risonanza. Poteva accadere lo stesso a Piazza Navona, quando a parlare erano gli striscioni, le riprese del corteo, i filmati.
Eppure a qualcuno quello spazio affollatissimo e’ parso vuoto: alle ministre, alle parlamentari presenti e alla televisione, che, pur sapendo di provocare la comprensibile rabbia di chi aveva organizzato il corteo, non hanno esitato a ricostruire uno di quei salotti mediatici fatti per consacrare volti gia’ noti, egemonia di partiti e di governi, su tutto cio’ che si muove fuori dai canali istituzionali.
E’ un modo, che purtroppo non ci e’ nuovo, per spegnere le forze vive di un Paese, le uniche, a questo punto, da cui si puo’ ancora sperare che possa venire un limite sia al populismo che al decrepito cerimoniale della politica maschile.

[Lea Melandri, nata nel 1941, acutissima intellettuale, fine saggista, redattrice della rivista “L’erba voglio” (1971-1975), direttrice della rivista “Lapis”, e’ impegnata nel movimento femminista e nella riflessione teorica delle donne.
Opere di Lea Melandri: segnaliamo particolarmente
L’infamia originaria, L’erba voglio, Milano 1977, ( ristampato da Manifestolibri, Roma 1997 );
Come nasce il sogno d’amore, Rizzoli, Milano 1988, ( ristampato da Bollati Boringhieri, Torino, 2002 );

Lo strabismo della memoria, La Tartaruga, Milano 1991;
La mappa del cuore, Rubbettino, Soveria Mannelli 1992;
Migliaia di foglietti, Moby Dick 1996;
L’erba voglio. Il desiderio dissidente, Baldini & Castoldi 1998. Antologia della rivista “L’Erba voglio (1971-1978)”
Una visceralita’ indicibile. La pratica dell’inconscio nel movimento delle donne degli anni Settanta, Fondazione Badaracco, Franco Angeli editore 2000;
Le passioni del corpo, La vicenda dei sessi tra origine e storia, Bollati Boringhieri, Torino 2001.
Dal sito www.universitadelledonne.it riprendiamo la seguente scheda:
“Lea Melandri ha insegnato in vari ordini di scuole e nei corsi per adulti. Attualmente tiene corsi presso l’Associazione per una Libera Universita’ delle Donne di Milano, di cui e’ stata promotrice insieme ad altre fin dal 1987. E’ stata redattrice, insieme allo psicanalista Elvio Fachinelli, della rivista L’erba voglio (1971-1978), di cui ha curato l’antologia: L’erba voglio. Il desiderio dissidente, Baldini & Castoldi 1998. Ha preso parte attiva al movimento delle donne negli anni ’70 e di questa ricerca sulla problematica dei sessi, che continua fino ad oggi, sono testimonianza le sue pubblicazioni.
Ha tenuto rubriche di posta su diversi giornali: ‘Ragazza In’, ‘Noi donne’, ‘Extra Manifesto’, ‘L’Unita”.
Collaboratrice della rivista ‘Carnet’ e di altre testate, ha diretto, dal 1987 al 1997, la rivista ‘Lapis. Percorsi della riflessione femminile’, di cui ha curato, insieme ad altre, l’antologia Lapis. Sezione aurea di una rivista, Manifestolibri 1998.

Nel sito dell’Universita’ delle donne scrive per le rubriche ‘Pensiamoci’ e ‘Femminismi'”]

Questo articolo ci è pervenuto tramite “NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE – Supplemento settimanale del giovedi’ de “La nonviolenza e’ in cammino”, numero 141 del 29 novembre 2007″.

La nonviolenza è in cammino” è la newsletter del Centro di ricerca per la pace di Viterbo rivolto a tutte le persone amiche della nonviolenza. Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 – Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: [email protected]

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